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Morire nella felicità

«Non si trattava di trovare un filtro magico che m’impedisse di morire bensì, soprattutto, di imparare a morire nella felicità» (Alejandro Jodorowsky, La danza della realtà, Feltrinelli 2009, p. 149).
Quel momento verrà e sarà la pace. Verrà quell’impercettibile ma definitivo fermarsi del respiro umano sul mondo nel quale il mondo termina. L’importante è che ci trovi vivi, nella pienezza dei nostri desideri e nella saggezza delle rinunce che l’esistere ci ha insegnato. Nel disincanto su ogni cosa e nella curiosità verso l’istante che si apre, fosse anche l’ultimo. Nella benedizione delle lacrime versate per amore e nella freddezza che ha temprato il cuore. Accogliere il morire con un sorriso di vittoria, se siamo stati capaci di trasformare il labirinto che è la vita nella ragnatela del senso con il quale abbiamo catturato, infine, la gioia.

La montagna sacra

di Alejandro Jodorowsky
(La montaña sagrada)
Messico-USA, 1973

montagna_sacra

Un percorso di iniziazione dalla pianura politica e sociale alla montagna splendente e solitaria. La ricerca dei nove immortali che vi abitano è una foresta di simboli attinti dalle più diverse tradizioni religiose -compresa la cristologica-, magiche, astrologiche, esoteriche, alchemiche. Paure e potenze ancestrali si coniugano a un erotismo quasi meccanico e freddo; l’animalità intride ogni scena; i corpi vengono dipinti, sventrati, crocifissi, imbalsamati, ibridati; le istituzioni ecclesiali rappresentano la decadenza di ogni autentico sentimento religioso e sono punite con una costante irrisione; il potere è pura e insensata violenza; l’individuo un frammento del mondo.

Lo stile underground tipico dei Settanta appesantisce la già strabordante simbologia di colori, di costumi, di sfondi, nei quali prevalgono spesso il grottesco e l’orrorifico. L’invenzione espressiva è però ammirevole e probabilmente frutto di sostanze allucinogene. Il surrealismo diventa psicomagia e Jodorowsky -che del film è anche interprete, compositore, sceneggiatore- sembra porsi tra i Buñuel-Dalí di Un chien andalou e il Cronenberg di Videodrome e Naked Lunch. Lo scarto rispetto a ogni genere codificato emerge nell’imprevedibile chiusa, dove la finzione è svelata e il percorso deve ricominciare. Come sempre.