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	<title>agb &#187; innamoramento</title>
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	<description>un barlume di fasto</description>
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		<title>Mente &amp; cervello 74 &#8211; Febbraio 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Feb 2011 14:37:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La plasticità del cervello è enorme, esso possiede «una capacità apparentemente infinita di cambiare,  adattandosi millisecondo per millisecondo» (C.H. Kinsley e E.A. Meyer, p. 102). Fra le tante prove di tale potenza ci sono le illusioni ottiche, già illustrate nei due numeri precedenti di Mente &#38; cervello e che qui arrivano allo spettacolare fuoco d&#8217;artificio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/02/MC_74_febbraio_2011.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-6967" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_74_febbraio_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/02/MC_74_febbraio_2011.jpg" alt="" width="83" height="106" /></a>La <strong>plasticità del cervello</strong> è enorme, esso possiede «una capacità apparentemente infinita di cambiare,  adattandosi millisecondo per millisecondo» (C.H. Kinsley e E.A. Meyer, p. 102). Fra le tante prove di tale potenza ci sono le <strong>illusioni ottiche</strong>, già illustrate nei due numeri precedenti di <em>Mente &amp; cervello </em>e che <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1346441" target="_blank">qui</a> arrivano allo spettacolare fuoco d&#8217;artificio illustrato dai titoli di tre articoli di Susana Martinez-Conde e Stephen L. Macknik: <em>Falso movimento</em>, <em>Scolpire l&#8217;illusione</em>, <em>Cibo per la mente</em>. Il triangolo impossibile di Penrose, le prospettive cangianti di Escher, le ombre di Shigeo Fukuda, il cubo tribarra di Guido Moretti provano come il “semplice fatto” della visione sia una realtà di inimmaginabile complessità nella quale convergono fattori cerebrali, processi evolutivi, condizionamenti culturali, attese, desideri, abitudini. Una vera e affascinante sintesi dell&#8217;identità psicosomatica della persona umana, già saputa da artisti come Giuseppe Arcimboldo -che con frutta, verdura, ortaggi, libri costruisce figure umane- e dalla lunga schiera dei suoi continuatori. <span id="more-6965"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Se è dunque vero -come sostiene <strong>Jean-Pierre Changeux</strong>- che «il pensiero è chimica, tutto sta nel capire come la chimica si trasforma in pensiero» (82). Intervistato da Daniela Ovadia, il celebre neuroscienziato riconosce l&#8217;indissolubilità dei fattori biologici e di quelli culturali: «una questione che ci siamo posti è perché l&#8217;evoluzione darwiniana ha selezionato uno strumento come il cervello umano, che per arrivare alla sua espressione più completa ci mette, se tutto va bene, almeno 15 anni. La risposta è stata: perché è uno strumento perfetto per il suo scopo, che è la produzione e l&#8217;interiorizzazione della cultura. Non a caso solo l&#8217;uomo è stato capace di elaborare la scrittura, che è una forma perfetta di supporto esterno alla creazione di memorie» (82-83).</p>
<p style="text-align: justify;">Insieme alle potenze del cibo, del guardare, del linguaggio, siamo dominati da quella dell&#8217;<strong>amore</strong>. Millenni di letteratura si basano su tale forza quotidiana e indistruttibile. Paola Emilia Cicerone dedica un approfondito articolo al cosiddetto -dai sociologi- <em>polyamory</em>, ai legami rivolti a superare la coppia a favore di sentimenti e relazioni a tre o più nelle quali ognuno degli attori coinvolti sa degli altri e li accetta. Il dato di partenza è che in natura -e cioè in quasi tutte le altre specie animali- non esiste monogamia. La presenza così pervasiva o addirittura esclusiva di questo tipo di rapporto in molte culture -sicuramente in quella ebraico/cristiana- è un dato acquisito, appreso, e non biologico. Almeno, è questo che pensano i sostenitori del “<strong>poliamorismo</strong>”. Si pone però almeno un problema consistente. La <strong>gelosia</strong> è un sentimento naturale almeno quanto il bisogno di amori molteplici. È naturale poiché rappresenta un modo del possesso, che della relazionità umana è espressione fondamentale. Il poliamorismo implica e comporta il superamento della gelosia, sostituita dalla “<em>compersione</em>”, un neologismo atto a indicare «l&#8217;opposto della gelosia, o meglio la sua sublimazione: la gioia che si prova quando la persona amata riceve amore da altri» (31). Un&#8217;affermazione che ha senso soltanto se si ritiene che l&#8217;amore rivolto verso l&#8217;altro sia qualcosa di diverso dal “riflesso della nostra tenerezza”. E questa è davvero un&#8217;illusione.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Mente &amp; cervello 73 – Gennaio 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 15:14:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«La nostra esperienza del mondo, e la capacità di interagire con esso, passa interamente per il nostro corpo», esso «è l’oggetto di gran lunga più familiare al mondo», tanto che gli strumenti -l’artificio- costruiti per estendere le capacità delle mani diventano per il cervello esattamente come le mani, una loro parte naturale (P.Haggard e M.R.Longo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/01/MC_73.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-6761" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_73" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/01/MC_73.jpg" alt="" width="83" height="104" /></a>«La nostra esperienza del mondo, e la capacità di interagire con esso, passa interamente per il nostro corpo», esso «è l’oggetto di gran lunga più familiare al mondo», tanto che gli strumenti -l’<em>artificio</em>- costruiti per estendere le capacità delle mani diventano per il cervello esattamente come le mani, una loro parte <em>naturale</em> (P.Haggard e M.R.Longo, pp. 102-103).</p>
<p style="text-align: justify;">L’insieme di strutture e funzioni che è il corpo è capace di individuare prima di tutto i <strong>volti</strong> di altri umani, poiché è attraverso loro che transitano le intenzioni amichevoli oppure ostili, affettuose o indifferenti, in una parola transita la relazionalità. E poiché la <strong>visione</strong> è un insieme di «processi probabilistici con cui il cervello costruisce la realtà» (G.Sabato, 105), i volti sono in gran parte il risultato di una costruzione del tutto mentale, sul fondamento anche di pochissimi e scarni dati empirici. Si osservi la locandina del film <em>Premonition</em> e se ne avrà un esempio, uno soltanto tra le migliaia che è possibile indicare.<a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/01/premonition_locandina.jpg"><img class="size-medium wp-image-6763 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="premonition_locandina" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/01/premonition_locandina-300x300.jpg" alt="" width="210" height="210" /></a> A pag. 71 di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Gennaio_2011,_n.73/1346056" target="_blank">questo numero di Mente &amp; cervello</a>, infatti, alcune efficaci immagini impongono al lettore la percezione di un viso anche là dove ci sono soltanto «una sala sbarrata da un cordone, una penna USB, un rubinetto, un vecchio telefono, una palla da bowling e un ciocco di legno» (S.Martinez-Conde e S.L.Macknik). «Ciò che vedo è un significato», afferma <strong>Wittgenstein</strong> (<em>Osservazioni sulla filosofia della psicologia</em>, I, § 869, Adelphi 1990, p. 246) e ha perfettamente ragione, anche perché «gran parte della nostra esperienza quotidiana è data da analoghi processi di riempimento degli spazi vuoti tra un’informazione e l’altra, in cui prendiamo ciò che sappiamo del mondo e lo usiamo per immaginare quel che non sappiamo» (S.Martinez-Conde e S.L.Macknik, 81)<span id="more-6759"></span>. La visione, insomma, è un complesso processo predittivo e inferenziale, nel quale le strutture empiriche, i dati forniti dai cinque sensi e dall’intera superficie del corpo, vengono continuamente decifrati, in un vero e proprio lavoro volto a sciogliere la complessità dell’ambiente, degli altri umani, dello spaziotempo. L’obiettivo è vivere ancora, vivere per sempre. Lo strumento più realistico per raggiungere tale scopo è il <strong>generare</strong>. Anche per questo è per noi così potente l’<strong>amore</strong>, un sentimento che consiste in gran parte in una «illusione cognitiva» e che crea una tale dipendenza da far sì che «il legame di coppia monogamo si basa sui medesimi circuiti cerebrali della ricompensa che sono responsabili della dipendenza dalle droghe […] perdere la persona amata è un po’ come dover affrontare una sindrome d’astinenza»  (Id., 80; ne avevamo discusso anche <a href="http://www.biuso.eu/2010/09/23/mente-cervello-69-settembre-2010/" target="_blank">qui</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se il nostro desiderio di sopravvivenza è tanto grande da affrontare per esso le fatiche più grandi e i dolori più intensi, come si spiega il <strong>suicidio</strong>? Si spiega in modo multicausale. Nessun motivo isolato può condurre un umano a togliersi la vita ma un insieme di fattori ci riesce senz’altro. Uno dei più importanti è quello ereditario: «avere casi di suicidio in famiglia aumenta di due volte e mezza la probabilità di cadere vittima dello stesso destino» (K.Springen, 88); lo conferma Leonardo Tondo discutendo del caso Monicelli, il cui padre «morì suicida, e questo è in accordo col dato che il suicidio ha una componente ereditaria che passa attraverso la presenza di un disturbo depressivo» (p. 7). Concorrono poi tanti elementi ambientali, le più diverse vicende dolorose, un’indole più o meno coraggiosa, la ricorrenza di pensieri di morte, le difficoltà relazionali, l’autolesionismo, l’abitudine a farsi del male progressivamente più intenso, una situazione/circostanza favorevole alla messa in atto dell’intenzione suicida. Tutto questo contribuisce alla recente scoperta di «un segnale di allarme anatomico della depressione grave, e quindi di un futuro desiderio di morire, […] un assottigliamento medio del 28 per cento della corteccia cerebrale nell’emisfero destro in 66 persone appartenenti a famiglie con casi di depressione grave, messe a confronto con 65 soggetti di famiglie senza casi riportati. Più della metà dei figli di persone colpite da depressione grave presentava questa caratteristica strutturale, fin dai sei anni» (K.Springen, 88). Al di là, comunque, del fattore neurologico/quantitativo, una delle condizioni dell’atto suicida è forse uno sguardo sul mondo al confine tra follia e lucidità, dove il secondo elemento è importante quanto il primo.</p>
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		<title>Lire Proust</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 13:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LIRE, Marcel Proust Hors-Serie n. 8 Paris, 2009 Pagine 98 «En fait, Proust est un auteur simple, c&#8217;est la réalité qui est complexe», afferma Jean-Yves Tadié nell&#8217;intervista rilasciata per questo numero monografico di Lire (pag. 19). Numero bellissimo per le splendide fotografie, per le tante notizie e soprattutto per la ricchezza delle analisi. L&#8217;opera e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>LIRE, Marcel Proust</strong><br />
Hors-Serie n. 8<br />
Paris, 2009<br />
Pagine 98</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/03/lire_proust.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4643" title="lire_proust" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/03/lire_proust.jpg" alt="" width="264" height="299" /></a></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">«En fait, Proust est un auteur simple, c&#8217;est la réalité qui est complexe», afferma Jean-Yves Tadié nell&#8217;intervista rilasciata per questo numero monografico di <em>Lire</em> (pag. 19). Numero bellissimo per le splendide fotografie, per le tante notizie e soprattutto per la ricchezza delle analisi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-4641"></span>L&#8217;opera e la persona di Proust -identiche non sul versante dell&#8217;appiattimento biografico del capolavoro ma della trasfigurazione dell&#8217;autore nella sua scrittura- appaiono al lettore in tutta la loro unicità creativa, disperazione struggente, potenza metaforica. La “piccola ala di muro giallo” della <em>Veduta di Delft</em> davanti alla quale muore Bergotte «personne n&#8217;a jamais pu localiser avec certitude» (67) poiché in realtà lo scrittore muore davanti alla bellezza stessa, che non risiede nell&#8217;armonia a tutti evidente ma nel particolare invisibile che vibra alla mente. E tuttavia la <em>Recherche</em> è davvero -metafora celebre e abusata- una cattedrale inquietante e magnifica, tanto che Proust avrebbe voluto dire -anche ma non solo a chi rifiutò di pubblicare il primo volume con la motivazione che «on n&#8217;a aucune notion de ce dont il s&#8217;agit» (così Jacques Normand nel 1912, p. 89)- che «j&#8217;avais voulu donner à chaque partie de mon livre le titre -Porche, Vitraux de l&#8217;abside, etc, pour répondre d&#8217;avance à la critique stupide qu&#8217;on me fait de manquer de construction&#8230;» (93).</p>
<p style="text-align: justify;">In questo luogo dello spazio e del tempo vivono, abitano, agiscono, amano, invecchiano, parlano, ricordano centinaia di personaggi. Alcuni di essi vengono descritti in un <em>Dizionario</em> dal quale emergono nella loro estrema varietà e, insieme, nell&#8217;identità antropologica che li attraversa.</p>
<p style="text-align: justify;">I luoghi della <em>Recherche</em> -Illiers/Combray, Parigi, Cabourg/Balbec, Amiens, Venezia-; le difficoltà nel trovare un editore -<em>Du côté de chez Swann</em> uscì infatti a  spese dell&#8217;autore-; l&#8217;immensa corrispondenza -ventimila lettere- in gran parte conservata in una Università dell&#8217;Illinois; la prima guerra mondiale e la sua importanza per il romanzo; la passione di Proust per gli investimenti in borsa e per la lettura dei quotidiani. Questi alcuni degli altri temi discussi nella Rivista.</p>
<p style="text-align: justify;">Significativo è un argomentato articolo sulla dimensione profondamente filosofica della <em>Recherche</em>, autentico capolavoro fenomenologico ed espressione dell&#8217;impero dei segni che è il linguaggio. «Le roman proposerait un “vocabulaire d&#8217;une pensée des affaires humaines” qui impose à Proust romancier de dépasser le dogme solipsiste de Proust théoricien, selon lequel chaque conscience est enfermée dans des représentations et ne peut jamais rencontrer en autrui que des projections d&#8217;elle-même» (86). Vero. E tuttavia il Proust romanziere e il Proust teorico convergono totalmente in moltissime pagine dell&#8217;opera. Un solo esempio, a proposito di quanto qui sopra affermato da Jean Montenot: «Quando si ama, l’amore è troppo grande perché possa trovar posto tutto quanto in noi; s’irradia verso la persona amata, incontra in lei una superficie che lo arresta, lo costringe a tornare verso il punto di partenza, e questo rimbalzo della nostra stessa tenerezza noi lo chiamiamo i sentimenti dell’altro, lo troviamo tanto più dolce di quanto fosse all’andata, perché non sappiamo che proviene da noi» (<em>All&#8217;ombra delle fanciulle in fiore</em>, Einaudi 1978, p. 196 [«Quand on aime, l’amour est trop grand pour pouvoir être contenu tout entier en nous; il irradie vers la personne aimée, rencontre en elle une surface qui l’arrête, le force à revenir vers son point de départ; et c’est ce choc en retour de notre propre tendresse que nous appelons les sentiments de l’autre et qui nous charme plus qu’à l’aller, parce que nous ne connaissons pas qu’elle vient de nous»] ). L&#8217;innamoramento è dunque una forma di autismo?</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 62 – Febbraio 2010</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 16:24:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La catastrofe dell&#8217;Italia contemporanea non è soltanto culturale, etica, antropologica. È anche economica. La disoccupazione è arrivata all&#8217;8,3 per cento, anche se il pifferaio che ci porta verso il baratro riesce coi suoi strumenti -televisione, stampa- a nascondere pure tale dato statistico. Le conseguenze sulla psiche di una condizione senza lavoro sono devastanti e coinvolgono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente&amp;Cervello/1341845" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-4343" title="M&amp;C_62_febbraio_10" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/01/MC_62_febbraio_10.jpg" alt="" width="80" height="100" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La catastrofe dell&#8217;Italia contemporanea non è soltanto culturale, etica, antropologica. È anche economica. La <strong>disoccupazione</strong> è arrivata all&#8217;8,3 per cento, anche se il pifferaio che ci porta verso il baratro riesce coi suoi strumenti -televisione, stampa- a nascondere pure tale dato statistico. Le conseguenze sulla psiche di una condizione senza lavoro sono devastanti e coinvolgono l&#8217;<strong>identità</strong> profonda di una persona, il suo presente, le attese, le memorie.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-4341"></span>Drammi sociali e drammi individuali. Come quello di soggetti colpiti nei lobi frontali e che per questo cambiano identità, modi di essere e di fare. Un caso celebre è quello, ristudiato di recente da Antonio Damasio, dell&#8217;operaio Phineas Gage che dopo un pauroso incidente sul lavoro rimase illeso ma “non era più lui”. La <strong>demenza frontotemporale</strong> produce gli stessi effetti di quell&#8217;incidente, rendendo i soggetti che ne vengono colpiti del tutto indifferenti al significato e alle conseguenze dei propri gesti. La <strong>moralità</strong> umana, quella <em>virtù</em> di cui tanto andiamo fieri, abita dunque anche in settori ben specifici del nostro cervello.</p>
<p style="text-align: justify;">Un disturbo assai più raro e davvero particolare è la <strong>CIP</strong> (<em>congenital insensivity to pain</em>), una sindrome che impedisce di provare dolore. Sembrerebbe una benedizione e invece è una catastrofe. Il <strong>dolore</strong>, infatti, è un segnale potentissimo -anche se certo non piacevole- che ci avvisa di che cosa non funziona nel corpo che siamo e dei pericoli che possiamo correre. Tanto che «spesso i bambini che non provano dolore sono deformi e invalidi per le automutilazioni o le fratture di cui non si accorgono, e perché si rifiutano di stare fermi» (I.Wickelgren, p. 86). In generale, «malgrado l&#8217;inaccettabilità del dolore e la ricerca di analgesici sempre più potenti, l&#8217;umanità non può permettersi di cancellare il dolore, come invece potrebbe fare con il cancro o una cardiopatia. “Con una battuta, potremmo dire che non vorremmo più provare dolore, ma sarebbe una cosa terribile”, conclude Clark» (95). La soglia del dolore è, poi, molto diversa nei differenti individui poiché, prima di essere uno stato fisico, esso costituisce una condizione mentale, che la mente può dunque modulare in forme assai variabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Se la sofferenza è un portato inestirpabile dell&#8217;esistenza, gli umani fanno comunque di tutto per moltiplicarla. Un articolo molto bello e istruttivo di Massimo Barberi illustra come nel campo della <strong>sessualità</strong> i monoteisimi rappresentino un&#8217;autentica infamia, un gravissimo incitamento a praticare dei comportamenti <strong>contronatura</strong>. Si comincia dalla masturbazione infantile, che è un modo necessario che il bambino ha per conoscere se stesso, il corpo che è. L&#8217;imbarazzo dei genitori, quando non un esplicito e più o meno duro divieto, inculca nei bimbi un senso di colpa riguardo al piacere che costituisce la radice del senso del peccato, «è come se il bisogno di consenso parentale del piccolo gettasse le basi del senso di colpa, caricando quel comportamento, pur piacevole, di una valenza negativa» (24).</p>
<p style="text-align: justify;">La <strong>Chiesa papista</strong> -ma in misura ridotta anche le altre- pone sempre più al centro dei propri discorsi l&#8217;ossessione del sesso, mettendo decisamente in secondo piano altri “peccati capitali”. Per quale ragione? Perché, come pensava Wilhelm Reich, «il sesso ha un potente valore rivoluzionario» (27) e ogni orgasmo «è senza dubbio anche un assaggio di paradiso» (26). Paolo di Tarso, il vero fondatore del cristianesimo, riteneva che «è cosa buona per l&#8217;uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell&#8217;incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. (&#8230;) Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere» (<em>I lettera ai Corinzi</em>, cap. 7, 1-8). L&#8217;<strong>ebraismo</strong> pratica la circoncisione col presupposto -peraltro infondato- che essa provochi eiaculazione precoce e quindi renda il maschio «meno soggiogato dal potere delle donne» e incapace di «soddisfare appieno la propria partner» (28). L&#8217;<strong>Islam</strong>, infine, è la religione più contronatura tra quelle monoteistiche, punendo con la morte ogni tipo di piacere sessuale che non sia riconducibile al solo rapporto tra coniugi. Sulla facciata dei <strong>templi induisti di Khajuraho</strong>, invece, si possono osservare delle scene sfrenatamente erotiche.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/01/khajuraho7.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4345" title="khajuraho7" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2010/01/khajuraho7-400x299.jpg" alt="" width="400" height="299" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">«I vantaggi della lussuria», come li definisce l&#8217;articolo, sono numerosi e diversi. Una sana, serena e libera attività sessuale «riduce il rischio di malattie cardiovascolari (&#8230;) inoltre aiuta a buttare giù i chili di troppo, grazie al consumo intenso di calorie -circa 200- che implica ogni rapporto (&#8230;) favorisce il rilascio di endorfine, e quindi rappresenta uno scudo nei confronti della depressione e può alleviare diversi tipi di dolore, dall&#8217;artrite al mal di testa. Le endorfine, poi, migliorano l&#8217;umore, favoriscono il riposo notturno e attenuano gli stati d&#8217;ansia. Per non parlare dei vantaggi di chi soffre di tensioni muscolari (&#8230;) Fare l&#8217;amore migliora anche l&#8217;elasticità della pelle (&#8230;), riduce la probabilità di andare incontro a dermatiti, purifica i pori e rende la pelle luminosa. (&#8230;) Fare sesso prima di tenere un discorso pubblico è il modo migliore per sconfiggere l&#8217;ansia, acquistare sicurezza in se stessi e mantenere la giusta concentrazione di fronte a una platea» (26).<br />
Tutti effetti che vengono ulteriormente esaltati se si tratta di una sessualità congiunta a un grande affetto reciproco, all&#8217;<strong>amore</strong> e all&#8217;innamoramento. Questi stati mentali, infatti, mettono in moto «un tipo di elaborazione complessiva che a sua volta stimola il pensiero creativo, interferendo con quello analitico (&#8230;) Forse l&#8217;amore è un modo particolarmente potente per indurre in noi un senso di trascendenza: essere “qui e ora” e al tempo stesso contemplare un futuro distante e, chissà, forse persino l&#8217;eternità» (N.Liberman e O.Shapira, 106-107). Naturalmente, queste sono descrizioni dell&#8217;amore che non spiegano perché mai essere innamorati scateni endorfine e creatività. Al di là degli effetti neurobiologici, l&#8217;amore rimane ineffabile ed è qui che abita davvero il sacro, nei corpi, nella loro tensione, nei loro piaceri.</p>
<p style="text-align: justify;">I monoteismi sessuofobici, con la loro povertà concettuale rispetto alla molteplicità splendente delle forme, con il senso di colpa che li intesse e che avvelena la vità già grama degli umani, con la miseria dei loro risultati storici, tali monoteismi -Ebraismo, Cristianesimo e Islam- costituiscono il veleno con il quale l&#8217;umanità si è da se stessa ammorbata. Non a caso, invece, la cosiddetta <strong><em>M</em></strong><strong><em>i</em><em>ndfulness</em></strong> rappresenta una pratica mentale che si ispira al buddhismo e ad altre forme meno abominevoli di religiosità. Mindfulness significa consapevolezza piena delle proprie sensazioni corporee, è una traduzione dell&#8217;indiano <em>Sati</em> e consiste in cinque elementi principali: «non reattività, auto-osservazione, concentrazione, descrizione, atteggiamento non giudicante», ai quali si aggiungono «curiosità, apertura, accettazione e amore» (F.Cro, 99). Appunto.</p>
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