Jerax, sparviero. Sembra sia questa l’origine del nome di uno splendido luogo posto tra il mar Jonio e l’Aspromonte, Gerace. All’inizio fu Locri Epizèfiri, potente città della Magna Grecia. Poi, nel Medioevo, le esigenze di difesa indussero a spostare l’abitato in alto, su una rocca. E ora dalla moderna Locri comincia la salita verso questo gioiello urbanistico e architettonico. Tutto appare pulito e ben conservato. I tetti in tegola coprono case che si aprono dentro cortili luminosi e intimi, come a Erice. La pietra antica sostanzia strade, abitazioni, chiese, monasteri. La cattedrale sembra un forte normanno, con le absidi rivolte a oriente, verso Bisanzio. L’interno è composto da colonne tutte di colore e forma differente, fatte con il marmo rubato ai templi pagani della Locri greca. La luce che vi penetra è come filtrata dalla pienezza e dalla semplicità del romanico. E tutt’intorno alla cattedrale altre chiese, molte inevitabilmente chiuse, altre adibite ora ad auditorium. Una proliferazione di luoghi di culto cristiani che sembra provocazione verso i saraceni invasori e richiesta di protezione rivolta al proprio Dio. Intorno e oltre le strade, le piazze, i vicoli, si apre il panorama del mare rivolto verso la Grecia, verso il luogo dal quale anche tutto questo ha avuto inizio.
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Ultima modifica: 4 febbraio 2012
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La mente temporale
Recensione di Giuseppe O. Longo, in Nuova Civiltà delle Macchine, numero 3/2011, pp. 225-227
___________________________ Due cose vuole l’uomo autentico: pericolo e gioco. Perciò egli vuole la donna come il giocattolo più pericoloso. (…) Anche la donna più dolce è amara.
— Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, “Delle femmine vecchie e giovani”




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