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	<title>agb &#187; filosofia</title>
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		<title>«Sono a volte una persona felice»</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 16:55:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un grande privilegio di chi insegna consiste nel ricevere di tanto in tanto delle lettere scritte da allievi a distanza di anni, anche di molti anni. Ed è sempre una gioia. Ma quella che Francesca Arosio mi ha inviato qualche giorno fa è davvero particolare nella sua semplice radicalità. Autorizzato dall’autrice, la riporto qui per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un grande privilegio di chi insegna consiste nel ricevere di tanto in tanto delle lettere scritte da allievi a distanza di anni, anche di molti anni. Ed è sempre una gioia. Ma quella che Francesca Arosio mi ha inviato qualche giorno fa è davvero particolare nella sua semplice radicalità. Autorizzato dall’autrice, la riporto qui per intero.<br />
«Professore,<br />
ho deciso dopo tanti anni di scriverle per ringraziarla.<br />
Sono passati credo cinque anni dal mio ultimo giorno di scuola al Beccaria dove lei è stato il mio professore di filosofia per pochi mesi. Quei pochi mesi hanno determinato le mie scelte future.<br />
L’anno scorso mi sono laureata in filosofia con un tesi sul rovesciamento del platonismo nella Ricerca del tempo perduto, quest’anno ho avuto modo di lavorare con il professor Zecchi sul superamento del nichilismo nell’opera di Proust.<br />
Ricordo molto bene la sua ultima lezione al liceo, ha voluto parlarci di Proust. La ringrazio perché, in un certo senso, con le sue parole mi ha spinto ad amarlo. E ad amare la filosofia, come scelta di vita.<br />
Insomma la ringrazio perché anche grazie a lei ora sono a volte una persona felice.<br />
Francesca».<br />
È la conferma che ogni parola del docente può essere l’apertura di un mondo, che la nostra responsabilità è grande, che insegnare è un dono. Proust, Platone, il nichilismo. Temi che possono da soli riempire una vita dedicata alla ricerca e alla riflessione. Una vita autenticamente umana. Ma qui c’è assai di più. C’è il raggiungimento di uno dei due obiettivi ultimi di ogni insegnamento e apprendimento: essere «a volte una persona felice». La filosofia è infatti questo: una ragnatela che il corpomente getta sul mondo per catturare la gioia. L’altro obiettivo è svelare l’enigma di questa nostra vita. Un enigma che mentre intuisci e comprendi il senso della parte e dell’intero, dell’ora e del sempre, dell’identità e della differenza, con ciò stesso ti regala l’istante della pienezza, la costanza di una faticosa ma inesorabile serenità.<br />
Grazie a te, Francesca.</p>
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		<title>Nietzsche</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 19:53:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (Frammenti postumi 1882-1884. Parte I, 5[1/198]). Diventa necessario come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta. Diventa limpido come una mente che ha fatto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Diventa necessario! Diventa limpido! Diventa bello! Diventa sano!» (<em>Frammenti postumi 1882-1884. Parte I</em>, 5[1/198]).<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>necessario</strong></span> come una ruota che scende sul piano inclinato del tempo ma che proprio per questo –nel suo movimento scandito e inesorabile- si fa essa stessa temporalità consapevole, vivente e vissuta.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>limpido</strong></span> come una mente che ha fatto di sé il riflesso creativo del mondo abbandonando per sempre la pretesa di esserne padrona, di possedere senza tremore se stessa, i sentimenti, gli altri umani, la natura. L’alterità, infatti, è sempre in fuga, sempre pronta ad allontanarsi dalle nostre volontà di dominio e controllo sull’accadere, sulle altrui passioni, sui corpi e le cose che pure vorremmo continuamente con noi, che vorremmo diventassero<em> </em>noi.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>bello</strong></span> come tutto ciò che ha vinto la dismisura, ha rinunciato allo squilibrio dell’inutile ferocia, della meschinità, dell’invidia, del ‘così fan tutti’; che sorride a se stesso perché è all’intero che sorride.<br />
Diventa <span style="color: #ff0000;"><strong>sano</strong></span><em> </em>perché guarito dalla contrapposizione tra <em>io </em>e <em>mondo</em>, tra soggetto e oggetto, tra umanità e natura.<br />
Un corpomente <em>necessario</em>, <em>limpido</em>, <em>bello</em>, <em>sano</em> si immerge nella vita senza più giudicarla, senza più negarla ma anche senza più volerla, come una goccia che scorre nel fiume del tempo che siamo.<br />
Questo, forse, significa una frase che è un magnifico vortice concettuale: «Io sono troppo pieno e così dimentico me stesso, tutte le cose sono dentro di me e non vi è null’altro che tutte le cose. Dove sono finito io?» (<em>Così parlò Zarathustra</em>, variante al § 4 della Prefazione). L’io è finito in quel mondo trasfigurato e in quei cieli esultanti nei quali Nietzsche colse infine la sua pienezza.<br />
Isabelle von Ungern-Sternberg disse di lui che era un «Creso del pensiero che aveva dei mondi da regalare». Da parte sua, quest&#8217;uomo sapeva di aver versato una «goccia di <em>balsamo</em> […] e questo non sarà dimenticato». No, non lo è stato.</p>
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		<title>Sul tempo della fisica</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 17:20:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Paul Davies I MISTERI DEL TEMPO L’universo dopo Einstein (About Time, Orion Productions 1995) Trad. di Elisabetta Del Castillo Mondadori, 2011 (1996) Pagine IX-345 Un enigma, certo, una questione tanto fondamentale quanto intricata. Ma il tempo è alla nostra portata. Ne possiamo comprendere in gran parte natura, strutture, fondamenti e conseguenze. Ci sono però alcune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Paul Davies</strong><br />
<em><strong>I MISTERI DEL TEMPO</strong></em><br />
<em><strong>L’universo dopo Einstein<br />
</strong></em>(<em>About Time</em>, Orion Productions 1995)<br />
Trad. di Elisabetta Del Castillo<br />
Mondadori, 2011 (1996)<br />
Pagine IX-345</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/davies.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10672" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="davies" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/04/davies.jpg" alt="" width="250" height="369" /></a>Un enigma, certo, una questione tanto fondamentale quanto intricata. Ma il tempo è alla nostra portata. Ne possiamo comprendere in gran parte natura, strutture, fondamenti e conseguenze. Ci sono però alcune condizioni per riuscirvi. Una di esse è riconoscere che il tempo non è unitario ma molteplice. Nessuna scienza da sola, nessun sapere isolato, nessuna metodologia esclusiva ed escludente possono comprendere la ricchezza dell’ontologia plurale di cui il tempo è fatto.<br />
Davies si muove tra il riconoscimento, seppur forzato, di tale molteplicità e la ricaduta costante in un fisicalismo che si preclude il suo stesso oggetto e che -peggio ancora- allude con disprezzo ad altre ermeneutiche del tempo. Da un lato, infatti, ammette che «l’evidente discrepanza tra tempo fisico e tempo soggettivo o psicologico» induce a «concludere che si perde qualcosa di essenziale, che un’ulteriore qualità del tempo rimane esclusa dalle equazioni, o che addirittura esiste <em>più di un tipo</em> di tempo» (pp. 316 e 8). E tuttavia a questa intuizione del tutto corretta si accompagnano giudizi davvero sbrigativi e sprezzanti nei confronti della filosofia, compresa la riflessione originaria che i Greci dedicarono al tempo. Ma è la forza stessa del problema che induce Davies ad ammettere i limiti della fisica: «Mi pare che vi sia un aspetto del tempo di grande rilevanza che abbiamo di gran lunga trascurato nella nostra descrizione del mondo fisico» (307). Tali limiti consistono in primo luogo in una concezione “bloccata” del tempo, la cui natura dinamica viene negata per la ragione che le equazioni di Newton e di Einstein sono indifferenti alla direzione del tempo. Anche la teoria dei quanti, soprattutto la teoria dei quanti, è del tutto atemporale; «infatti, in questa teoria, per uno stato quantistico tipico, <em>il tempo è semplicemente privo di significato</em>» (198). Anche se va detto che questo non è del tutto vero. Infatti, «se diamo credito alla meccanica quantistica, sembra che le leggi microscopiche della fisica non siano necessariamente reversibili. Il collasso della funzione d’onda è un processo che introduce un’intrinseca freccia del tempo nelle leggi della fisica: le funzioni d’onda collassano, ma non de-collassano»; in altri termini, «la misura quantistica è un processo che definisce una freccia del tempo: una volta fatta la misura, non si può tornare indietro. E questo è un mistero»<sup><a href="#1">1</a></sup><a href="#1"></a>.<br />
<span id="more-10668"></span>Quantistica o relativistica che sia, la fisica contemporanea è dunque parmenidea. È una fisica dell’essere e non del divenire: «Forse anche il flusso del tempo è solo il frutto di una sensazione e, quando fissiamo lo sguardo d’acciaio della razionalità sugli eventi del mondo, esso semplicemente scompare» (281). Un’affermazione profondamente eleatica che rende ingenuo e contraddittorio il giudizio che subito dopo viene formulato sul ragionare di Parmenide, definito un «argomento cavilloso» (282). Ma di ingenuità epistemologiche questo libro è pieno, e anche di scorrettezze metodologiche, come l’utilizzo del concetto kuhniano di “paradigma” senza che però <a href="http://www.biuso.eu/2011/12/01/kuhn/" target="_blank">Kuhn</a> venga mai citato.<br />
L’obiettivo del testo è chiaro: partire da Einstein, dalla sua rivoluzione nel modo di concepire il tempo, ma poi andare oltre Einstein e i suoi limiti. A questo fine non vengono nascosti -come accennavo- molti dei problemi fondamentali e apertissimi della fisica e della cosmologia: la rovinosa incostanza della “costante di Hubble”; il conflitto tra tempo bloccato e attimo fuggente; l’assurdità dell’esistenza di corpi astronomici più vecchi dell’intero universo; la possibilità e i paradossi dei viaggi nel tempo, pur aggirati dalla coerenza degli anelli causali; la potenza della freccia del tempo, in palese contraddizione con l’indifferenza al tempo delle equazioni matematiche che descrivono l’universo in modo totalmente simmetrico rispetto alla direzione del passato e del futuro; i possibili ed esiziali errori, messi in rilievo soprattutto da Halton Arp, a proposito del <em>redshift</em>: «Ma non potrebbe essere che l’idea di collegare il <em>red shift</em> alla recessione sistematica delle galassie celi al suo interno un errore? […] Se due oggetti con <em>red shift</em> molto diversi si trovano nello spazio uno accanto all’altro, allora la legge di Hubble perde credibilità, e l’intera base della cosmologia moderna, compresa l’espansione dell’universo e la data del Big Bang, si sgretola» (161-162).<br />
Di fronte a tali -e a numerose altre- difficoltà, bisognerebbe rinunciare al dogma della reversibilità assoluta e accettare invece che il tempo sia non soltanto <em>qualcosa di reale</em> ma che sia la <em>realtà stessa</em>. Il passato e il futuro sono reali non soltanto nel significato che la relatività dà loro -«A meno che non siate solipsisti, dalla natura relativa della simultaneità c’è un’unica conclusione razionale da trarre: gli eventi che si verificano nel passato e nel futuro devono essere altrettanto reali di quelli che si verificano nel presente» (70)- ma anche e soprattutto nel costituire sia la <em>materia</em> sia la <em>mente</em>. «L’esito positivo di questi esperimenti sui dipoli significherebbe che una particella fondamentale come il neutrone -un componente della materia ordinaria- possiede un’<em>intrinseca</em> orientazione temporale. Per estensione, la materia contenuta nell’universo possederebbe un piccolissimo, ma significativo, senso della direzione del tempo. Il passato e il futuro sarebbero impressi a livello fondamentale nella struttura della materia» (239).<br />
La materia è di per sé temporale e dunque lo è anche il nostro corpomente che di materia “ordinaria” è costituito: «se il flusso del tempo sta tutto nella mente, allora è probabile che la sua direzione coincida con la freccia del tempo, dal momento che è la freccia a determinare la direzionalità dei processi termodinamici nel cervello» (286)<span style="font-size: 10px;"><a style="vertical-align: super;" href="#2">2</a>.</span><br />
Il tempo è la trama del cosmo. Legato profondamente allo spazio, esso tuttavia non è spazializzabile. Lo confermano anche i numeri immaginari che Minkowski utilizza per calcolare le distanze spaziotemporali. Il fatto che tali numeri diventino necessari «quando calcoliamo alcuni intervalli spazio-temporali e non altri è un segno che spazio e tempo non si mescolano completamente tra loro. La presenza di <em>i</em> contraddistingue gli intervalli di tempo mentre la sua assenza indica che stiamo trattando separazioni spaziali: la distinzione è chiara. Quindi, anche se lo spazio di Einstein e il tempo di Einstein sono interconnessi nello spazio-tempo di Minkowski, lo spazio rimane tuttavia spazio e il tempo rimane tempo. Quest’ultimo potrà anche essere la quarta dimensione, ma non è una dimensione <em>spaziale</em>, come ci ricorda la presenza di quella <em>i</em>» (209) .<br />
Il tempo è il tessuto di cui è fatto il corpo umano consapevole di se stesso, la cui vita è intrisa di <em>ritmi</em> circadiani, di <em>frequenza</em> nel respiro, del <em>pulsare</em> del cuore, della <em>metabolizzazione</em> di energia sotto forma di ossigeno e di cibo. Tutti processi assolutamente reali, tutti processi temporali.<br />
Difficile sì, è dire il tempo. Ma non si dà in esso alcun mistero. Parola questa, <em>mistero</em>, che infatti nel titolo originale del volume non c’è.</p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"> </a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p><a href="#2"> </a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p><a href="#2"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#2"></a><a name="1"></a><sup>1</sup> S. Carrol, <em>Dall’eternità a qui. La ricerca della teoria ultima del tempo</em> (2010), Adelphi, Milano 2011, pp. 257 e 247.<br />
<sup><a name="2"></a>2</sup> L’epigrafe al capitolo IX, tratta da Peter Atkins, così recita: «Ogni cambiamento, freccia del tempo inclusa, punta verso la corruzione. L’esperienza del tempo consiste nell’adattamento dei processi elettrochimici che avvengono nei nostri cervelli a questo lento spostamento senza scopo verso il caos, mentre affondiamo nell’equilibrio e nella tomba» (215).</p>
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		<title>Corpo/Cultura</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 22:06:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La corporeità umana è un insieme inseparabile di natura, cultura e tecnica. La dimensione naturale fa del corpo un organismo che si pone in continuità con la struttura atomica, molecolare, biologica della Terra, delle piante, degli altri animali. Come essi, il corpo è sottomesso alle leggi fisiche di gravitazione, impenetrabilità, unicità spaziale; è sottoposto alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La corporeità umana è un insieme inseparabile di <em>natura</em>, <em>cultura</em> e <em>tecnica</em>.<br />
La dimensione naturale fa del corpo un <span style="color: #ff0000;"><strong>organismo</strong></span> che si pone in continuità con la struttura atomica, molecolare, biologica della Terra, delle piante, degli altri animali. Come essi, il corpo è sottomesso alle leggi fisiche di gravitazione, impenetrabilità, unicità spaziale; è sottoposto alle leggi chimiche dello scambio energetico e termico, alla regola universale dell’entropia; è soggetto alle leggi biologiche del metabolismo, della crescita, maturazione e decadenza, è ostaggio sin dall’inizio della morte.<br />
Come <span style="color: #ff0000;"><strong>cultura</strong></span>, il corpo è segnato dai simboli cosmici e politici, dai tatuaggi che riproducono le forze degli altri animali e degli dèi, dagli abiti che lo coprono, difendono, modellano e immergono nei gusti estetici e nei modi di fare quotidiani di un’epoca, un popolo, una società. Come cultura, il corpo è desiderato in sembianze anche estetiche e non solo sessuali e riproduttive; diventa modello per le forme nello spazio, per i colori sulle tele, per le narrazioni letterarie. Come cultura, il corpo è esibito nelle piccole e grandi occasioni sociali e nelle forme rituali collettive (la <em>hola </em>degli stadi, il ballo nelle discoteche, il corpo dell’attore nei teatri). Come cultura, il corpo è agglutinato nelle masse che manifestano, scioperano, scandiscono slogan a una voce che sembra sola ma che in realtà è il frutto del convergere di esclamazioni innumerevoli. Come cultura, il corpo è sacralizzato nei totem, nei crocifissi, nei corpi paramentati a festa dei sacerdoti. Come cultura, il corpo inventa le forme che percepisce nello spazio e le loro regolarità; elabora i colori -veri e propri significati virtuali del nostro cervello- e in generale le immagini che danno spessore e profondità alla nostra percezione. Come cultura, il corpo è guardato –e non solo percepito-, è ammirato, compianto, commentato, imitato, segnato dai giudizi degli altri corpi. Come cultura, il corpo <em>parla</em> e il suo dire, il suono fisico capace di esprimere il processo immateriale del pensare, incide a fondo, produce eventi, sconvolge luoghi, trasforma le esistenze, plasma la storia. Come cultura, persino i prodotti organici del corpo –saliva, lacrime, sudore- sono irriducibili alla dimensione soltanto biologica e indicano, invece, un intero mondo di emozioni e di significati.<br />
La corporeità è la nostra dimensione di enti finiti, la cui intelligenza consiste in gran parte nella comprensione del <span style="color: #ff0000;"><strong>bastione temporale</strong></span> oltre il quale al corpo –e quindi a noi- è impossibile andare.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pluralità e interpretazione</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 09:52:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Aa. Vv. GIORNALE DI METAFISICA Pluralità e interpretazione Anno XXXIII (2011), nn. 1-2, Gennaio/Agosto Tilgher, Genova 2011 Pagine 320 Plurale ed ermeneutico è per sua natura il linguaggio. L‘uniformità unificante vorrebbe invece ridurre la pluralità dei parlanti a una «globanglizzazione» (D .Di Cesare, p. 17) sostenuta anche di recente da ministri, funzionari e decisori politici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Aa. Vv.<br />
<a href="http://www.tilgher.it/(h3dckx45pojngf55aqtn1145)/index.aspx?lang=ita&amp;tpr=2&amp;act=fscone&amp;id=424" target="_blank"><strong>GIORNALE DI METAFISICA</strong><br />
<strong> Pluralità e interpretazione</strong></a><br />
Anno XXXIII (2011), nn. 1-2, Gennaio/Agosto<br />
Tilgher, Genova 2011<br />
Pagine 320</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/GdM_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10414" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Cope Meta 2005-1" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/GdM_2011.jpg" alt="" width="115" height="167" /></a>Plurale ed ermeneutico è per sua natura il linguaggio. L‘uniformità unificante vorrebbe invece ridurre la pluralità dei parlanti a una «globanglizzazione» (D .Di Cesare, p. 17) sostenuta anche di recente da ministri, funzionari e decisori politici italiani, i quali sono convinti che la lingua sia uno strumento qualsiasi, mentre invece essa è «l’organo che articola il mondo» (20), tanto che «anche il più sottile imporsi di una lingua, non è l’imposizione di uno strumento come un altro, ma è piuttosto, e più profondamente, l’imposizione di un modo di articolare il mondo» (23). È per questo che ogni monismo linguistico uccidendo le lingue consuma le differenze e invece che creare un «paradiso comunicativo» produce «l’inferno culturale e […] il trionfo della stupidità» (26).<br />
Plurale ed ermeneutico è anche il prospettivismo nietzscheano, che non è una banale forma di relativismo proprio perché le opere di Nietzsche «forniscono dei criteri per discernere -<em>ex negativo </em>ed in positivo- il grado di validità delle varie prospettive» (S. Pastorino, 87). Si tratta di un prospettivismo vicino a quello che due fisici come Hawking e Mlodinow sostengono in un articolo pubblicato su <em>Le scienze</em> (dicembre 2010, p. 88), citato da P. Palumbo: «Non esiste un concetto di realtà indipendente da una teoria o dall’immagine che se ne ha. Adottiamo invece un punto di vista che chiamiamo realismo dipendente dal modello: l’idea che una teoria fisica o un’immagine del mondo sia un modello (in genere di natura matematica) con un insieme di regole che collegano gli elementi del modello alle osservazioni. Secondo il realismo dipendente dal modello non ha senso chiedersi se un modello sia reale, ma solo se concorda con le osservazioni. Se due modelli concordano con le osservazioni, nessuno dei due può essere considerato più reale dell’altro. Una persona può usare il modello più adeguato alla situazione che sta considerando» (138). Sono dei fisici, cioè dei veri scienziati, a mostrare l’ingenuità di non pochi filosofi tutti tesi a ‘<em>naturalizzare</em>’ sempre qualcosa: la mente, il linguaggio, la conoscenza. Ma che cosa è natura? Che cosa è realtà? La conoscenza umana passa sempre attraverso il corpomente che costruisce per se stesso percezioni, giudizi, significati. La materia è la materia della mente.<br />
<span id="more-10412"></span>Da Eraclito a Heidegger la filosofia consapevole della complessità semantica del mondo ha delineato un tentativo di comprensione che nessun riduzionismo scientista è in grado di attingere. Adriano Ardovino dedica un denso saggio ai seminari su Eraclito svolti da Eugen Fink e da Martin Heidegger. I temi principali sono identità/differenza, tempo/mondo, <em>Ereignis</em>/<em>Lichtung</em>, il fulmine.<br />
Heidegger non pensa dialetticamente identità e differenza come <em>pendant</em> l’uno dell’altra ma entrambe «come articolazione unitaria dello stesso» che non vuol dire uniformità ma piuttosto la reciproca «appartenenza (<em>Verhältnis</em>)  della distinzione (<em>Unterschied</em>)» (212).<br />
Che -diversamente da Fink- Heidegger individui in Eraclito un percorso non dal fuoco al <em>Logos</em> ma dal <em>Logos</em> al fuoco, vuol dire l’andare «dall’essere -attraverso il tempo- al mondo come appropriazione e diradamento» (222 e 214). Il mondo non è l’insieme naturalistico degli enti, non è la somma delle cose, non è il numero infinito delle circostanze. Il mondo è l’intersecarsi di <em>Ereignis </em>e <em>Lichtung</em>. Quest’ultima parola non ha a che fare con la luce -<em>Licht</em>- bensì con un diradare dinamico. Non quindi «nel senso, tendenzialmente statico e spazializzante, di “radura”, quanto in quello processuale e temporale di “diradamento”, del liberarsi di una qualche apertura» (217).<br />
Tutto questo è ben sintetizzato da Gadamer quando ricorda le parole incise sull’architrave della baita di Heidegger: <em>Tà de panta oiakìzei keraunòs</em>, «il fulmine governa ogni cosa» (fr. 64 di Eraclito); «Certamente in questa sentenza non viene inteso l’attributo del signore del cielo, attraverso cui egli fa tuonare le sue decisioni sulla terra, ma piuttosto l’improvviso e lampeggiante rischiararsi che rende di colpo ogni cosa visibile, ma in modo tale da essere di nuovo inghiottita dall’oscurità. Così almeno Heidegger legò le sue domande al senso profondo delle parole di Eraclito» (citato a p. 224).</p>
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		<title>Eros</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 18:07:45 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/eros.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-10394" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="eros" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/eros-400x266.jpg" alt="" width="256" height="170" /></a>È uno dei dialoghi più perfetti. La struttura a incastro in cui i personaggi e i discorsi si inseriscono non distoglie dal vero scopo dell’opera, anzi lo mette maggiormente in risalto.<br />
Eros è «un essere superiore all’uomo, un demone possente» generato dall&#8217;intraprendenza (Poros) e dal bisogno (Penia) (<em>Simposio, </em>202d – 203b); è l’unione del possedere e del desiderare. In quanto intermedio tra sapienza e ignoranza, Eros è dunque filosofo (204 a). In ciò si differenzia sia dagli dèi che dagli stolti i quali, per opposte ragioni, non aspirano alla sapienza. Amore è tendenza al possesso sicuro del bene/bellezza, è ricerca dell’immortalità nei due diversi gradi della generazione biologica, che prosegue nei figli la vita dei genitori, e della generazione intellettuale, la quale soltanto assicura una sopravvivenza non troppo effimera.<br />
Il lungo discorso iniziatico di Diotima conduce dalle cose belle alla Bellezza in sé, alla forma oggettiva ed eterna, della quale tutte le singole cose belle partecipano: «Ecco, l’uomo è giunto al termine: conosce il bello nella sua pura oggettività; quel bello che esiste nell’Essere» (211 c).<br />
La straordinaria efficacia della scrittura, le definizioni dell’Eros e del Bello, la descrizione mossa e chiarissima dei costumi sessuali greci, sono alcuni degli elementi che fanno di questo dialogo platonico una delle più radicali espressioni del paganesimo.</p>
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		<title>I Saggi del Villaggio</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 19:19:50 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/locandina_biuso_vittone_30_3_20121.jpg"><img class="size-large wp-image-10382 aligncenter" title="locandina_biuso_vittone_30_3_2012" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/locandina_biuso_vittone_30_3_20121-724x1024.jpg" alt="" width="347" height="491" /></a></p>
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		<title>Contro il Sessantotto. Saggio di antropologia</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 14:27:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nuova edizione Villaggio Maori Edizioni Catania, 2012 Collana I Saggi del Villaggio ISBN 978-88-906119-3-3 Pagine 176 € 14,00 &#160; La prima edizione di Contro il Sessantotto (1998) è andata esaurita presso l&#8217;editore Guida. Questa seconda edizione presenta una Prefazione di Eugenio Mazzarella, delle modifiche nel testo e un nuovo capitolo dal titolo «Desiderio del Sessantotto. Un&#8217;ambigua autocritica». Questo è l&#8217;indice completo.  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Nuova edizione<br />
<span style="font-weight: bold;"><a href="http://www.villaggiomaori.com/" target="_blank">Villaggio Maori Edizioni<br />
</a></span><span style="font-weight: bold;">Catania, 2012<br />
</span><span style="font-weight: bold;">Collana <em><a href="http://www.villaggiomaori.com/2012/04/02/alberto-g-biuso-contro-il-sessantotto/" target="_blank">I Saggi del Villaggio</a></em></span></p>
<p style="text-align: center;">ISBN 978-88-906119-3-3<br />
Pagine 176<br />
€ 14,00</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/Contro_il_Sessantotto.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-10322" title="Contro_il_Sessantotto" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/Contro_il_Sessantotto-1024x657.jpg" alt="" width="645" height="414" /></a></p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p><span id="more-10321"></span>La <a href="http://www.biuso.eu/bibliografia/libri/contro-il-sessantotto/" target="_blank">prima edizione di <em>Contro il Sessantotto</em></a> (1998) è andata esaurita presso l&#8217;editore Guida. Questa seconda edizione presenta una <em>Prefazione</em> di <strong>Eugenio Mazzarella</strong>, delle modifiche nel testo e un nuovo capitolo dal titolo «<strong>Desiderio del Sessantotto. <em>Un&#8217;ambigua autocritica</em></strong>». Questo è l&#8217;indice completo. <a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/Sessantotto_indice1.jpg"><img class="size-full wp-image-10326 alignleft" title="Sessantotto_indice" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/Sessantotto_indice1.jpg" alt="" width="369" height="546" /></a></p>
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		<title>E già</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 16:49:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Battisti-Velezia da E già (1982) &#160; Una delle canzoni più prospettivistiche ed ermeneutiche della storia della musica. «E già che la verità è solo un&#8217;immaginazione che una certezza propria non ha, ti puoi avvicinar e questo servirà ma è sempre un&#8217;interpretazione finché il contrario non accadrà» Un testo certamente nietzscheano e quasi popperiano: «usando il metodo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Battisti-Velezia<br />
</strong>da <em>E già</em> (1982)</p>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;"> </span></span></span></p>
<p><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/E-già.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10252" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="E già" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/E-già-320x300.jpg" alt="" width="320" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una delle canzoni più prospettivistiche ed ermeneutiche della storia della musica.</p>
<p>«E già che la verità<br />
è solo un&#8217;immaginazione<br />
che una certezza propria non ha,<br />
ti puoi avvicinar e questo servirà<br />
ma è sempre un&#8217;interpretazione<br />
finché il contrario non accadrà»</p>
<p>Un testo certamente nietzscheano e quasi popperiano: «usando il metodo scientifico: osservazione-analisi-esperimento» si perviene a una verità che è tale solo sino a prova contraria.<br />
Tutto questo su una base musicale synthpop che utilizza sintetizzatori elettronici capaci di creare un effetto di gaia scienza.</p>
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		<title>L&#8217;ethos teoretico</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 13:14:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione a L&#8217;ethos teoretico. Scritti per Eugenio Mazzarella a cura di Pierandrea Amato, Maria Teresa Catena e Nicola Russo Guida, Napoli 2011 in IRIDE Filosofia e discussione pubblica Anno XXIV &#8211; Numero 64 (3/2011) &#8211; Dicembre 2011 Pagine 693-694 (Una versione più breve di questa recensione è uscita l&#8217;11 dicembre 2011 sul Corriere della sera, ed. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Recensione a<br />
<em><strong>L&#8217;ethos teoretico. Scritti per Eugenio Mazzarella</strong></em><br />
a cura di Pierandrea Amato, Maria Teresa Catena e Nicola Russo<br />
Guida, Napoli 2011</p>
<p style="text-align: center;">in <a href="http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_fascicolo.php?isbn=14805" target="_blank">IRIDE<br />
Filosofia e discussione pubblica</a><br />
Anno XXIV &#8211; Numero 64 (3/2011) &#8211; Dicembre 2011<br />
Pagine 693-694</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/iride.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-10213" title="iride" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/03/iride.gif" alt="" width="150" height="214" /></a></p>
<p style="text-align: center;">(Una versione più breve di questa recensione è uscita l&#8217;11 dicembre 2011 sul <em>Corriere della sera</em>, ed. di Napoli)</p>
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