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	<title>agb &#187; filosofia</title>
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		<title>O’Clock</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 15:52:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[O’Clock time design, design time Triennale Design Museum &#8211; Milano A cura di Silvana Annicchiarico, Jan van Rossem Allestimento di Patricia Urquiola Sino all’8 gennaio 2012 Il tempo è reale, è pervasivo dell’essere, è molteplice. In tale molteplicità rientrano gli strumenti per la misurazione del tempo: gli orologi. Che cos’è davvero un orologio? «È un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.triennale.it/it/mostre/incorso/154-oclock-time-design-design-time" target="_blank">O’Clock time design, design time</a></strong><br />
Triennale Design Museum &#8211; Milano<br />
A cura di Silvana Annicchiarico, Jan van Rossem<br />
Allestimento di Patricia Urquiola<br />
Sino all’8 gennaio 2012</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/4x3_oclock04.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9719" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="4x3_oclock04" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/4x3_oclock04-400x300.jpg" alt="" width="280" height="210" /></a>Il tempo è reale, è pervasivo dell’essere, è molteplice. In tale molteplicità rientrano gli strumenti per la misurazione del tempo: gli orologi. Che cos’è davvero un orologio? «È un cuore meccanico che ci rassicura sul nostro cuore», afferma Jean Baudrillard (<em>Le système des objets</em>, Gallimard, Paris 1968, p. 34). È anche per questo che qualunque <em>oggetto</em>, qualunque <em>movimento</em>, qualunque <em>situazione</em> può diventare un misuratore del tempo, un orologio. È quello che si osserva visitando l’intrigante mostra che il Museo milanese del design ha dedicato al tempo e ai suoi strumenti.<br />
Divisa nelle tre sezioni, <em>Misurare il tempo</em>, <em>Viaggiare nel tempo</em>, <em>Rappresentare il tempo</em>, la mostra ci pone davanti e ci fa toccare gomitoli che dipanano le ore; il video di alcuni operai che cambiano le assi che formano i numeri di un orologio digitale e fanno questo per 1440 volte, il numero di minuti di cui è composta una giornata; un vaso di porcellana che a ogni ora subisce il lieve tocco di un martelletto, il quale alla lunga produrrà delle crepe nell’oggetto, anche quelle crepe sono il tempo; delle tazzine che, al contrario, mano a mano che le si utilizza svelano disegni e forme, mostrando in questo modo le possibilità che il tempo apre e non soltanto la sua forza distruttiva; un armadio dalla cui serratura esce della sabbia, clessidra irreversibile; un dispositivo tritadocumenti che ogni giorno taglia a fettine la pagina di un calendario; il video nel quale John Cage esegue il suo brano <em>4’ 33’’</em>; un cratere formato dalle gocce di cera fusa che roteano dall’alto e che cadono una al minuto; il veloce succedersi delle 365 immagini che un fotografo si è scattato ogni mattina alla stessa ora e nella medesima posizione; una sedia di plastica attaccata da dei funghi in grado di nutrirsene e quindi di farla svanire, «una procedura che aiuta l’inorganico a morire» (Silvana Annicchiarico, Catalogo della mostra, Electa, Milano 2011, p. 85); dei piatti che rompendosi rivelano al loro interno dei piccoli oggetti; alcuni orologi quasi normali ma nei quali la lancetta più lunga è piegata a indicare l’ora con cinque minuti di anticipo rispetto a quella reale, in modo da aiutare i ritardatari cronici a essere puntuali; un <em>Time to Eat</em> che tre volte al giorno -mattina, mezzodì e sera- segna non delle ore visibili o udibili ma emana i profumi delle diverse pietanze che si consumano a colazione, a pranzo e a cena; dei pennarelli in posizione verticale che lentamente perdono colore trasferendolo ai bordi e alle superfici di alcuni vasi, mostrando «come il divenire possa essere più affascinante dell’essere» (Jan van Rossem, ivi, p. 126); un video che riprende dall’alto due persone che spingono davanti a sé dei rifiuti dando loro la forma di due lancette, una corta e una lunga; un quadrante nel quale lo scorrere del tempo è radicalmente rallentato perché la lancetta dei minuti segna i mesi e quella delle ore segna gli anni, sino a 82; un domino le cui tessere cadono una dopo l’altra e poi si ricompongono a formare l’infinito ∞; un uomo dentro un pendolo che dietro il quadrante opaco cancella le lancette e subito dopo le ridipinge, leggermente spostate in avanti; candele inclinate che consumandosi accendono la candela successiva; un pannello bianco sul quale delle lancette in lento movimento formano per pochi secondi ogni 12 ore la scritta <em>Eternity</em>. <a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/eternity-2-alicia-eggert.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9720" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="eternity-2-alicia-eggert" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/eternity-2-alicia-eggert-400x207.jpg" alt="" width="400" height="207" /></a><br />
Questo elenco di idee, di manufatti, di plurali incarnazioni del tempo, è soltanto parziale. Il <em>Time design</em> non sembra avere davvero limiti di creatività e di intelligenza: «I designer della nuova generazione assumono così (involontariamente) il ruolo della filosofia, stimolando con le loro opere, che propongono nuovi modi di esperire il flusso del tempo, una riflessione sul tempo, sulla velocità e sulla fugacità» (Jan van Rossem, ivi, p. 38). L’altra curatrice della mostra, Silvana Annicchiarico, rileva la polarità tra <em>Kronos </em>e <em>Kairos</em>: «Kronos è quantitativo, Kairos è qualitativo. Kronos è ciclico e sequenziale, Kairos è occasionale, Kronos è il tempo circolare dell’orologio, Kairos è il tempo mercuriale del vissuto» (Ivi, p. 22). Ma oltre questi due archetipi, i Greci ne pensarono un terzo: <em>Aión</em>, il tempo eterno che in sé coniuga mobilità e stasi, finito e infinito, mente e materia. Quella materia che in questa mostra diventa ciò che è: tempo. Ancora.</p>
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		<title>Hic et nunc</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 09:46:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Come certi personaggi letterari sono costitutivamente esseri di fuga –basti pensare all’Albertine della Recherche-, così l’indagine filosofica sul tempo sembra mutuare dal suo oggetto il dileguarsi nel momento stesso in cui il tempo viene nominato. La difficoltà non è soltanto teoretica o logica o empirica. L’ostacolo è anche esistenziale. Il tempo, infatti, è per gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Come certi personaggi letterari sono costitutivamente esseri di fuga –basti pensare all’Albertine della <em>Recherche</em>-, così l’indagine filosofica sul tempo sembra mutuare dal suo oggetto il dileguarsi nel momento stesso in cui il tempo viene nominato.<br />
La difficoltà non è soltanto teoretica o logica o empirica. L’ostacolo è anche esistenziale. Il tempo, infatti, è per gli umani l’altro nome della morte. E qui il nodo diventa talmente complesso da consentire a Platone di definire la filosofia come una preparazione al morire e a Spinoza di affermare che a nulla il saggio pensa meno che alla morte. E anche l’<em>esatta</em> prospettiva epicurea –per la quale il morire ci è precluso poiché si tratta di un incontro che il vivente non può che mancare, sin quando è vivente- nasconde e rivela una difficoltà quasi costitutiva da parte del pensiero di pensare la morte, poiché si pensa sempre qualcosa e mai il niente. Perfino il noumeno è soltanto<em> </em>un concetto-limite e quindi pensabile al confine tra il conoscibile e l’ignoto, ma la morte? E il tempo, che la sostanzia? Si tratta di due processi diversi o non è forse il medesimo divenire che mostra se stesso nell’esserci temporale delle cose e nel loro ultimo dissolversi e scomparire? Non è certo un caso se il filosofo che nel Novecento ha fatto del tempo e dell’essere il proprio oggetto privilegiato è anche colui che meglio di ogni altro ha tematizzato la morte. Finitudine e temporalità sono due categorie o due esistenziali o due processi che formano un vincolo concettuale ed esperienziale unico. Sono la vita nel suo esserci e nell’andare. Non possiamo comprendere il morire perché e finché siamo pensiero vivo in atto e vita pensata nel tempo. Ma dal non poter comprendere la morte scaturiscono numerose difficoltà, aporie, genericità nella riflessione sul tempo. Donando agli umani l’ignoranza sul quando della loro morte, Prometeo ha reso possibile le attività e il fervore della vita di ogni giorno ma ha anche posto un ostacolo alla comprensione della natura temporale dell’umano, della sua finitezza costitutiva e quindi precedente ogni morale, ogni religione, ogni pensiero della cosa. E dunque l’affermazione aristotelica secondo la quale l’uomo è l’essere vivente che possiede in sé la percezione del tempo (<em>De anima</em>, III, 433 b) significa in primo luogo che l’uomo è l’essere che conosce la propria finitudine e in essa abita, esattamente come il divino abita l’altrove. L’altrove che è il <em>sempre</em>».<br />
(<em>La mente temporale</em>, pp. 205-206)</p>
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		<title>Matematica della luce</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 11:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Matematica della luce in La Panarie Rivista friulana di cultura Anno XLIV - N. 170 &#8211; Settembre 2011 [ma uscito nel Dicembre 2011] Pagine 9-16 &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.lanuovabase.com/170-2.html" target="_blank">Matematica della luce</a><br />
</strong>in <em><a href="http://www.lanuovabase.com/170.html" target="_blank"><strong>La Panarie</strong><br />
Rivista friulana di cultura</a><br />
</em>Anno XLIV - N. 170 &#8211; Settembre 2011<br />
[ma uscito nel Dicembre 2011]<br />
Pagine 9-16</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/panarie_170.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-9649" title="panarie_170" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/panarie_170.jpg" alt="" width="260" height="380" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Straniero/estraneo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 11:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Albert Camus L’étranger [1942] Gallimard, Paris 2011 Pagine 184 Un sole accecante intesse lo spazio, il cielo, i corpi. Un sole disumano e insostenibile. È anche a causa sua che Meursault -un impiegato che vive e lavora nell’Algeria francese, che si sente ed è come tutti gli altri- si ritrova quasi per caso a uccidere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Albert Camus</strong><br />
<em><strong>L’étranger </strong></em>[1942]<br />
Gallimard, Paris 2011<br />
Pagine 184</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Camus.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9633" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Camus" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Camus-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Un sole accecante intesse lo spazio, il cielo, i corpi. Un sole disumano e insostenibile. È anche a causa sua che Meursault -un impiegato che vive e lavora nell’Algeria francese, che si sente ed è come tutti gli altri- si ritrova quasi per caso a uccidere un arabo che lui nemmeno conosce e che era in lite con un suo vicino di casa. «Il y avait déjà deux heures que la journée n’avançait plus, deux heures qu’elle avait jeté l’ancre dans un océan de métal bouillant. […] J’ai pensé que je n’avais qu’un demi-tour à faire et ce serait fini. Mais toute une plage vibrante de soleil se pressait derrière moi» (“Già da due ore il giorno si era fermato, da due ore aveva gettato l’ancora in un oceano di metallo bollente […] Ho pensato che avessi da fare solo mezzo giro su me stesso e sarebbe finita. Ma tutta una spiaggia vibrante di sole premeva dietro di me”; p. 91), spingendolo a non fermarsi, ad avanzare, a suscitare la reazione spaventata dell’uomo che estrae un coltello luccicante al sole. «C’est alors que tout a vacillé. […] Il m’a semblé que le ciel s’ouvrait sur toute son étendue pour laisser pleuvoir du feu. […] J’ai secoué la sueur et le soleil. J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux» (“È stato allora che tutto ha vacillato. […] Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere del fuoco. […] Ho scosso il sudore e il sole. Compresi che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, l’eccezionale silenzio di una spiaggia dove ero stato felice”; 92-93).<br />
Al presidente del tribunale che gli chiede se ha qualcosa da dire dopo la feroce requisitoria con la quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a morte, Meursault risponde che lui non aveva alcuna intenzione di uccidere l’arabo e che questo è accaduto «à cause du soleil» (156). Ma un’altra corte lo aveva già osservato e giudicato. Una corte composta dai compagni d’ospizio della madre, con i quali aveva trascorso la notte di veglia funebre senza versare una lacrima: «j’ai eu un moment l’impression ridicule qu’ils étaient là pour me juger» (“ho avuto per un momento la ridicola sensazione che fossero là per giudicarmi”; 19).<br />
Quest’uomo solitario ed estraneo a ogni evento viene giudicato e condannato non per aver ucciso un altro uomo a revolverate ma per non aver pianto al funerale della madre, per non aver pregato sulla sua tomba, per essersi fidanzato il giorno successivo, per essere andato con la ragazza prima al mare e poi al cinema a vedere un film comico e aver  infine fatto l’amore con lei. Viene condannato per essere stato vivo, per avere vissuto e per volere ancora rivivere «cette vie absurde que j’avais menée» (181). È anche per questo che non aveva pianto davanti alla madre morta, poiché «si près de la mort, maman devait s’y sentir libérée et prêtre à tout revivre. Personne, personne n’avait le droit de pleurer sur elle. Et moi aussi, je me suis senti prêt à tout revivre» (“per quanto vicina alla morte, maman doveva essersi sentita liberata e pronta a rivivere ogni cosa. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto”; 183). Tale volontà di eterno ritorno merita la condanna, poiché «tout le monde sait que la vie ne vaut pas la peine d’être vécue» (“tutti sanno che la vita non vale la pena d’essere vissuta”; 171).<br />
Una vita che anche nel protagonista di questo libro è fatta di abitudine -«on finissait par s’habituer à tout» (118)-, è fatta di noia -«je n’avais rien à faire» (71)-, è fatta di indifferenza -«cela m’était égal» risponde Meursault sia al capoufficio che gli propone una promozione a Parigi sia a Marie che gli chiede di sposarlo (66 e 67)-, è fatta del bisogno d’ammazzare il tempo -«toute la question, encore une fois, était de tuer le temps» (120). Una vita che però è intrisa anche di libertà anarchica, è intrisa di poesia -«par la porte ouverte entrait une odeur de nuit et de fleurs» dice da libero (18); «des odeurs de nuit, de terre et de sel rafraîchissaient mes tempes. La merveilleuse paix de cet été endormi entrait en moi comme une marée» ripete ancora in carcere (“odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La meravigliosa pace di questa lenta estate entrava in me come una marea”; 183), una vita che è intrisa del sempre uguale della perfezione, tanto che qualunque cosa accada «il n’y avait rien de changé» (39).<br />
Una vita senza dio. L’ateismo di Camus è radicale, argomentato, compiuto. La morte di Dio è nelle sue pagine consumata sino in fondo e sino alla fine. Al pubblico ministero che durante un interrogatorio lo invita brandendo un crocifisso d’argento a chiedere il perdono di Dio, Meursault risponde di no e lo fa distrattamente, anche perché il caldo della stanza non gli aveva permesso di seguire con attenzione il ragionamento dell’inquirente. Al cappellano che vorrebbe redimerlo prima dell’esecuzione, risponde «qu’il me restait peu de temps. Je ne voulais pas le perdre avec Dieu» (“mi restava poco tempo. Non volevo perderlo con Dio”; 180). Al di là della disperazione, della morte e del nulla, al di là dunque dei modi nei quali l’esistenza è gettata nel mondo, il monologo di Camus si consuma e si chiude con un grido di poesia, di rivolta, di tenerezza e di gioia, nel quale l’ultima parola -<em>odio</em>- disegna in modo geometrico che cosa la vita sia, che cosa la vita meriti. È  uno dei finali più potenti che conosca:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuite chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et qui je l’étais encore. Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu’il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu’ils m’accueillent avec des cris de haine. (184)</p>
<p style="text-align: justify;">[Come se questa grande ira mi avesse purificato dal male, svuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segni e di stelle, per la prima volta mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Percependolo così simile a me, così fraterno infine, sentivo che ero stato felice, e che ancora lo ero. Affinché tutto fosse compiuto, affinché mi sentissi meno solo, mi rimaneva da desiderare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che essi mi accogliessero con delle grida di odio]</p>
</blockquote>
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		<title>Kuhn</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 14:15:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Thomas Kuhn La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Come mutano le idee della scienza (The Structure of Scientific Revolutions, 1962 e 1970 by The University of Chicago). Trad. di Adriano Carugo Einaudi, Torino 1969-1978 Pagine 251 Pubblicato per la prima volta nel 1962, questo libro ha rappresentato una svolta radicale nella percezione del lavoro scientifico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Thomas Kuhn</strong><br />
<em><strong>La struttura delle rivoluzioni scientifiche.</strong></em><br />
<em><strong>Come mutano le idee della scienza </strong></em><br />
(<em>The Structure of Scientific Revolutions</em>, 1962 e 1970 by The University of Chicago).<br />
Trad. di Adriano Carugo<br />
Einaudi, Torino 1969-1978<br />
Pagine 251</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/kuhn2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9451" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="kuhn2" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/kuhn2-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Pubblicato per la prima volta nel 1962, questo libro ha rappresentato una svolta radicale nella percezione del lavoro scientifico e ha suscitato un  dibattito intenso e costante che dura ormai da cinquant&#8217;anni, dibattito al quale lo stesso autore ha portato il suo contributo attraverso un Poscritto del 1969 inserito nella quarta edizione italiana. Il concetto base da cui si dirama la riflessione di Kuhn è quello di <strong>paradigma</strong>: con tale termine vengono indicate «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca» (pag.10).<br />
Intorno ai paradigmi ruotano la nascita, il consolidarsi, le crisi della forma di sapere che chiamiamo “scienza”. Paradigmi accettati, utilizzati e praticati universalmente caratterizzano i periodi di <strong>scienza normale</strong>, finché non avviene un salto, una rottura, un radicale mutamento, una<strong> rivoluzione scientifica</strong>. Le più note sono l&#8217;eliocentrismo copernicano, il rinnovamento della chimica operato da Lavoisier, le diverse dinamiche e prospettive cosmologiche di Galileo, Newton, Einstein, ciascuna tendente a sostituire la precedente.<br />
<span id="more-9447"></span>Come e perché avvengono in determinati momenti tali cambiamenti, queste rivoluzioni? Secondo Kuhn esse sono determinate anche da <strong>crisi culturali e storiche più ampie del campo scientifico propriamente detto</strong>. E fa l&#8217;esempio dell&#8217;eliocentrismo che, storicamente marginale al tempo di Aristarco (III sec. a.C.), in quello di Copernico si inserì in un più generale moto di rinnovamento culturale. È l&#8217;analisi delle modalità del cambiamento a costituire la maggiore originalità di Kuhn. Egli rifiuta totalmente le prospettive <strong>cumulative</strong> secondo cui «la transizione da un paradigma in crisi ad uno nuovo, dal quale possa emergere una nuova tradizione di scienza normale» si attuerebbe «attraverso un&#8217;articolazione o una estensione del vecchio paradigma» (111).<br />
Si tratta piuttosto -ribadisce più volte Kuhn- di «una ricostruzione del campo su nuove basi» (<em>ibidem</em>), di un «passaggio tra incommensurabili» (182), di un cambiamento del modo di vedere il mondo e persino del mondo stesso. In pratica, «i sostenitori  di paradigmi opposti praticano i loro affari in mondi differenti» (182). Da ciò deriva la concreta impossibilità della comunicazione, la quale fa sì che -come scrisse Max Planck- una nuova verità scientifica non si affermi attraverso la persuasione degli avversari ma a causa della loro morte e della crescita di nuove generazioni a essa abituate e disponibili.<br />
Kuhn osserva che nei manuali scientifici -e nella complessiva formazione dello scienziato- non rimane praticamente traccia di tali drammatici percorsi. L&#8217;autorità scientifica tende a nascondere sistematicamente «in parte per importanti ragioni funzionali, l&#8217;esistenza e il significato delle rivoluzioni scientifiche» (166), offrendo quanto più possibile l&#8217;impressione di un processo continuo e cumulativo «muoventesi in linea retta verso lo stato attuale» (201), in un indefinito cammino verso il <strong>progresso</strong>. Ciò avviene anche attraverso la rimozione di ogni seria prospettiva storica, con l&#8217;abbandono dello studio dei classici della propria disciplina, con un tipo di formazione «rigido e limitato» che somiglia a quello della «teologia ortodossa» (199). Tutto ciò è possibile anche per la natura esoterica del sapere scientifico il quale può rimanere chiuso e distante nei confronti del mondo dei profani e della vita quotidiana.<br />
Nel <em>Poscritto</em> Kuhn rifiuta le accuse di irrazionalismo e relativismo che gli furono mosse, affermando la sua convinzione che le teorie scientifiche posteriori siano migliori di quelle anteriori ma solo in quanto strumenti più perfezionati per la soluzione dei <strong>rompicapo</strong> da cui scaturisce il primo stimolo alle rivoluzioni, e non in quanto le nuove teorie -i nuovi paradigmi- fornirebbero una migliore rappresentazione di ciò che la natura realmente è.<br />
La natura rimane in ogni caso <em>al di là</em>, le analisi fisiche, chimiche, biologiche sono solo un nostro modo di indagarla. La conoscenza scientifica, in definitiva, è un particolare <strong>linguaggio</strong> adottato da un certo gruppo umano (251). Delle scienze è possibile un&#8217;analisi semantica e sociale. La pretesa di raggiungere la verità sulla natura rimane per esse troppo grande.</p>
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		<title>I filosofi</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 22:29:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«La politica è una scienza, che si deve imparare, e non un modo per vivere senza lavorare (nel migliore dei casi) o per delinquere e arricchirsi impunemente (nel peggiore e molto diffuso). Spero che arrivino a capire che, come nessuno può diventare medico, ingegnere, magistrato (e tante altre cose) senza studi regolari, esami e correlativi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«La politica è una scienza, che si deve imparare, e non un modo per vivere senza lavorare (nel migliore dei casi) o per delinquere e arricchirsi impunemente (nel peggiore e molto diffuso). Spero che arrivino a capire che, come nessuno può diventare medico, ingegnere, magistrato (e tante altre cose) senza studi regolari, esami e correlativi diplomi, così nessuno dovrebbe esercitare la professione di “politico” (che vuol dire gestire lo Stato) solo per esperienza pratica, militanza nei partiti, tirocini da portaborse (di nuovo nel migliore dei casi) o per ricchezza, spregiudicatezza e legami criminali» ( <a href="[http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/25/la-politica-oltre-il-baratro/172981/" target="_blank">Bruno Tinti, <em>Il Fatto quotidiano</em>, 25.11.2011</a> ).<br />
«Non ci sarebbe tregua dei mali nelle Città, e forse neppure nel genere umano […] se prima i filosofi non raggiungessero il potere negli Stati, oppure se quelli che oggi si arrogano il titolo di re e di sovrani non si mettessero a filosofare seriamente, sì da far coincidere nella medesima persona l&#8217;una funzione e l&#8217;altra -ossia il potere politico e la filosofia- e da mettere fuori gioco quei molti che ora perseguono l&#8217;una cosa senza l&#8217;altra» (Platone, <em>Repubblica</em>, 473 d, trad. di R. Radice).<br />
Al filosofo, dunque, bisognerà affidare il potere, a chi si è dedicato con impegno, metodo e passione alla ricerca sugli enti e sull’umano. Il potere deve andare al filosofo poiché soltanto a lui appare «il legame originario di tutte queste cose» (Id., <em>Epinomide</em>, 992 a);<em> </em>costui non solo saprà governare in maniera disinteressata ma non potrà fare a meno di proiettare sulla materia politica il rigore, la necessità, la freddezza del cosmo.</p>
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		<title>La mente, il cosmo</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 17:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/plato.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9367" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="plato" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/plato.jpg" alt="" width="216" height="233" /></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il Platone più pitagorico delinea una compiuta immagine del cosmo. Una sorta di mito definitivo nel quale ogni elemento della natura trova piena giustificazione nel legame con ogni altro. Il metodo di indagine è descritto con chiarezza e si fonda sulla distinzione metafisica fra l’essere e il divenire. Il primo, «ciò che è sempre e non ha generazione», va indagato con la pura logica, strumento della ragione. Il secondo, «ciò che si genera perennemente e non è mai essere», è il mondo empirico coglibile tramite i sensi (<em>Timeo</em>, 27D-28A, trad. di Giovanni Reale). L’uno è il mondo vero, l’altro è apparenza, ma ciò non implica nel <em>Timeo</em> un dualismo ontologico radicale. Per Platone l’essere è sempre il meglio, il mondo è il Bene. «L’universo è la più bella delle cose che sono state generate, e l’Artefice è la migliore delle cause» (29A). La positività delle cose è data dalla vita che tutte le permea -anche quelle apparentemente più passive: «questo mondo è un essere vivente, dotato di anima e di intelligenza» (30B)- e dalla costituzione secondo ordine e misura. Il Demiurgo ha portato l’essere dal disordine, dalla confusione, dalla molteplicità all’armonia della misura e del ritmo. Ecco perché Platone fa discendere la filosofia dall’astronomia, modello supremo –nel mondo fisico- di un ordine ciclico ed eterno.<br />
Nell&#8217;andamento necessario di questo testo il filosofo ripercorre la propria vicenda esistenziale e teoretica proiettandola sullo sfondo cosmico e naturale. Quanta fiducia e gratitudine per la propria identità vibra nella esaltazione della stirpe greca, «la migliore e la più bella stirpe degli uomini» (23B), che non è mai cresciuta, rimasta sempre giovane, tanto che «un Greco che sia vecchio, non c’è!» (22B). Platone sembra giocare con il cosmo e con i pensieri, al modo di un dio. Se il <em>Timeo</em> è, come si ipotizza, uno degli ultimi scritti di Platone, in esso il filosofo rintraccia ed esprime –nonostante e al di là di ogni disinganno politico- l’unità inscindibile fra la mente e il cosmo, l’ordine interiore e la perfezione dei cieli. Era forse questa la dottrina esoterica dell’insegnamento orale: l’Essere è Bene e il filosofo è colui che ne comprende la necessità superando, con immane fatica, la propria personale tragedia di uomo.</p>
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		<title>Melancholia</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 16:44:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Lars Von Trier Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter) Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011 Trailer del film La Melencolia I di Albrecht Dürer è una figura circondata dagli strumenti e dai segni della conoscenza e tuttavia intensamente perduta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">di <strong>Lars Von Trier</strong><br />
Con: Kirsten Dunst (Justine), Charlotte Gainsbourg (Claire), Kiefer Sutherland (John), Charlotte Rampling (Gaby), Alexander Skarsgård (Michael), Stellan Skarsgård (Jack), John Hurt (Dexter)<br />
Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2011/melancholia/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/melancholia_bianco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9288" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="melancholia_bianco" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/melancholia_bianco-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>La <em>Melencolia I</em> di Albrecht Dürer è una figura circondata dagli strumenti e dai segni della conoscenza e tuttavia intensamente perduta nella contemplazione di un doloroso pensiero. «C&#8217;è falsità nel nostro sapere, e l&#8217;oscurità è così saldamente radicata in noi che perfino il nostro cercare a tentoni fallisce» scrisse Dürer<a href="#1"><sup>1</sup></a><span style="font-size: small;"> </span>nella lucida e disincantata consapevolezza che la nostra ignoranza delle cose rimane, per quanto si estenda la nostra conoscenza, inoltrepassabile. Ignoranza del senso delle cose e anche, con più modestia, del destino del nostro pianeta. Al quale sempre più si sta avvicinando un corpo celeste molto più grande, il suo nome è Melancholia, pronto ad assorbire dentro la propria energia tutto ciò che la Terra è stata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il preludio dal <em>Tristano e Isotta </em>di Richard Wagner è la malinconia fatta musica. Possiede tutta la forza paradossale e struggente di questo sentimento. Le sue note intessono il <strong>Prologo</strong> del film. Una sequenza onirica nella quale una sposa emerge dalla terra e non riesce a liberarsi dal suo viluppo, i pianeti danzano l‘uno intorno all’altro, dal cielo piovono grandine e uccelli, una madre con il figlio in braccio affonda in prati troppo morbidi, dalle dita di una donna si espandono lampi.<br />
E poi <strong>Justine</strong>, la sposa. Che insieme al marito arriva in ritardo alla festa preparata per loro dalla sorella Claire e dal cognato John nel bellissimo castello in riva al mare che è la loro dimora. Eleganza, misura, fasto e sorrisi si sbriciolano poco a poco di fronte alla profonda ferocia sociale che riposa dietro i riti e le convenzioni, pronta a svegliarsi, a sbranare, a distruggere. La madre di Justine e Claire esprime con pubblico sarcasmo il proprio disprezzo verso la farsa che tutti in quel momento vede protagonisti, verso la finzione collettiva. La sposa si allontana lungamente lasciando nell’imbarazzo gli invitati. Con l’inevitabilità di un piano inclinato, è la catastrofe.<br />
Infine <strong>Claire</strong>, che ospita di nuovo la sorella, la sua malattia -tristezza la chiamavano gli antichi, depressione è il suo nome attuale-, la sua distanza da ogni evento, emozione, paura. Invece Claire è terrorizzata da Melancholia, che sempre più si avvicina inesorabile a noi. Il marito cerca di tranquillizzarla, prepara l’emergenza, scruta continuamente il cielo. Ma infine non reggerà. Le due sorelle e il bambino di Claire costruiscono una capanna trasparente nel prato. E attendono. Dopo l’ultima scena è il silenzio. Non più una parola né un’immagine. E neppure una nota.</p>
<p style="text-align: justify;">Risuona invece in chi ha guardato questo film qualcosa di antico che si chiama catarsi. Lars von Trier è riuscito a trasformare in immagini ciò che probabilmente prova chi sta sentendo avvicinarsi la fine. Quel pianeta è infatti come il monolito di <em>2001. Odissea nello spazio</em>. È figura di <strong>Ananke</strong>, della Necessità che ci supera infinitamente e tutto avvolge. È figura della morte e della vita intrecciate e dominatrici del cosmo. Anche tra i minerali, tra i pianeti, tra le stelle. Anch’essi nascono, durano e si dissolvono. Ma nel volgersi della materia e della sua energia, «la vita è qualcosa di negativo» -questo sostiene von Trier-, una breve parentesi di sofferenza destinata a tornare nel grande fuoco.<br />
«Perittoì mén eisi pántes oi melacholikoí ou dià nóson, allà dià physin; i “melanconici” sono persone eccezionali non per malattia ma per natura» è l’affermazione conclusiva dell’aristotelico <em>Problemata 30,1</em><sup><a href="#2">2</a></sup>. Il genio malinconico e gnostico di questo regista ha costruito un capolavoro che offre all’arte cinematografica l’estrema tensione della totalità e della verità ultima delle cose -la verità del mondo è la <strong>morte</strong>- e a chi guarda dona lo stupore di aver visto millenni di pensiero sull’umano e sul cosmo diventare una sola immagine.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="1"></a>1. Cit. in R. Klibansky, E. Panofsky, F. Saxl, <em>Saturno e la melanconia</em>, Einaudi 1983, p. 341<br />
<a name="2"></a>2. Trad. di C. Angelino e E. Salvaneschi, il melangolo 1981, p. 27</p>
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		<title>Oggetti</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 19:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alexius Meinong TEORIA DELL’OGGETTO (Über Gegenstandstheorie [1904] &#8211; Selbstdarstellung [1920]) A cura di Emanuele Coccia Quodlibet, Macerata 2003 Pagine 132 Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -Über Gegenstandstheorie, del 1904- e la Presentazione personale da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Alexius Meinong<br />
<strong>TEORIA DELL’OGGETTO</strong><br />
(<em>Über Gegenstandstheorie</em> [1904] &#8211; <em>Selbstdarstellung</em> [1920])<br />
A cura di Emanuele Coccia<br />
Quodlibet, Macerata 2003<br />
Pagine 132</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9223" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Meinong" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -<em>Über Gegenstandstheorie</em>, del 1904- e la <em>Presentazione personale</em> da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i due saggi delineano con chiarezza una delle ipotesi più originali e interessanti sul rapporto tra la mente umana e gli altri enti.<br />
Meinong parte dall’intenzionalità per arrivare a una teoria generale dell’oggetto. Non si può conoscere senza conoscere e rappresentarsi qualcosa. La filosofia, nella varietà delle sue articolazioni, è la scienza che si occupa di questi vissuti interni. E sin qui siamo in un ambito sia psicologico sia fenomenologico. Ma l’obiettivo di Meinong è assai diverso e consiste nel delineare una «trattazione teoretica dell’oggetto in quanto tale» (p. 23). Ma che cosa significa “oggetto in quanto tale”? È l’oggetto «indifferente all’esistenza [<em>daseinsfrei</em>]. Ho chiamato <em>teoria dell’oggetto</em> [<em>Gegenstandstheorie</em>] questa scienza dell’oggetto in quanto tale o dell’oggetto puro» (82).<br />
Ponendosi al di là del pregiudizio a favore del reale, tale teoria si occupa di tutti gli enti: quelli ai quali è possibile attribuire un’esistenza nella realtà (<em>Existenz</em>) e quelli che pur non esistendo possiedono in ogni caso consistenza (<em>Bestand</em>). <em>Existieren</em> e <em>Bestehen</em> significano entrambi in tedesco “esistere” ma nell’utilizzo di Meinong -e nella traduzione di Coccia- il primo si riferisce all’esistere empirico, il secondo all’esistere in quanto tale. Tutto ciò che esiste consiste ma non tutto ciò che consiste deve anche esistere.<br />
<span id="more-9219"></span>Quali sono dunque gli oggetti che pur essendoci non esistono? Sono molti. Prima di tutto gli oggetti matematici e geometrici. Numeri e forme geometriche, infatti, non possiedono esistenza empirica, sono non reali: «Non si vorrà certo accusare la matematica di estraneità alla realtà» e tuttavia «l’essere a cui la matematica in quanto tale deve interessarsi non è mai l’esistenza e mai essa si spinge in questo senso oltre la consistenza [<em>Bestand</em>]: una linea retta esiste così poco quanto un angolo retto e un poligono regolare quanto una circonferenza» (25-26). La matematica è dunque sostanzialmente un settore della teoria dell’oggetto. Si può dire che essa costituisca la «teoria speciale dell’oggetto», la quale nella sua forma generale si occupa di numerosi altri oggetti (47). Essa tratta, infatti, anche di  oggetti quali “identità e differenza”, la quantità di libri in una biblioteca, il numero delle diagonali di un poligono, gli antipodi, i significati, gli oggetti impossibili, quelli assurdi, come il quadrato rotondo o la montagna dorata. Essa affronta, inoltre, gli “oggettivi” e cioè i contenuti di molte proposizioni e giudizi. Ad esempio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando dico “è vero, che ci sono antipodi” non è agli antipodi ma all’oggettivo “ci sono antipodi” che la verità è attribuita. Ciascuno comprenderà immediatamente che l’esistenza degli antipodi è qualcosa che certo può consistere [<em>bestehen</em>] ma da parte sua non può esistere. Ciò vale anche per tutti gli altri oggettivi, così che ogni conoscenza che ha per oggetto un oggettivo rappresenta al tempo stesso un caso di conoscenza di un non-esistente. (25)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza stessa è un tale oggettivo e quindi essa «non esiste, ma può solo consistere» (87).<br />
Da tutto ciò si comprende che per Meinong l’oggetto appartiene all’ontologia e non alla teoria della conoscenza. La <em>Gegenstandstheorie</em> è dunque una scienza autonoma rispetto alla gnoseologia e a ogni altro sapere. Autonoma anche dalla metafisica, che pure sembrerebbe lo sfondo e l’ambito naturale di un discorso siffatto. Rispetto alla metafisica, la teoria dell’oggetto è a priori, è più ampia e universale. Affermazioni teoreticamente assai forti, queste, ma ben difese da Meinong, il quale scrive che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la metafisica ha senza dubbio a che fare con la totalità di ciò che esiste, ma la totalità di ciò che esiste, con inclusione di quanto è esistito ed esisterà, è infinitamente piccola se paragonata alla totalità degli oggetti della conoscenza [<em>Erkenntnisgegenstände</em>]. Che tutto ciò sia trascurato con tanta leggerezza si deve certamente al fatto che l’interesse particolarmente vivo per il reale, interesse che appartiene alla nostra natura, porta all’eccesso per cui si considera il non-reale come un puro nulla o, più precisamente, a considerarlo come qualcosa che non offrirebbe in alcun modo alla conoscenza dei punti di aggancio, oppure forse alcuni, ma solo scarsamente apprezzabili.<br />
Quanto poco una simile opinione sia dalla parte della ragione lo mostrano facilmente gli oggetti ideali [<em>ideale</em> <em>Gegenstände</em>], che hanno sì una certa consistenza, consistono [<em>bestehen</em>] ma non esistono affatto e perciò non possono essere in nessun modo reali. Uguaglianza e diversità, ad esempio, sono oggetti di questo tipo: essi consistono forse in questa o quella situazione tra realtà fattuali, ma non costituiscono alcun frammento di realtà. (24)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appartiene alla teoria dell’oggetto tutto ciò che può essere predicato e conosciuto di un oggetto senza tener conto della sua esistenza. È questo un sapere illimitato, universale e a priori, il cui oggetto è  «tutto il dato», mentre la metafisica sarebbe una scienza «a posteriori che del dato sottopone ad analisi ciò che appunto può esser preso in considerazione dalla conoscenza empirica, cioè tutta la realtà», la quale -dovrebbe essere ormai chiaro- non coincide con tutto ciò che è possibile conoscere (55-57).<br />
La logica del non esistente, del fuoriessente [<em>auβerseiend</em>], viene da Meinong espressa con alcune formule efficaci: «ci sono oggetti per i quali vale che siffatti oggetti non ci sono» (28), il che significa che il puro oggetto si pone al di là dell’essere e del non essere. «L’essere (inteso nel suo senso più ampio) che si ha davanti a sé in ogni oggettivo, si rivela o come <em>essere</em> in senso stretto (il paradigma è: “A è”) o come <em>esser-così</em> (“A è B”) o come <em>con-essere </em>(“se A, allora B”)» (87). L’esser così, l’essere in un certo modo dell’oggetto, è un campo di indagine che prescinde dalla questione relativa all’esistere o al non esistere dello stesso oggetto. «Non v’è dunque alcun dubbio: ciò che è destinato ad essere oggetto di conoscenza non deve per questo necessariamente esistere» (27).<br />
In tal modo l’analisi di Meinong si pone anche oltre idealismo e realismo, ed è in ogni caso lontanissima dal soggettivismo che pretende di creare il mondo: «Per questo l’afferrare non può mai creare il suo oggetto o anche solo modificarlo, ma solo sceglierlo per così dire dalla molteplicità di ciò che è già dato (per lo meno come fuori-essente)» (112).<br />
Il pensiero di Meinong affronta anche altri ambiti, quali la teoria del valore, i sentimenti -che il filosofo pone in un ingiustificato rapporto di anteriorità logica rispetto ai desideri-, il libero arbitrio. Per tutti vale un’osservazione significativa e condivisibile formulata nel paragrafo conclusivo della <em>Presentazione personale</em>: «L’arte di rendere quanto è già popolare ancora più popolare e, per ciò stesso, di diventar popolari mi è stata interdetta; e per quanto possa esser utile per introduzioni e digressioni retoriche, la filosofia non è mai stata del resto realmente popolare nell’esercizio della scienza» (126). Questo pensatore rigoroso e inclassificabile enuncia accenti personali di grande intensità quando accenna al tramonto del proprio giorno, al «destino di tutto ciò che è umano, la caducità […]. Tra non molto lo stesso destino esigerà da me in modo ancor più evidente un tributo personale. Spero che il mio sforzo e le mie aspirazioni siano riuscite ad accrescere durevolmente le generazioni future nel sapere o per lo meno nella speranza del sapere, non importa se in misura modesta» (79).<br />
È parte di tale caducità dell’umano il fatto che «la ricerca scientifica è destinata solo eccezionalmente a condurre a risultati permanenti e definitivi: ciò che essa porta alla luce ha espletato il suo compito se è divenuto punto di partenza per nuove e migliori elaborazioni», che altri -continua- potranno e dovranno «proseguire in forma autonoma» (120). Ed è in questo spirito che sarebbe da porre una domanda sullo statuto del tempo all‘interno della <em>Gegenstandstheorie</em>. Il tempo, infatti, è un oggetto intessuto di molteplicità. Esso <em>esiste</em> certamente nella fisicità dei movimenti naturali e nel divenire del cosmo. Ma anche <em>consiste</em> nella sua dimensione più interiore di ritmo matematico, di significato sonoro, di percezione della durata, di temporalità sociale e di convenzione strumentale. E ritorna a essere esistente nei corpi che vivono e che quindi vanno verso la propria dissoluzione. In questa sua natura plurale e irradiante, il tempo è forse l’oggetto per eccellenza, il quale è e consiste, sta e diviene, trasforma ogni altro ente ed è in se stesso il suo proprio mutare.</p>
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		<title>Intervista su Come internet cambia la nostra mente</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 19:38:22 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Il numero di ottobre 2011 della rivista svizzera <em><a href="http://saas.it.yousee.net/gallery/view.asp?seq=1054&amp;path=111020103251" target="_blank">Ticino Management</a></em> (anno XXIII, n. 10) ha dedicato ampio spazio al rapporto tra tecnologia informatica, mente umana e società. Su questi temi sono stato intervistato anch&#8217;io. Del dossier segnalo due articoli ai quali ho più direttamente contribuito: <em>Se non ora, quando?</em> (pp. 46-49) e <em>Fine della geografia?</em> (pp. 56-59).</p>
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