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Mazzarella. Vita politica valori

Recensione a:
Eugenio Mazzarella
Vita politica valori. Sensibilità individuali e sentire comunitario
in Giornale di Metafisica
n. 33, 1/2 2011 – Autunno 2011
Pagine 317-319
(liberamente leggibile in formato pdf )

Il volume analizza in modo rigoroso il nesso tra etica, storia e natura umana mediante la discussione di alcune questioni tanto essenziali nel tessuto della nostra quotidianità quanto fragili nel loro statuto teorico: la fecondazione assistita, le condizioni terminali di vita, le Dichiarazioni anticipate di trattamento, la regolamentazione delle coppie di fatto e in particolare delle coppie omosessuali stabili, il problema dell’identità e dell’integrazione nei rapporti tra religioni e democrazia. Il libro si presenta come un punto di riferimento indispensabile per il legislatore, per il filosofo e per il cittadino. I temi che il testo affronta ne escono infatti più forti nelle loro strutture profonde e più limpide nelle possibili risposte.

Carneficina

Carnage
di Roman Polanski
Con: Jodie Foster (Penelope Longstreet), Kate Winslet (Nancy Cowen), Christoph Waltz (Alan Cowell), John C. Reilly (Michael Longstreet)
Francia, Polonia, Germania, Spagna, 2011
Dal testo teatrale Il dio del massacro, di Yasmina Reza
Trailer del film

Un appartamento a New York. Penelope e Michael Longstreet si comportano come una coppia progressista, civile, tollerante che sta discutendo con Nancy e Alan Cowell -due seri professionisti pure loro- al fine di risolvere pacificamente e velocemente i problemi nati dallo scontro fisico tra i loro due figli adolescenti. Il figlio dei Cowell ha infatti colpito con un bastone quello dei Longstreet, causandogli danni alla bocca. Tutto procede in modo ineccepibile e nelle dovute forme. La coppia ospite è sempre in procinto di andarsene ma qualcosa la trattiene. Emergono così a poco a poco e implacabilmente i conflitti profondi che intramano non soltanto le relazioni fra persone che sino a qualche ora prima non si conoscevano ma anche i rapporti tra le due coppie al loro interno. Il risultato è una carneficina (Carnage) dialettica, psicologica, esistenziale.

La prima inquadratura, quella nella quale si vedono sul campo medio gli adolescenti litigare, è incorniciata da due alberi che formano una sorta di luogo chiuso. Sulla stessa scena il film si chiude dopo essersi svolto tutto nello spazio di un appartamento. E tuttavia si tratta di un’opera estremamente dinamica. Per il modo in cui si alternano gli attori in primo piano e quelli sullo sfondo; per il continuo movimento della cinepresa, che non indugia mai sullo stesso personaggio o situazione più di qualche secondo; per la recitazione magistrale dei quattro attori (soprattutto Jodie Foster); per lo spazio che sembra pulsare, ampliarsi, restringersi, diventare il quinto personaggio del film. Film estremamente divertente. L’ironia, infatti, non sta soltanto nelle battute, nei dialoghi che oscillano tra il banale e il profondo, in alcune particolari situazioni (il vomitare di Nancy, la disperazione di Penelope per la conseguente rovina di un catalogo di Kokoschka, lo sguardo e i modi sperduti di Alan quando viene privato del suo infestante cellulare) ma l’ironia sta nella vita stessa così come emerge dalla miriade di microinterazioni che costituiscono l’opera.
Il vero limite sta nel doppiaggio, poco sensato sempre ma assolutamente dannoso in un’opera teatrale e parlata. Soltanto in Italia subiamo questa pratica così provinciale, mentre altrove è del tutto normale seguire i film in lingua originale e sottotitolati. Peccato non aver potuto gustare le voci, le inflessioni, le tonalità vere dei quattro attori. E peccato, naturalmente, che Carnage non abbia vinto nulla alla Mostra del cinema di Venezia. Peccato per Venezia, che ha perso l’occasione di premiare un film assai bello. Dalla visione si esce come purificati. Perché consapevoli che questo sono in gran parte le relazioni sociali: un massacro. Ma consapevoli anche che si può comprenderle e riderci sopra.

La famiglia ritrovata?

Sorelle Mai
di Marco Bellocchio
Con:  Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Letizia Bellocchio, Maria Luisa Bellocchio, Gianni Schicchi, Alba Rohrwacher, Valentina Bardi
Italia, 2010
Trailer del film

Sulle colline piacentine, a Bobbio, Giorgio spera in un futuro che non arriva e intanto accudisce la nipotina Elena, che sua sorella Sara lascia spesso da sola per inseguire il sogno di diventare un’attrice. Giorgio ed Elena vivono nella vecchia casa di famiglia, insieme alle zie nubili, alla loro tenace anche se un po’ funebre positività. A curare casa e interessi è l’amico di famiglia Gianni Schicchi. Da Bobbio si va e si torna, come se un’attrazione senza fine richiamasse sempre al luogo nel quale si è apparsi alla vita. Una melodia di eventi semplici ma a volte anche drammatici e violenti si dipana dal 1999 al 2008, un tempo finto nei personaggi ma reale negli attori che li interpretano. Il film, infatti, è stato girato lungo questo arco cronologico. Vediamo quindi gli attori/personaggi crescere davvero, mutare, invecchiare. I luoghi, invece, sembrano rimanere identici a se stessi, attraverso inquadrature sgranate o a obiettivo corto, che non descrivono gli spazi ma il modo in cui gli umani li colgono.

Il dolore, il fallire, i sogni mai vissuti e la pazienza che ne scaturisce, intridono come un basso continuo quest’opera, che anche per ciò risulta così vicina alla vita vera. La ribellione estrema del primo film di Bellocchio -I pugni in tasca (1965), girato negli stessi luoghi di Sorelle Mai- si è stemperata ma non è scomparsa. La famiglia vi viene descritta per quello che essa effettivamente è: un rifugio biologico prima ancora che psicologico, e per questo una calamita potentissima e pronta sempre a dissolversi, rasserenante e angosciante a un tempo. La sintesi degli opposti accade nella bellissima scena conclusiva, nell’enigma di un gesto senza spiegazioni ma, si sente, carico di tutto ciò che il tempo e i rapporti hanno stratificato. Il Trebbia, fiume e placenta, purificazione e desiderio, è forse il vero protagonista di questo film privato e oggettivo, intimo e metafisico, tecnicamente raffinato e quindi documento efficace del perché gli orrendi filmini familiari girati da dei dilettanti (prime comunioni, compleanni, matrimoni, gite…) non siano né arte né esistenza ma soltanto la testimonianza che ad accadere non è la vita -che forse davvero «es sueño»- ma la mente che la crea.

La famiglia presa a pugni

The Fighter
di David O. Russel
Con: Mark Wahlberg (‘Irish’ Mickey Ward), Christian Bale (Dickie Eklund), Amy Adams (Charlene), Melissa Leo (Alice)
USA, 2010
Trailer del film

Cresciuti a Lowell, uno squallido borgo alla periferia di Boston, i due fratelli Mickey e Dickie si dedicano sin da bambini al pugilato. Dickie, il maggiore, brucia il proprio talento nel crack e nella galera ma rimane il punto di riferimento di Mickey, oltre che il suo allenatore. Entrambi sono sotto il controllo della determinata e terribile madre Alice, che fa loro da manager senza averne le capacità, e di altre sette sorelle. Quando Dickie incontra l’intelligente Charlene, comprende che se rimane dentro questa famiglia sanguisuga non potrà ottenere alcun risultato dal proprio impegno e dalle botte che continuamente prende sul ring. Tra rotture e riconciliazioni, la vittoria del titolo mondiale arriverà nella maniera più insperata. Il film si chiude con un breve video che ritrae i due veri fratelli che salutano gli spettatori.

Per chi non è interessato al pugilato, un film come questo potrebbe apparire noioso. E invece no. Perché insieme alle numerose e comunque coinvolgenti scene di combattimento, The Fighter scava nei desideri, nelle angosce, nella tenacia e nei fallimenti delle persone, qualunque sia il loro obiettivo. Dà anche un segnale di speranza mostrando la degradazione alla quale può arrivare un tossico ma anche il suo possibile riscatto. Gli attori partecipano con convinzione, soprattutto un eccellente Christian Bale nel ruolo dell’insopportabile ma anche determinante fratello. Prima del finale, il film si sfilaccia e perde un po’ del ritmo che lo sostiene ma rimane un’opera interessante soprattutto perché capace di descrivere un intero ambiente sociale attraverso la coralità che tutto la attraversa. Quando la famiglia ti abbraccia con troppa energia, il risultato può essere peggiore di un pugno.

Mente & cervello 75 – Marzo 2011

Comprendere l’umanità nelle sue potenzialità e nei suoi limiti significa prima di tutto accettare e accogliere il dato di fatto della nostra corporeità anche chimica e molecolare, quella che -ancora una volta- rende illusorio il libero arbitrio. Il corpo che siamo, infatti, comunica sì con i segni verbali ma parla anche con i feromoni -come fanno altre specie viventi- e «laddove le conversazioni verbali sono astratte e piene di sfumature, quelle chimiche sono fisiche e largamente predeterminate» (J. Castro, p. 102). La parola è uno strumento naturale che veicola significati non materiali, esattamente come gli odori. Leggi il seguito »

Vendette

In un mondo migliore
(Hævnen)
di Susanne Bier
Danimarca-Svezia, 2010
Con William Jøhnk Nielsen (Christian), Markus Rygaard (Elias), Mikael Persbrandt (Anton),
Trine Dyrholm (Marianne), Ulrich Thomsen (Claus)
Trailer del film

Dopo la morte della madre, Christian si trasferisce in una nuova città e nella sua scuola media. Qui incontra Elias, un ragazzino vittima del bullismo dei compagni più grandi e grossi. Elias non sopporta la madre ed è molto legato al padre, un medico che lavora in Africa e quindi è spesso assente. Il padre suo, invece, Christian lo detesta perché è convinto non abbia fatto abbastanza per salvare la madre dal tumore che l’ha uccisa. Il chiasmo genitoriale lega ancor più i due adolescenti, che cominciano a vendicarsi non soltanto dei propri compagni ma anche di un brutale figuro che schiaffeggia Anton, il padre di Elias. Anton è molto razionale, autocontrollato, pacifico e dedito ai propri malati in Sudan ma anche lui commette a suo modo un gesto di vendetta, prima del finale che ricompone forse troppo velocemente ogni conflitto.

Il titolo originale -Hævnen- in danese significa vendetta, quel risultato di offese gratuitamente ricevute e di un sordo rancore che trasforma gli uomini in Erinni e quindi in Dike, la giustizia che non perdona. Il volto da angelo di William Jøhnk Nielsen è perfetto nel rendere la gelida determinazione di un ragazzo a punire chi gli ha fatto del male. Fredda e analitica è anche la fotografia e la capacità della regista di fare dei primi piani la forma stessa del racconto. La complessità dei sentimenti umani va in questo film al di là dell’inevitabile esotismo africano e della banalità di quotidiane violenze. Riesce a toccare, invece, il nucleo profondo da cui si genera il bisogno di giustizia di fronte alla cieca stupidità dei comportamenti altrui. Vendicarsi è, naturalmente, un dato biologico analogo al nutrirsi. Ciò che può mutare è la qualità delle pietanze e il modo di portarle in tavola.

Sottoumani

Arrivano notizie di viaggi di gruppo organizzati per andare a visitare i luoghi dove è recentemente avvenuto un efferato delitto. Un omicidio di famiglia che conferma come questa istituzione non sia soltanto una delle più ipocrite tra quelle esistenti ma anche tra le più feroci. Gli esseri umani, infatti, non possono stare a lungo troppo vicini senza cominciare a odiarsi. E, se possibile, a scannarsi. Platone proponeva l’abolizione della famiglia per quanti vogliono raggiungere il meglio nella vita. Aveva ragione.

Questo truce voyeurismo dell’orrore è naturalmente figlio dell’idiota voyeurismo televisivo. Mi dicono, infatti, che ore e ore dei programmi trasmessi dalla scatoletta vengono dedicate all’assassinio di Avetrana. Ma non si tratta soltanto di televisione. Si tratta del fatto che la gente è semplicemente immonda, anime morte, zombie irresistibilmente attirati da altri cadaveri, sciacalli spinti alle carogne, mosche sulla merda.

Il corpo di Sakineh, l’infamia del potere

Non so quale sarà il destino di Sakineh Mohammadi Shtiani, la donna iraniana frustata e condannata alla lapidazione per aver commesso adulterio. Ma so che l’essenza del potere è da sempre il controllo dei corpi e il dominio sui loro desideri. È quindi ingiustificata ogni nostra pretesa, nostra di cristiani europei o statunitensi, di essere diversi rispetto alla teocrazia che infesta l’Iran. La condanna a morte, l’isolamento sociale, l’angoscia psicologica costituiscono certo forme tra loro assai diverse di punizione e però hanno tutte a fondamento l’istituzione che più di ogni altra fa da tramite fra il potere e la persona: la famiglia. Quando essa è fondata su un contratto -civile o religioso che sia- e non sulla libera adesione di chi giorno per giorno sceglie di amare il proprio compagno o compagna, la famiglia diventa il luogo terrorizzante dell’oppressione che i maschi esercitano sulle donne. Tra tutte le religioni, i tre monoteismi del Libro sono le più maschiliste e sessuofobiche, sono delle autentiche macchine di infelicità, sono delle sadiche espressioni contro natura poiché naturale è il desiderio di cui i corpi sono fatti.

Ed è ingenuo credere che in questo il cristianesimo sia migliore del rigorismo ebraico e del fanatismo islamico. Anzi, nel Vangelo di Matteo si legge una frase che trasferisce il terrore (il cosiddetto “peccato”) dalle azioni esteriori alla psiche: «Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt, 5, 27-28). Che cosa c’è di più naturale del desiderio di un bel corpo? I Greci lo sapevano e lo accettavano; ebrei, cristiani e musulmani trasformano il desiderio in peccato. Lo conferma anche un altro brano evangelico, di solito addotto a testimonianza di clemenza. È vero, l’adultera non venne lapidata ma, rimasto solo con lei, Jeshu-ha-Notzri così le si rivolge: «“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”» (Gv, 8, 10-11). Come se il desiderio e il piacere fossero peccato!

Contro la legge islamica ma anche contro quella mosaica, evangelica e civile, va detto con chiarezza che libertà è il poter disporre in modo incondizionato, sovrano e ininterrotto del proprio corpo, del corpo che si è, senza che il potere dei preti e dello stato intervenga a imporre la sua infamia.

Mente & Cervello 64 – Aprile 2010

Esiste a Torino un museo singolare, dove si viene accolti dallo scheletro del padrone di casa, Cesare Lombroso. Leggi il seguito »

Una soluzione razionale

(Det enda rationella)
di Jorgen Bergmark
Con: Pernilla August, Stina Ekblad, Magnus Roosman, Rolf Lassgard
Svezia, 2009

Erland e May tengono dei corsi di educazione matrimoniale nella chiesa protestante della città. Il loro legame appare forte e sereno. Sino a quando Erland non si innamora, ricambiato, di Karin, moglie di un suo collega e amico. I due preferiscono parlarne esplicitamente ai rispettivi coniugi in modo da cercare tutti insieme “una soluzione razionale” che consiste nel vivere nella stessa casa, in attesa che questa passione effimera svanisca. Ma la razionalità delle intenzioni stride con la profondità anche temporale dei sentimenti.

Ben scritto e splendidamente recitato dai quattro protagonisti, questo film riprende il percorso dell’indagine del maestro Bergman sulla famiglia, sull’eros, sulla geometria delle relazioni tra i sessi. Tutti ben maturi, i personaggi vivono le loro passioni con lo stesso trasporto dei ventenni, mostrando dall’intimo e dall’interno la potenza di un sentimento che secondo Proust «quelle qu’en soit la cause, est toujours erroné» (Sodome et Gomorrhe, «A la Recherche du temps perdu», Gallimard, pag. 1358). Molto bello anche il finale, con gli sguardi rasserenati dall’abbandono.

La famiglia Wolberg

(La Famille Wolberg)
di Axelle Ropert
Francia 2009
Con François Damiens (Simon) Valérie Benguigui (Marianne), Serge Bozon (Alexandre)

famille_wolberg

Simon Wolberg è sindaco di una anonima cittadina francese. Dedica il Liceo al nome di una cantante soul, si intromette nella vita privata dei suoi concittadini, brinda col padre sulla tomba della madre, ama moltissimo la moglie e i due figli, detesta -invece- il cognato bohémien, è convinto che in famiglia nulla debba essere nascosto. Ma l’angoscia e l’insicurezza insidiano il suo corpo e le sue due famiglie, quella privata e l’altra collettiva.

L’ambiguità, la ricchezza, l’egocentrismo del protagonista emergono solo a tratti e in modo discontinuo. Anche i caratteri degli altri personaggi sembrano un po’ troppo rigidi. Peccato, il film è scritto molto bene ma è poi realizzato in modo piuttosto piatto.

Riunione di famiglia

di Thomas Vinterberg
(En mand kommer hjem)
Danimarca-Svezia, 2007
Con: Thomas Bo Larsen
 (Il cantante), Oliver Møller-Knauer
 (Sebastian), Karen-Lise Mynster
 (la mamma), Helene Reingaard Neumann
 (Claudia), Ronja Mannov Olesen
(Maria)
Trailer del film

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Un borgo danese festeggia i suoi 750 anni di esistenza e organizza una cena di gala in onore del famoso cantante lirico suo concittadino. In questa occasione Sebastian, uno degli addetti alla cucina, scopre di essere l’ignoto figlio del celebre personaggio, ritrova un suo vecchio amore, litiga con la fidanzata, guarisce dalla balbuzie, tradisce e viene tradito, da cameriere si trasforma in invitato…

Il film arriva in Italia due anni dopo la presentazione al Festival di Roma e conferma il grande talento mostrato da Vinterberg con Festen (1999). Il sottotitolo afferma che Riunione di famiglia rappresenta “il lato comico” di quell’opera. In effetti, ancora una volta tutto ruota intorno alla figura del padre, alla sua assenza, alla sua violenza. Non a caso l’unica aria d’opera a essere eseguita è il «Di Provenza il mare e il suol…» con cui “il genitore” di Alfredo Germont canta tutto il proprio egoismo.
Lieve ma sempre graffiante verso le menzogne della famiglia -verso la menzogna che la famiglia è- il film tocca il suo culmine nella scena dell’aggressione di Sebastian contro il padre a tavola, ha una splendida fotografia che circonda le vicende di un’aura favolistica, trova nelle musiche la vera voce narrante, sa alternare nel montaggio i diversi e complessi sentimenti che lo intessono.