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L’Università che vogliamo

Due docenti universitari hanno redatto un appello -rivolto al ministro Profumo e a Monti- che sta ricevendo adesioni molto numerose. L’ho sottoscritto anch’io poiché mi sembra che descriva con realismo la situazione in cui ci siamo cacciati e proponga delle vie d’uscita. Vi si stigmatizza, infatti, la progressiva burocratizzazione: «Si sta scatenando negli atenei la definizione dei “criteri di valutazione”, al fine di misurare la “produttività” scientifica degli studiosi, come si misura una qualsivoglia quantità calcolabile. Anche per questo le Università europee sono sotto l’assedio quotidiano di un flusso continuo di disposizioni normative, che soffocano i docenti in pratiche quotidiane di interpretazioni e applicazioni quasi sempre di breve durata. Sempre minore è il tempo per gli studi e la ricerca, mentre la vita quotidiana di chi vive nelle Facoltà –docenti, studenti, personale amministrativo– è letteralmente soffocata da compiti organizzativi interni mutevoli, spesso di difficile comprensione, quasi sempre pleonastici». Un fenomeno che gli studenti dell’Ateneo dove insegno ben conoscono, dato che ogni anno vengono loro imposte modifiche anche radicali ai piani di studio, le quali creano una confusione enorme che sono i ragazzi a scontare, prima e assai più che i docenti.
Si condanna il cosiddetto «processo di Bologna», voluto nel 1999 dall’allora ministro Luigi Berlinguer (di infausta memoria) e sostenuto poi dai suoi successori. Tale modello ha infatti «rivelato il suo totale fallimento. Il numero dei laureati non è aumentato, le percentuali degli abbandoni nei primi anni sono rimaste pressoché identiche, diminuiscono le immatricolazioni, si fa sempre più ristretta l’autonomia universitaria, i saperi impartiti sono sempre più frammentati e tra di loro divisi, tecnicizzati, mai riconnessi a un progetto culturale, a un modello di società».
Un fallimento che l’appello giustamente riconduce al modello statunitense: «Ma a dispetto dell’immenso fiume di risorse e la finalizzazione spasmodica delle scienze alla produzione di brevetti e scoperte  strumentali, i risultati sono stati irrisori. La grande  ondata di nuovi posti di lavoro qualificati non si è verificata. Anzi, gli investimenti nel sapere hanno accompagnato un fenomeno dirompente: la distruzione della middle class. […] Inseguire gli USA su questa strada è aberrante. La crisi in cui versa il mondo rivela l’erroneità irrimediabile di una strategia da cui bisogna uscire al più presto».
Per avviare la «fuoriuscita dal modello liberistico di un’Europa ormai sull’orlo del collasso» il testo formula proposte molto concrete e di buon senso, tra le quali:
«Abolire il fallimentare sistema del 3+2 dall’organizzazione degli studi e ripristinare  i precedenti Corsi di Laurea, prevedendo lauree brevi per le Facoltà che vogliono organizzarli».
«Abolire i crediti (i famigerati CFU) come  criteri di valutazione degli esami».
«Noi crediamo giusto che l’Università resti pubblica, sostenuta da risorse pubbliche. […] L’organo di autogoverno degli Atenei sul piano didattico e della ricerca non può essere comunque il CdA, ma il Senato Accademico, democraticamente eletto, in modo da rappresentare equamente tutte le discipline e tutte le figure di coloro che nell’Università lavorano e studiano».
«Occorre immediatamente dar vita a un meccanismo di rapido reclutamento di nuovi ricercatori […] Ma è necessario al più presto bandire concorsi per la docenza in tutte le Facoltà. I docenti (compresi i ricercatori) italiani sono i più vecchi d’Europa e i numerosi pensionamenti hanno sguarnito gravemente tante Facoltà», compresa quella in cui insegno, i cui studenti hanno visto la cancellazione da un giorno all’altro di materie da loro scelte al momento dell’iscrizione.
«È infine necessario spendere le energie dei docenti per riorganizzare i saperi, il loro studio e la loro trasmissione nelle Università», poiché il senso della docenza universitaria affonda nella ricerca e nello studio quotidiano (“da mattina a sera”), aggiornato e scientifico e non nella burocratizzazione e nella quantificazione espressa da un lessico non a caso mercantile (debiti e crediti).
Consiglio di leggere con attenzione e per intero il Documento. La questione universitaria non riguarda i docenti e neppure soltanto gli studenti che frequentano per alcuni anni gli Atenei, ma è un ambito la cui struttura e il cui funzionamento ricadono sull’intero corpo sociale, su tutti.

I banchieri

Avevo auspicato che l’Europa ci liberasse da un governo infame. E così sembra.
Liberarci dalle macerie dalla sconcertante volgarità, dal malaffare, dall’incapacità amministrativa sarà assai più difficile. Gli ultimi anni del berlusconismo ci hanno condotto alla soglia della catastrofe economica. A evitarla sono stati chiamati i banchieri, nella persona di Mario Monti. Costui è stato un importante membro della Goldman Sachs, la più grande banca d’affari del mondo e tra le prime responsabili dell’attacco speculativo contro l’Italia. Le premesse sono quindi pessime, perché affondano nel dominio della finanza mondiale e dei suoi istituti volti all’arricchimento di gruppi ristretti e alla subordinazione di interi Paesi ed economie alle loro volontà.
Come ha scritto Marco Tarchi in una sua mail, «dall’era dei pagliacci passiamo a quella dei banchieri». Il passo avanti è il ritorno alla politica dopo una lunga fase psichiatrica e criminale. Ma non nutro alcuna illusione sulla volontà della finanza ultraliberista di risolvere i problemi da essa stessa generati. La Banca Centrale Europea è un istituto di diritto privato, che fa gli interessi di se stessa e della finanza, non della società e dei cittadini. Altre sarebbero le vie da percorrere per un reale risanamento delle economie. In Italia, ad esempio, si otterrebbe un enorme risparmio di pubblico danaro mediante la cancellazione di opere insensate come il TAV e il ponte sullo stretto di Messina; il ritiro dalle guerre della Nato; la rinuncia all’acquisto di cacciabombardieri il cui costo supera quello delle spese per la ricerca e l’istruzione. Tutto questo sarebbe praticabile immediatamente e a costo zero.
Condivido dunque il pensiero di Dario Generali, secondo il quale «Monti risanerà sicuramente il bilancio, ma come l’ha risanato Prina con la tassa sul macinato, cioè finendo l’operazione in atto da anni di riportare i lavoratori nelle condizioni di servi. È probabile che agisca anche sui ceti più abbienti, mettendo in pratica le misure di risanamento proposte sia dalla destra che dalla sinistra, in modo da dare l’impressione di un’illusoria equità nei sacrifici. Un conto però sarà far pagare una patrimoniale a ricchi che si stracceranno per questo le vesti, ma non saranno minimamente toccati da questa misura nel loro tenore di vita e un altro sarà eliminare l’art. 18 per i lavoratori, che perderanno così ogni tutela, o far lavorare tutti, indipendentemente dagli anni di contribuzione, sino a 67 anni, o rendere licenziabili gli statali, ecc.
La vere misure di equità da prendere in Italia sarebbero quelle di eliminare i privilegi dei politici e dei loro clienti e di combattere veramente l’evasione fiscale. Non credo che sarebbe necessario altro, visto che ora la quasi totalità dei lavoratori autonomi evade il fisco in misure significative e talvolta enormi. Di buono ci sarà però almeno un esecutivo dignitoso che non sarà indecente come lo è stato quello berlusconiano».

Il giullare

Invito a guardare un filmato tratto dalla conferenza stampa del 23 ottobre 2011 di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.
Stavolta non si tratta di qualche presentatore di programmi satirici ma dei due maggiori capi di governo dell’Europa. Sono essi -e i giornalisti in sala- che ridono di Berlusconi e, di conseguenza, dell’Italia. Mi sento umiliato ma hanno perfettamente ragione, perfettamente. Siamo lo zimbello del mondo. Se lo merita questo popolo vile, disonesto, mafioso e analfabeta. Mi vergogno. Non ho fatto abbastanza contro questo vecchio buffone incapace.

Identità e differenza

Ora che con estrema lentezza ma anche con inevitabile parabola il più volgare politico italiano dell’età moderna va dissolvendosi, non bisogna dimenticare che parte dei suoi crimini sono stati e continuano a essere le guerre coloniali in Afghanistan, in Iraq e in Libia. La tragedia dentro la tragedia è che tali crimini sono stati e continuano a essere perpetrati con la complicità convinta del Partito Democratico e del centrosinistra in genere. E  persino con il sostegno di settori della sinistra radicale, come quella che parla in Micromega e nel Manifesto.

Il fardello dell’uomo bianco si espresse una volta sotto il sole trascendente del cristianesimo, poi nella freddezza dello scientismo positivista (del quale l’imperialismo sovietico è stato una potente variante), ora trionfa tramite la menzognera formula della “democrazia” e dei “diritti umani”. Ma si tratta sempre della stessa ossessiva volontà di uniformare il molteplice all’uno, si tratta della stessa mortale presunzione di rappresentare il valore e la verità unica del mondo. Io sono orgoglioso di essere europeo ma lo sono perché l’Europa è stata ed è la terra del tramonto della verità e non il luogo di un’identità dogmatica, che essa sia religiosa, scientifica o politica. Perché la pace sta nelle differenze.

 

L’isola di Filippo

Terraferma
di Emanuele Crialese
Con: Filippo Pucillo (Filippo), Mimmo Cuticchio (Ernesto), Donatella Finocchiaro (Giulietta), Timnit T. (Sara), Beppe Fiorillo (Nino)
Italia-Francia, 2011
Trailer del film

Una piccola isola del Mediterraneo. Filippo e suo nonno Ernesto continuano a pescare, nonostante il consiglio dello zio del ragazzo (Nino) e della madre (Giulietta) di demolire la barca e intascare i soldi che ne deriverebbero. Giulietta vorrebbe lasciare quello scoglio riarso e andare a cercar fortuna sulla terraferma, intanto affitta la propria casa in estate ai turisti. Nonno e nipote salvano dei clandestini dall’annegamento ma la legge lo proibisce e la loro barca viene sequestrata. Tra i salvati c’è Sara, una donna etiope che partorisce una bambina a casa di Giulietta. L’isola è ormai presidiata da carabinieri e da finanzieri e sembra impossibile nascondere la donna e i suoi due figli. Ma il debole e un poco ottuso Filippo prende una decisione coraggiosa, mostrando così di avere attraversato non invano l’enigma dell’amore e della morte.

In Nuovomondo (2006) Crialese sceglieva il linguaggio onirico per raccontare il dramma che fu di milioni di europei e che oggi è di altrettanti uomini e donne che arrivano da noi, convinti che quello dove noi viviamo sia il luogo dei sogni. Di questi uomini e donne parla anche Terraferma. I migranti di Petralia Sottana sono diventati gli accoglienti dell’isola. Non tutti, naturalmente, e il film mostra quanto diversi possano essere gli atteggiamenti dei singoli e delle comunità di fronte al diverso che arriva nelle nostre strade. Ma Terraferma mi sembra soprattutto un film di iniziazione e di formazione, un cui possibile modello è L’isola di Arturo di Elsa Morante. Anche in quel romanzo un ragazzino diventa uomo, si affranca dal padre, lascia la madre al proprio rimanere “piccirilla”, si libera dalla malia del mare.
La recitazione sembra a volte come imballata e la fotografia sovraesposta, forse per rendere la troppa luce che acceca e che spegne. Belle alcune scene visionarie: le reti che all’inizio lentamente si calano nel mare, i turisti che saltano dalla barca dello zio, la forza notturna con la quale Filippo respinge i clandestini che anelano alla barca, la chiusa che trasforma in onda e oscurità ogni elemento.

Il cadavere e l’Europa

In Italia non ha storicamente senso parlare di rivoluzione. Quelle tentate sono sempre state di minoranza e dunque sconfitte (ad esempio il 1799 a Napoli). Il Risorgimento si è rivelato, secondo la condivisibile analisi di Gramsci, “una rivoluzione mancata”. Ragioni per attuare almeno una rivolta generalizzata ce ne sono ormai di molto serie: l’impoverimento economico è evidente, così come la chiusura provinciale o l’asfissia sociale che toglie respiro a chi non faccia già parte di famiglie, gruppi, ceti privilegiati. Ma tranne la straordinaria e costante azione NO TAV in Piemonte, l’Italia attuale è incapace di rivolte. Anche perché quando esse esplodono, come a Genova nel 2001, la repressione è feroce e i massacratori invece che essere puniti fanno carriera nei loro corpi di appartenenza. Su tutto, poi, domina il cloroformio televisivo, a sedare qualunque velleità di ribellione.
Dall’interno non è dunque possibile trarre alcuna speranza. La prospettiva che ormai siamo costretti ad auspicare è che sia l’Europa a spingere verso la caduta di Berlusconi. L’incapacità totale che questo personaggio e i suoi complici (Tremonti compreso) mostrano nel gestire una crisi che prima sono stati inabili a vedere, una volta vista hanno irresponsabilmente negato per ragioni di propaganda e ora sono del tutto inattrezzati ad affrontare, rischia infatti di trascinare con sé l’economia dell’intero Continente. Si può sperare dunque che non per rispetto dell’Italia -la più parte dei suoi abitanti non ne merita alcuno- ma per propri interessi di sopravvivenza, i poteri europei inducano Napolitano e altri decisori politici a sbarazzarsi di questo peso morto, di questo cadavere cialtronesco il cui fetore dopo quasi vent’anni di malgoverno ammorba ancora la nazione.

Occidente medievale

La civiltà dell’Occidente medievale
di Jacques Le Goff
(La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, Paris 1964)
Trad. di Adriana Menitoni
Einaudi, Torino 1999
Pagine XX-533

Les Annales hanno trasformato la storiografia in una indagine globale sulle strutture materiali e intellettuali delle diverse epoche e società. Del Medioevo occidentale Le Goff descrive non soltanto il pullulare degli eventi ma anche e soprattutto la profondità dei parametri culturali e di mentalità. La distinzione di base è tra un Lungo medioevo, che durerebbe dal III secolo alla metà del XIX, nel quale «l’essenziale è costituito dal lungo equilibrio del modo di produzione feudale, dominato dalla ideologia cristiana» e un Corto medioevo che va dall’anno Mille alla Peste nera (p. XIV). Il testo incentra la propria analisi su quest’ultimo periodo, «il cuore del Medioevo», infanzia della nostra età e «vero inizio dell’Occidente medievale» (pp. XIII-XIV). In questi secoli la profonda unione tra il reale e l’immaginario fa scaturire idee, strutture, narrazioni, miti, obiettivi Leggi il seguito »

Cuore di tenebra

di Joseph Conrad
(Hearth of Darkness, 1902)
Trad. di Alberto Rossi
Einaudi, Torino 1989
Pagine XLVI-127

Mentre si avanza, una progressiva assenza. Nel procedere dello spaziotempo vengono meno gli eventi, le parole, la luce. L’immenso fiume dal non detto nome introduce alla nebbia fittissima del senso, al buio della comunicazione. È anche questo il segreto di Hearth of Darkness: un’identità di forma e contenuto che nulla lascia fuori di sé ma che nel compiersi sospende la parola

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La cultura del piagnisteo

di Robert Hughes
Sottotitolo: La saga del politicamente corretto

(The Culture of Compliant, 1993)
Traduzione di Marina Antonielli
Adelphi, 2003
Pagine 242

Il Sessantotto ha voluto essere antiamericano. Lo è stato veramente? In realtà molte delle parole d’ordine che risuonavano nelle scuole e nelle Università provenivano da correnti pedagogiche statunitensi. Si voleva abbattere la cultura che aveva prodotto il Vietnam utilizzando gli strumenti che essa stessa andava elaborando.
Primo fra questi la riduzione dell’istruzione e più in generale del sapere a terapia Leggi il seguito »

Welcome

di Philippe Lioret
Francia, 2009
Con: Vincent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (Marion), Derya Ayverdi (Mina)
Trailer del film

Bilal è riuscito ad arrivare a Calais dall’Iraq curdo. A piedi, con ogni mezzo disponibile, subendo per una settimana le sevizie dell’esercito turco. Ora ha solo da attraversare la Manica per giungere a Londra dalla sua Mina, che però il padre ha destinato a un matrimonio combinato. Fallito un tentativo coi camion dei trafficanti, Bilal vuole imparare a nuotare perfettamente, in modo da raggiungere da solo l’Inghilterra. Chiede l’aiuto di Simon, un ex campione e ora istruttore in una piscina. Simon è solo, sta per divorziare senza neppure essere stato capace «di attraversare la strada per fermarla, mentre Bilal vuole attraversare il mare». Tra il ragazzo e Simon nasce un legame forte e insieme tenero, sobrio e profondo, che induce l’uomo a rischiare il carcere per l’amico venuto da lontano. A ottocento metri dal sogno, il sogno si infrange.

Con molto sentimento ma nessuna retorica, in modo sobrio e coinvolgente, con degli attori straordinari -a partire da Vincent Lindon-, il film descrive una realtà di dolore che attraversa il nostro continente in ogni sua parte. La polizia francese distrugge persino i contenitori dei volontari che vogliono offrire un pasto ai clandestini. La legislazione italiana ordina di lasciare i clandestini alle loro malattie e alla morte. Con i nostri eserciti portiamo guerra, fuoco e distruzione tra popoli lontani migliaia di chilometri, che nulla ci hanno fatto e che vorrebbero solo essere lasciati in pace, alle loro culture. E al frutto di queste guerre, ai profughi che cercano salvezza e fortuna, rispondiamo coi mastini. Che cosa è mai diventata l’Europa cristiana, l’Europa dei Lumi, l’Europa cosmopolita? Un fortino che pensa di salvarsi mostrandosi spietato coi deboli e servile con i padroni del mondo.

Crocifissi e Crociati

Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia) sono i sette giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno stabilito all’unanimità quanto segue: Leggi il seguito »