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	<title>agb &#187; corpo</title>
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		<title>What a Shame</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 17:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Shame di Steve McQueen GB, 2011 Con: Michael Fassbender (Brandon), Carey Mulligan (Sissy), Nicole Beharie (Marianne), James Badge Dale (David), Lucy Walters (la ragazza del metro) Trailer del film Brandon. Un lavoro sicuro. Una casa organizzatissima e accogliente a New York. La metropolitana. Gli sguardi delle donne. I film porno. Le prostitute. I locali gay. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Shame</strong></em><br />
di <strong>Steve McQueen</strong><br />
GB, 2011<br />
Con: Michael Fassbender (Brandon), Carey Mulligan (Sissy), Nicole Beharie (Marianne), James Badge Dale (David), Lucy Walters (la ragazza del metro)<br />
<a href=" http://www.mymovies.it/film/2011/shame/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a><a href="http://www.mymovies.it/film/2011/etmaintenantonvaou/trailer/"></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Shame-locandina-film.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9909" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Shame-locandina-film" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Shame-locandina-film-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Brandon. Un lavoro sicuro. Una casa organizzatissima e accogliente a New York. La metropolitana. Gli sguardi delle donne. I film porno. Le prostitute. I locali gay. La masturbazione a casa e in ufficio. Sua sorella gli chiede di ospitarla per qualche giorno e diventa un ostacolo alla pulsione di Brandon. Due solitudini, due disperazioni. Il sangue e il pianto. Nessun incontro, mai, con nessuno. Lo sguardo di Fassbender diventa maschera e figura della tristezza che pervade questo film. Un film contro il sesso, si direbbe, visto il disgusto che afferra di fronte a un piacere senza gioia, a un eros privo di qualunque sorriso, a una dipendenza infelice come tutte le dipendenze chimiche: dall’eroina all’innamoramento. Mai una molecola di sentimento. Non a caso molte scene riprendono gli attori da una parte del corpo poco comunicativa come la nuca, di spalle. Un film esistenzial-newyorchese girato con maestria tecnica ma anche con troppa furbizia di intenti. Le due scene più terribili e belle sono il primo finale con il pianto di Brandon nel porto sotto la pioggia e -precedentemente- il suo sguardo durante un orgasmo con due prostitute. Raramente ho visto la disperazione e il vuoto dipinti così bene su un volto umano. E proprio nell’istante assoluto nel quale il piacere dovrebbe essere pura gioia, o almeno soddisfazione. Nulla di tutto questo. Nulla.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 85 &#8211; Gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_85" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg" alt="" width="200" height="259" /></a>Le leggi fondamentali del <strong>design</strong> sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della <strong>visione cromatica</strong>, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>coscienza</strong> è dedicato il dossier di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/12/27/news/mente_cervello-751263/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em>.</a> La coscienza è un’esperienza <strong>percettiva</strong> -forme, colori (appunto), odori-, <strong>cognitiva</strong> -pensieri, nozioni, informazioni-, <strong>fenomenica</strong> -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, <strong>corporea</strong> -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui <em>Medici della camorra</em>. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni ce n’è una dedicata a <em>Filosofia dell’umorismo</em> di John Morreall<em>. </em>Vi si ricordano le parole pronunciate da <strong>Oscar Wilde</strong> sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.</p>
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		<title>Artemisia, la carne</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 20:46:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Artemisia Gentileschi. Storia di una passione Palazzo Reale &#8211; Milano Sino al 29 gennaio 2012 Muse e ninfe maliziose e seducenti; monache orgogliose e temibili; dame altere e potenti; antiche regine -Cleopatra- e peccatrici -Maddalena-; allegorie della pittura, della musica, della pace, della retorica, della fama; Betsabee al bagno; guerriere bibliche, tra le quali domina [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.mostrartemisia.it/" target="_blank">Artemisia Gentileschi. Storia di una passione</a></strong><br />
<strong> </strong>Palazzo Reale &#8211; Milano<br />
Sino al 29 gennaio 2012</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/Artemisia_Giuditta_Oloferne_Napoli.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9836" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Artemisia_Giuditta_Oloferne_Napoli" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/Artemisia_Giuditta_Oloferne_Napoli-242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" /></a>Muse e ninfe maliziose e seducenti; monache orgogliose e temibili; dame altere e potenti; antiche regine -Cleopatra- e peccatrici -Maddalena-; allegorie della pittura, della musica, della pace, della retorica, della fama; Betsabee al bagno; guerriere bibliche, tra le quali domina Giuditta che con meticolosa calma trancia la testa a Oloferne, alla quale si aggiungono Giaele che conficca con un martello un chiodo nella tempia di Sisara e Dalila che toglie ogni forza a Sansone. La più straordinaria tra queste donne è forse una samaritana dalla posa e dallo sguardo assolutamente scettici che discute con un Gesù chiaramente in difficoltà. Ma sono tutti i maschi a subire inganno e vendetta nei dipinti di Artemisia Gentileschi.<br />
Che cosa rovina questi uomini? L’eros? L’intelligenza? La menzogna? Certamente la corporeità, che dalle opere di Artemisia tracima col suo splendore e con la sua potenza. L’<em>Allegoria della pittura</em> è una coscia femminile che riempie il quadro e che si allarga a un corpo adagiato, lucido, sognante.<br />
L’allestimento di Emma Dante regala ulteriore fascino a questa “pittora” ammirata nelle corti di tutta Italia e che a Napoli trovò forse il luogo più congeniale alla sua passione, oltre che la morte. Tra fulgenti lapislazzuli, fiotti di sangue e caravaggesche lame di luce, è la carne che trionfa in Artemisia.</p>
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		<title>Pina</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 21:16:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pina di Wim Wenders Germania, 2011 Trailer del film «Ich würde nur an einen Gott glauben, der zu tanzen verstünde» (“Potrei credere solo a un Dio che sapesse danzare”, Così parlò Zarathustra, Libro primo, “Del leggere e dello scrivere”). Facile citazione, quando ci si riferisce a Pina Bausch (1940-2009). Ma citazione necessaria. La sua opera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Pina</strong></em><br />
di <strong>Wim Wenders</strong><br />
Germania, 2011<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2011/pina/trailer/" target="_blank">Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/pina.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-9439" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="pina" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/pina-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>«Ich würde nur an einen Gott glauben, der zu tanzen verstünde» (“Potrei credere solo a un Dio che sapesse danzare”, <em>Così parlò Zarathustra</em>, Libro primo, “Del leggere e dello scrivere”). Facile citazione, quando ci si riferisce a Pina Bausch (1940-2009). Ma citazione necessaria. La sua opera è il sacro che diventa movimento, è la grande malinconia della vita che si fa danza. È una bellezza pura, silenziosa, ma nella quale il corpo disegna parole, si fa linguaggio. C’è molta solitudine nella coreografia di Pina Bausch. Il corpo prende se stesso, afferra i propri arti e li sposta di qua e di là, si accarezza, si stringe. E poi cerca, disperatamente, un contatto con gli altri corpi. L’incontro avviene in una stupefacente leggerezza, come se l’aria abbracciasse se stessa. E sedie, prati, luoghi partecipano a questa danza che il corpomente scolpisce nello spazio, come un arabesco della memoria e dell’attesa.<br />
A questo movimento Wim Wenders ha offerto la propria meditazione cinematografica, facendo parlare gli artisti che hanno interpretato i lavori di Pina, che l’hanno amata e perduta. E facendo parlare soprattutto i loro magnifici corpi d’aria e di canto. Un sorriso compare alla fine. Sorriso dionisiaco e calmo.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 83 &#8211; Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:13:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La voce umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9418" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_83" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg" alt="" width="200" height="257" /></a>La <strong>voce</strong> umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o insicurezza» (P.E.Cicerone, p. 86).  E se accade di sentire la nostra propria voce registrata ci stupiamo e ci chiediamo se davvero sia nostra, «perché quando ci ascoltiamo la percepiamo dall’interno, e quindi diversa da come la sentono gli altri» (Id., 89).<br />
Anche i <strong>sogni</strong> vengono dal profondo della corporeità e da millenni resistono al tentativo di comprenderne davvero dinamica e funzione. Credo che abbia sostanzialmente ragione la teoria neurobiologica denominata «“ipotesi di attivazione-sintesi”, secondo cui i sogni non significano nulla: sono semplici impulsi elettrici cerebrali che estraggono a caso pensieri e immagini dalla nostra memoria e che organizziamo in storie al nostro risveglio nel naturale tentativo di dar loro un senso» (S.van der Linden, 102). Questa loro insignificanza non contrasta comunque con il fatto che i sogni svolgano una importantissima funzione di <em>difesa</em> attraverso la costruzione di possibili scenari diurni, di <em>rafforzamento</em> della memoria del vissuto, di <em>elaborazione</em> delle emozioni che ci scuotono. Ma, naturalmente, nulla profetizzano e a nulla si riferiscono al di là del corpomente.<br />
Da dentro deriva quella tristezza di fondo ma spesso creativa che Aristotele chiamava <strong>malinconia</strong> (e non “depressione”, come afferma S.Carson, 43), che si può attenuare con i sali di litio (poiché siamo fatti di chimica) ma che rimane difficile da superare del tutto perché -secondo l’esperienza anche personale di Kay Jamison Redfield- «bipolari si nasce, non si diventa» (D. Ovadia, 55). Psicologa che ha subìto e subisce sulla propria carne -sino a vari tentativi di suicidio- la depressione maniacale, Kay Jamison cerca giustamente di sfatare il legame romantico tra genio e follia, affermando che «se la malattia mentale può agire da catalizzatore per l’artista, la creatività esiste a prescindere dalla malattia. E per rendere al massimo, per riuscire a produrre, non si può stare male. […] La produttività, la creatività, sgorgano con la massima forza quando gli opposti si conciliano, quando il buio della depressione e la perdita di controllo legata alla mania si conciliano in un nuovo equilibrio» (<em>Ibidem</em>).<br />
Ma dentro di noi, fitto nella corporeità che siamo, sta soprattutto il <strong>tempo</strong>. Alla lettera. Lo conferma un articolo di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/10/26/news/mente_cervello-633360/" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedicato al problema di chi lavora nei turni di notte. Il ritmo circadiano che intesse la vita viene infatti in questi casi stravolto, poiché di luce siamo fatti come di tempo. La luce passa dagli occhi. E tuttavia non sono i coni e i bastoncelli a farci percepire il ritmo temporale bensì altre cellule sensoriali, le cellule gangliari retiniche che contengono la <strong>melanopsina</strong>, la quale regola l&#8217;orologio interno.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appena la luce di una determinata lunghezza d’onda colpisce le cellule gangliari retiniche, queste, attraverso il nervo ottico, inviano segnali al cervello verso un fascio di neuroni grande come un chicco di riso e contenente circa 10.000 cellule per ogni emisfero. Questo gruppo di neuroni si trova, da entrambi i lati, sopra l’incrocio tra il nervo ottico destro e il nervo ottico sinistro -chiasma ottico- e viene chiamato nucleo soprachiasmatico o NSC. Il NSC, a sua volta, “comunica l&#8217;orario” a tutte le cellule del corpo, per mezzo di impulsi nervosi e di neurotrasmettitori immessi nel circolo sanguigno. È così che, proprio come un grande orologio che governa l&#8217;organismo, regola i processi biologici di tessuti e organi&#8221;. (T.Kantermann, 76)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il NSC intensifica di giorno la propria attività, riducendo in questo modo la quantità di melatonina (l’ormone del sonno) presente nel sangue. È così che viviamo. L’orologio che siamo si fa svegliare chimicamente dalla luce percepita e decodificata dalla melanopsina. La <strong>luce</strong> diventa così subito tempo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il nostro orologio interno può essere paragonato a un’altalena per bambini che viene spinta continuamente. A seconda del punto di oscillazione in cui riceve la spinta, l’altalena accelera, rallenta o continua a oscillare nello stesso modo. Nel caso del nostro orologio interno, la spinta corrisponde alla luce: a seconda dell’orario in cui entra in gioco la luce, l’orologio si sposta in avanti, indietro o continua a battere il tempo come sempre. (Id., 77)</p>
</blockquote>
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		<title>Tempo e significato</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2011 16:37:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tempo e significato in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia Vol. 2 [2011], n. 1, pp. 56-65 &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol style="text-align: center;"><em><strong><a href="http://www.rifp.it/ojs/index.php/rifp/article/view/rifp.2011.0006" target="_blank">Tempo e significato<br />
</a></strong></em>in <strong>Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia<br />
</strong>Vol. 2 [2011], n. 1, pp. 56-65</ol>
<ol style="text-align: center;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/rifp.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-9266" title="rifp" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/rifp.gif" alt="" width="160" height="208" /></a></ol>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
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		<title>Consilience</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:14:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’armonia meravigliosa Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza di Edward O. Wilson (Consilience, 1998) Trad. di Roberto Cagliero Mondadori, 1999 Pagine 370 Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come Consilience. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>L’armonia meravigliosa</strong></em><br />
<em> <strong>Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza</strong></em><br />
<span style="font-size: small;">di </span><strong>Edward O. Wilson<br />
</strong>(<em>Consilience</em>, 1998)<br />
<span style="font-size: medium;">Trad. di Roberto Cagliero<br />
</span><span style="font-size: medium;">Mondadori, 1999<br />
</span><span style="font-size: medium;">Pagine 370</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8874" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="consilience" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg" alt="" width="128" height="198" /></a>Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come <em>Consilience</em>. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che il titolo originale intende evocare. Convergenza tra che cosa? Tra il sapere scientifico e quello umanistico, non due campi separati e distinti -come induce a pensare lo specialismo che va diventando una palude di discipline minori dentro le quali affonda la comprensione del mondo- ma due ramificazioni dell’unico sapere umano e naturale, da apprendere nella sua unitarietà originaria e profonda. <strong>La complessità del mondo è incomprensibile senza una visione capace di sintetizzare </strong><em><strong>science</strong></em><strong> e </strong><em><strong>humanities</strong></em>. Infatti,</span></p>
<blockquote><p>l’idea centrale della visione coincidente del mondo è che tutti i fenomeni tangibili, dalla nascita delle stelle al funzionamento delle istituzioni sociali, sono fondati su processi materiali in ultima analisi riconducibili alle leggi della fisica, indipendentemente dalla tortuosità e dalla durata delle sequenze (pag. 305).</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Comprendere la condizione umana significa anzitutto capire i geni e la cultura. E non come ambiti e funzioni autonome ma nella loro essenziale <em>coevoluzione</em>. L&#8217;evoluzione del cervello e quella dei comportamenti hanno proceduto insieme per milioni di anni. La radice di molti dei pericoli che sovrastano la Terra e l’umanità risiede proprio nel fatto che da alcuni millenni -dalla Rivoluzione neolitica- l’evoluzione culturale è diventata incomparabilmente più veloce di quella genetica. Tuttavia, ancora oggi</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>la cultura è creata dalla mente comune e ogni mente individuale a sua volta è il prodotto del cervello umano, che è strutturato geneticamente. I geni e la cultura sono dunque collegati in modo inscindibile. Ma il collegamento è flessibile, in termini finora quasi del tutto incommensurabili. Ed è nel contempo tortuoso: i geni codificano regole epigenetiche, che sono i percorsi neurologici e gli aspetti regolari dello sviluppo cognitivo grazie ai quali la mente individuale si assembla. La mente cresce dalla nascita fino alla morte assorbendo parti della cultura esistente che trova disponibili, avvalendosi di selezioni guidate dalle regole epigenetiche ereditate dal cervello individuale</em> (144, corsivo dell’Autore).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I concetti chiave sui quali si fonda questo tentativo di unificazione della conoscenza sono i seguenti: <strong>epigenesi, natura umana, naturalismo etico, panteismo biologico.<span id="more-8867"></span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>epigenesi</em> «definisce lo sviluppo di un organismo sotto l’influsso congiunto dell’eredità e dell’ambiente» (221-222). Educazione e geni, storia e biologia, appreso e innato non sono per nulla in conflitto tra di loro proprio perché «nell’ampia zona che sta a metà tra le visioni estreme del Modello Standard delle Scienze Sociali e il determinismo genetico, le scienze sociali sono essenzialmente compatibili con quelle naturali» (216).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>Homo sapiens</em> è una specie appartenente all’ordine dei Primati, la cui identità è data dalle regole epigenetiche, dalle «regolarità ereditarie dello sviluppo mentale che spingono l’evoluzione culturale in una direzione e non in un’altra, collegando così i geni con la cultura» (188). Non c’è nulla di fatalistico in una simile visione dell’umanità. Nessun sociobiologo ha mai sostenuto che le forme specifiche di cultura, i valori di una popolazione, le sue credenze, siano dettati dai geni. Sono gli scienziati sociali, invece, ad assolutizzare una delle due dimensioni, ignorando -a volte ostentatamente- i contributi della genetica e dello studio del cervello umano, l’organo dal quale, dopotutto, nasce ogni pensiero, valore, principio di comportamento. Anche a causa di tale ignoranza, gli scienziati sociali vengono regolarmente colti di sorpresa dallo sviluppo dei fenomeni che pure studiano con assiduità, data la tipica tendenza a sopravvalutare i sistemi ideologici (credenze religiose, dottrine politiche, strutture economiche) a detrimento di concause di tipo biologico (territorialismo, disponibilità delle risorse, aggressività intraspecifica). La cultura è certo lo scarto della nostra specie rispetto a ogni altra ma anch’essa è -e altro non potrebbe essere- il prodotto più recente della storia genetica dell’umanità. All&#8217;ingenuo antropocentrismo dominante nelle scienze sociali e umane bisogna opporre il dato di fatto che «la nostra specie e il suo modo di pensare sono un prodotto, e non il fine, dell’evoluzione» (35). L’universo non è stato certo pensato a misura di una specie abitante su un piccolo pianeta alla periferia della Via Lattea. Piuttosto che crederci padroni della Terra, converrebbe -prima di tutto a noi stessi- mostrarci rispettosi della miriade di forme di vita con le quali conviviamo e da cui dipende la nostra sopravvivenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sta qui la necessità di un’<em>etica naturalistica</em>, i cui capisaldi possono essere così sintetizzati: centralità del corpo; coesistenza di passione e razionalità; rifiuto della credenza nel libero arbitrio; altruismo e <em>fitness</em>. L’etica nasce dal basso del corpo e delle sue esperienze e non dall’alto di una rivelazione. Certo, aggiunge Wilson, «la fiducia nel libero arbitrio è biologicamente proficua. In sua mancanza la mente, imprigionata nel fatalismo, rallenterebbe e finirebbe per deteriorarsi» (137).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’ultima -ma decisiva- espressione della <em>consilience</em> è ciò che potremmo definire <em>panteismo biologico.</em> Wilson riconosce la profondità del bisogno del sacro nell’uomo e individua nelle realtà fisiche scoperte dalla scienza un fascino superiore a quello delle cosmologie religiose.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Qual è lo scopo finale di questa proposta scientifica? Contribuire, ancora una volta, a capire chi e cosa siamo e -da qui- comprendere una serie di gravi questioni per tentare di affrontarle meglio. Il problema principale è la progressiva <strong>scomparsa della biodiversità</strong>, causata soprattutto dalle enormi esigenze materiali della specie umana: «la crescita della popolazione può essere giustamente definita il mostro della Terra» (331) e contro di essa bisogna operare con consapevolezza, convinzione e decisione, pena la scomparsa della maggior parte degli ecosistemi, delle specie viventi e, infine, della stessa umanità.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Cervello e cultura sono dunque unificati da questo libro in una prospettiva biologica che è materialistica senza però essere riduzionistica.</span></p>
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		<title>Mente &amp; cervello 81 –  Settembre 2011</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Sep 2011 07:26:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cos’è un rito? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di questo numero di M&#38;C lo dimostra. «Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8760" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_81" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/09/MC_81-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" /></a>Che cos’è un <strong>rito</strong>? Come nasce? Quale funzione svolge? A queste domande cercano di rispondere da tempo discipline quali l’antropologia, l’etnologia, la sociologia della cultura, l’etologia. Un contributo importante può venire anche delle scienze della mente. Il ricco dossier di <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1349034" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> lo dimostra.<br />
«Nella definizione dei rituali -specialmente di quelli che non riguardano la realtà quotidiana- spiccano di solito quattro caratteristiche fondamentali: ruolo del corpo, formalità, modalità e trasformazione» (A. Michaels, p. 54). A essere coinvolto in un rito è sempre l’intero corpomente in modi formalmente stabiliti e rigorosi, con modalità che differenziano lo stesso gesto se compiuto nel quotidiano o se invece inserito in una forma rituale, avendo come obiettivo una trasformazione di condizione interiore o di status comunitario.<br />
I riti di iniziazione e di passaggio, ad esempio, sono tra i più importanti e prevedono tre fasi: di <em>separazione</em> dal luogo o dallo status precedente, <em>liminale</em> di transizione e di abolizione dell’ordine precedente, di <em>integrazione</em> nel nuovo luogo o nella nuova condizione. In generale, un rito fa parte di una ben precisa <em>cultura</em> e solo in quel contesto acquista il suo senso, si struttura in un <em>linguaggio</em> che spesso produce azioni -come quando un funzionario civile o religioso dichiara due persone marito e moglie-, ha una qualità <em>estetica</em> specifica e caratterizzante, segna una <em>interruzione</em> e un rallentamento del consueto flusso temporale attraverso il tempo della festa, del passaggio o del lutto. <span id="more-8757"></span><br />
I riti contribuiscono in modo determinante a legare una comunità -di qualsiasi ampiezza essa sia, dalla famiglia alle grandi religioni universali-, a creare e consolidare l’identità dei gruppi, a controllare e anche a reprimere i comportamenti dei loro membri, a costituire (come ha mostrato fra gli altri Pierre Bourdieu) un enorme capitale simbolico, sociale e culturale che offre sicurezza e che trasmette fiducia nella costanza delle relazioni e nel senso dell’esistere. I riti possono riuscire in questa impresa perché sono fatti di modalità oggettive trasmesse nel tempo -le tradizioni- e di emozioni personali e collettive ogni volta rinnovate.<br />
È per tutte queste ragioni che le forme rituali costituiscono uno dei più evidenti universali della specie umana, «che si riscontra in tutti i tempi e in tutte le culture: riti di passaggio, di purificazione, di guarigione, offerte di sacrifici, rituali che scandiscono la vita quotidiana ma anche i ritmi della politica e del potere» (Id., 52). I riti esprimono certamente la naturale inerzia dei comportamenti e tendono dunque a perpetuarsi sempre uguali a se stessi -basti pensare alle formule religiose, ai sacramenti, ai giuramenti solenni- e tuttavia non sono mai del tutto rigidi e immobili, rimanendo sempre aperti a variazioni che lentamente ne ridisegnano le forme e che soprattutto li tengono sempre in vita.<br />
Arcaismo e trasformazione, rigidità e dinamismo, razionalità ed emozioni, collocazione spaziotemporale e aspirazione all’universale. Se i riti sono così ricchi e complessi è anche perché essi costituiscono uno dei luoghi/momenti nei quali si incontrano sino a fondersi società e psiche, genetica e ambiente. «Perché dunque esistono i rituali? Da un lato le azioni ritualizzate e la loro evoluzione hanno radici molto profonde nella nostra psiche. […] Dall’altro i rituali hanno un’influenza decisiva sulla formazione dei gruppi. […] I rituali non sono quindi soltanto un’eredità dell’evoluzione biologica, ma ne rappresentano uno dei prodotti più pregiati, che costituisce una forza motrice essenziale per l’evoluzione delle società e delle culture umane» (H. Whitehouse, 85). I riti confermano dunque l’ipotesi che siamo costituiti inseparabilmente di <strong>geni</strong> e di <strong>ambiente</strong>, come sostiene anche un libro di John Medina (<em>Naturalmente intelligenti</em>)<em> </em>qui recensito da M. Capocci: «Tuttavia i “semi” che i genitori gettano devono poi avere a che fare con il “terreno”, cioè con i vincoli dei geni. Secondo Medina, le capacità intellettive vanno divise equamente: metà natura e metà cultura» (113).<br />
Negare la <strong>struttura innata </strong><strong>di molti comportamenti umani</strong> è del tutto insensato sia dal punto di vista empirico che da quello logico. Ed è, soprattutto, una forma grave di <strong>antropocentrismo</strong>, presupponendo che la specie umana possa sottrarsi alle determinazioni biologiche che intessono tutti i viventi. Ad esempio, i neonati umani e i pulcini mostrano entrambi una netta preferenza per musiche consonanti. E per quale motivo? «Poiché gli esseri viventi sembrano emettere soprattutto suoni consonanti, mentre i suoni ambientali tendono a essere meno regolari e più dissonanti, è possibile che questa preferenza aiuti i neonati ad avvicinarsi ai genitori o a membri della propria specie» (V.Murelli riferendo le ricerche di Cinzia Chiandetti e Giorgio Vallortigara, 27).<br />
Un impasto di natura e cultura sono anche i pregiudizi, la sessualità, lo sguardo. Su una forma diffusissima e grave di <strong>pregiudizio</strong> si sofferma G.Sabato, rilevando come anche in culture che sino a poco tempo fa avevano attribuito valore a corpi formosi (a volte sino alla grassezza) si diffonda sempre più il tipico pregiudizio occidentale che <em>grasso </em>coincida con <em>brutto</em>. Per quanto riguarda il <strong>sesso</strong>, in un articolo dedicato ai comportamenti ossessivi in questo campo, D.Ovadia ricorda che «l’orgasmo provoca un’attivazione generalizzata di quasi tutto il cervello, una sorta di momentaneo obnubilamento da eccessivo rilascio di neurotrasmettitori», soprattutto la serotonina -che dà benessere e serenità- e gli « oppioidi naturali, sostanze che aumentano il benessere generale e riducono la soglia del dolore» (42-43). Sarà per questo che molte persone vincolate alla castità appaiono spesso tristi e truci? A proposito dello <strong>sguardo</strong>, è stato osservato che anche un semplice manifesto appeso a una parete e rappresentante due occhi che ci guardano attentamente riduce i comportamenti antisociali; «il senso è chiaro: essere in grado di valutare velocemente se c’è un predatore in agguato ha un enorme valore evolutivo, e quindi l’attivazione neurale del sistema di rilevamento di qualcuno che ci guarda è veloce e automatico» (S. van der Linden, 111).<br />
Un testo interessante è dedicato alla <strong>memoria</strong> -in particolare al delicatissimo tema degli interrogatori e delle testimonianze in sede giudiziaria- la quale «è un processo ricostruttivo, nel senso che ciò che viene conservato non coincide con quanto è accaduto, dal momento che il ricordo non viene mai recuperato fedelmente ma sempre ricostruito a partire da uno stato emotivo» (B.F. Carillo, 103). Significativo è, infine, un articolo che si occupa della <strong><em>E-therapy</em></strong>. Nonostante i suoi limiti, sembra infatti che la terapia psicologica a distanza possa essere efficace: «costa meno, è più facile da organizzare, protegge la privacy del paziente, evita la possibilità di abusi fisici o sessuali da parte del terapeuta o del paziente ed è in grado di mettere a disposizione competenze specifiche nel caso di patologie più rare» (R. Epstein, 107). Forse si potrebbero eliminare del tutto gli psicoterapeuti, come anche <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/ELIZA" target="_blank">l’<strong>Eliza</strong> di Joseph Weizenbaum</a> ha in fondo dimostrato  <img src='http://www.biuso.eu/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8-)' class='wp-smiley' /> .</p>
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		<title>Lo sguardo umano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 19:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abdel Kechiche Venere nera (Venus noire) Con: Yahima Torrès (Saartjie), Andre Jacobs (Caezar), Olivier Gourmet (Réaux) Francia-Italia-Belgio, 2011 Trailer del film Nel 1810 a Londra una donna del Sudafrica viene esposta come fenomeno da baraccone. Il suo guardiano domatore la mostra al pubblico in una gabbia da cui la tira fuori come fosse una selvaggia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Abdel Kechiche<br />
<strong>Venere nera<br />
</strong>(<em>Venus noire</em>)<br />
Con: Yahima Torrès (Saartjie), Andre Jacobs (Caezar), Olivier Gourmet (Réaux)<br />
Francia-Italia-Belgio, 2011<br />
<a href="http://www.mymovies.it/film/2010/blackvenus/trailer/" target="_blank"> Trailer del film</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/venus_noire.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8076" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="venus_noire" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/venus_noire-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Nel 1810 a Londra una donna del Sudafrica viene esposta come fenomeno da baraccone. Il suo guardiano domatore la mostra al pubblico in una gabbia da cui la tira fuori come fosse una selvaggia, suscitando un’esitazione eccitante. È la <em>Venere ottentotta</em>.<em> </em>Pochi anni dopo, a Parigi, la donna viene presentata in feste aristocratiche più o meno licenziose. L’eco dello spettacolo arriva ai naturalisti dell’Università che pagano i suoi padroni per studiarne il corpo e misurarne ogni dettaglio, soprattutto le grandi natiche e la particolarissima estensione delle piccole labbra della vulva. Quando la donna rifiuta di mostrarsi completamente nuda agli scienziati viene picchiata dai suoi sfruttatori. La degradazione subita la conduce a un bordello e poi per le strade, sino a che sifilide e tubercolosi non la uccidono. Questa la vicenda di Saartjie Baartman. Il corpo venne venduto dopo la morte agli stessi naturalisti che non erano riusciti a studiarla in vita come pretendevano. Un calco dell’intera persona a grandezza naturale, gli organi genitali e il cervello conservati nella formalina costituirono oggetto di lezione di anatomia razziale da parte di insigni studiosi, tra i quali Georges Cuvier. Costoro affermarono con sicurezza che la conformazione del cranio, del volto e del sedere di questa “femmina” la avvicinava assai più all’orangotango che all’<em>Homo sapiens sapiens</em>. Soltanto nel 2002 i resti e lo scheletro di Saartjie vennero restituiti al Sudafrica e trovarono finalmente sepoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il film si chiude proprio sulle immagini reali dell’arrivo delle spoglie di Saartjie Baartman in Africa. Si apre, invece, su una lezione tenuta da Cuvier, nella quale lo scienziato espone le proprie opinioni razziste come un dato del tutto evidente, empiricamente e razionalmente evidente. Merito non piccolo di questo film è dunque contribuire a smascherare ancora una volta la presunta <em>neutralità</em> delle scienze dure, le quali in realtà -come tra gli altri Foucault e Kuhn hanno dimostrato- costituiscono uno dei più formidabili strumenti al servizio del potere degli Stati e dei pregiudizi diffusi nelle società. Ma non è questo a dare senso e valore al film. Neppure lo è la critica al razzismo che intride la storia europea come quella di tutti gli altri continenti e civiltà. La magia di <em>Venus noire</em> sta nell’essere una descrizione dello sguardo umano. Non succede infatti nulla in questo film. Tutto quello che accade è dentro e intorno al corpo di Saartjie, nei suoi occhi. Il suo sguardo rimane sempre colmo di una profonda dignità, qualunque cosa accada, anche quando viene toccata, derisa, violata non soltanto dalle mani degli altri ma anche e soprattutto dai loro sguardi famelici, sprezzanti, curiosi, lascivi, violenti, umilianti, volgari, arroganti, avidi, gelidi. Lo sguardo di Saartjie e quello di <em>tutti</em> gli altri appaiono in un tessuto di primi e primissimi piani scolpiti da una cinepresa in moto perpetuo, che mostra come lo sguardo umano sia uno sguardo di ferocia.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 78 – Giugno 2011</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 08:38:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la demenza frontotemporale (FTD), che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/M6ìC_78_giugno_2011.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8050" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M6ì&amp;C_78_giugno_2011" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/06/M6ìC_78_giugno_2011.jpg" alt="" width="83" height="107" /></a>Tutto ciò che colpisce il cervello ci distrugge. Ogni ricordo, emozione, sentimento, concetto, tratto della personalità ha una corrispondenza puntuale nelle diverse, articolate e complesse aree che compongono l’encefalo. Il morbo di Alzheimer cancellando i neuroni dissolve le capacità cognitive della persona. Una malattia analoga e però meno nota è la <strong>demenza frontotemporale</strong> (FTD), che all’Alzheimer somiglia ma colpisce prima e riguarda più gli aspetti emotivi e sociali della vita che quelli mnestici. «Vedere qualcuno perdere le proprie emozioni è ancora più duro che assistere al crollo delle capacità cognitive di una persona. “Il fatto che qualcuno che amiamo ci riconosce ancora ma non mostra più interesse per noi sembra ferirci molto di più”. È un tipo di rifiuto che non ci rende tristi. “Ci rende furiosi”» (I. Chen, pp. 84-85).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel corpo tutto si radica, tutto accade, tutto si fa parola, comunicazione, silenzio. Le azioni e i pensieri, i gesti pubblici e il flusso interiore, le convenzioni sociali e le tecnologie (come la scrittura) sono elementi convergenti a spiegare il nostro vivere. Infatti, anche una dimensione così fondamentale e così apparentemente astratta «come il concetto di tempo si basa sulle sensazioni e azioni del corpo» (M. Cattaneo, 3); lo confermano alcuni fatti scoperti da Lynden Miles e dai suoi colleghi: «ripensare al passato fa inclinare le persone di un paio di millimetri all’indietro, mentre pensare al futuro le fa inclinare impercettibilmente in avanti. Altre ricerche rivelano che gli esseri umani pensano al tempo come se occupasse fisicamente un posto nello spazio, con il passato a sinistra e il futuro a destra, in coerenza con il fatto che, nelle culture occidentali, la scrittura procede da sinistra a destra» (S. Carpenter, 47). Ciò che siamo soliti definire <strong>concreto</strong> e <strong>astratto</strong> è una medesima realtà unitaria, la quale si esprime in diverse forme. Le metafore che utilizziamo ogni momento costituiscono il segnale forse più evidente di tale unità:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Come mai <em>alziamo</em> reverenti lo sguardo a coloro che rispettiamo, ci <em>abbassiamo</em> al livello di coloro che disdegniamo e pensiamo con <em>calore</em> a quelli cui vogliamo bene? Per quale ragione nascondiamo i nostri <em>sporchi</em> segreti e ci <em>laviamo</em> le mani di quel che ci preoccupa? Perché <em>ponderiamo </em>le più <em>gravi </em>questioni e ci sentiamo <em>sollevati</em> da un <em>peso</em> quando prendiamo una decisione? Per quale motivo ci voltiamo <em>indietro</em> a considerare il passato che abbiamo alle <em>spalle</em>, e procediamo in <em>avanti</em> verso il futuro? (Id., 43).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Tutto accade nella mente, come già sapeva Aristotele (<em>De anima</em>, III, 431b) e come confermano gli studi sulla <strong>percezione visiva</strong>: «Quello a cui assistiamo è, in realtà, un capolavoro del cervello. Nel mondo fisico, infatti, non esistono colori, ma soltanto emissioni elettromagnetiche di una data lunghezza d’onda» (T. Grüter, 97). La distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno affonda nelle strutture neurologiche profonde, poiché «il mondo come noi lo conosciamo viene costruito nel cervello, gli occhi forniscono soltanto i dati grezzi» (Id., 100).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348151" target="_blank">questo numero di </a><em><a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola_mese/Mente_&amp;_Cervello/1348151" target="_blank">Mente &amp; cervello</a></em> si occupa della prossima edizione, la V, del <strong>DSM</strong> (<em>Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders</em>) che uscirà nel 2013. Ebbene, tra le novità previste c’è la cancellazione dall’elenco delle malattie mentali del “disturbo di personalità narcisistico”. Non tutti gli psichiatri condividono tale decisione ma questo conferma che la malattia mentale è <em>anche</em> un fatto costruito,  una struttura sociale, qualcosa quindi che accade sì nel cervello e nel corpo ma anche nel tempo e nell’ambiente.</p>
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