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La Sicilia impossibile

La nuova scuola di fotografia siciliana
Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 29 gennaio 2012

(Ferdinando Scianna, Pantelleria, 1962)

(Carmelo Bongiorno, Last Plate, 2008)

Tre fotografi siciliani dell’ultima generazione esprimono in modo radicale l’impossibilità di restituire l’Isola in immagini, sineddoche dell’impossibilità di dirla, di coglierla, di esaurirla. Carmelo Bongiorno adotta una tecnica sfocata, un mosso troppo esplicito e dagli esiti manieristici, pur con qualche notevole raggiungimento, soprattutto nelle grandi foto a colori, come Last plate. Il risultato complessivo è vicino all’estetica della Pop Art. Effetti opposti consegue Carmelo Nicosia, con le sue immagini scattate dal cielo, troppo gelide e rarefatte. Sandro Scalia dà forma a una natura antropizzata e dunque del tutto desolata, fatta di autostrade, cantieri, cave, serre.

A questi tre fotografi la mostra accompagna le immagini di alcuni grandi maestri tra i quali Letizia Battaglia, con una Palermo dalla miseria senza fine, con i suoi morti ammazzati degli anni Settanta e Ottanta composti al modo di Mantegna e dal taglio sempre rinascimentale o caravaggesco, come lo splendido e dolente ritratto di Rosaria Schifani. Assai meno convincenti risultano le Rielaborazioni recenti di queste opere, che mescolano la tragedia alla frivolezza. Il più importante fotografo siciliano rimane Ferdinando Scianna, un talento nel quale la lezione di Cartier-Bresson, da lui personalmente conosciuto e frequentato, diventa pura arte, immagini epiche e potenti, come in quel vortice di sorriso e di femminilità mediterranea che è Pantelleria.

(Enzo Sellerio, Morgantina, il guardiano degli scavi, 1960; Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, 1992)

Enzo Sellerio sembra tra i maestri il più tranquillo e invece a me la sua opera risulta estrema nella sua apparente pacatezza, generatrice di un’angoscia sottile e inspiegabile, come nel barocco e straniante Morgantina, il guardiano degli scavi.
Da tutte queste immagini la Sicilia emerge come tragedia, incubo, gloria, mito, disperazione, Sole, nulla.

La Russia di Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson. Russia
Genova – Palazzo Ducale
Sino al 14 febbraio 2010

Cartier-Bresson visitò l’Unione Sovietica nel 1954 e nel 1972. All’indomani della morte di Stalin e nel pieno della Guerra Fredda. Ma ciò che il suo sguardo incomparabile sa cogliere è la costante antropologica che precede di molto le rivoluzioni e che a esse sopravvive. I santi, le icone, la fede che traspira dagli sguardi sono gli stessi sia che vengano rivolti alle Madonne ortodosse sia che abbiano come oggetto Stalin e gli altri santi del partito comunista. L’entusiasmo e la dedizione di milioni di russi al regime sembrano autentici. I bambini in divisa delle scuole elementari si alternano a una borsa oggetto di desiderio delle massaie moscovite; le gigantografie di Lenin -per quanto enormi tanto da coprire interi palazzi- sembrano sparire al confronto con gli immensi spazi della Russia profonda. La sensazione è che le tradizioni culturali, religiose, simboliche siano sopravvissute anche al dogmatismo rivoluzionario e che invece si stiano dissolvendo a contatto con il liberismo, che tutto riduce a merce e moneta. L’occhio di Cartier-Bresson suggerisce forse una triste verità: gli umani si adattano meglio alla servitù del gregge che alla libertà della polis.