luglio 2010
BREVIARIO DEI POLITICI secondo il Cardinale Mazzarino
A cura di Giovanni Macchia
Rizzoli, Milano 1989
Pagine XXXV – 160

Il teatro, il simulare e il dissimulare, il tacere e l’osservare, il conservare segreti propri e l’apprendere quelli altrui. Anche dalle pagine di questo sobrio manuale del potere il Seicento si delinea come un’età di vertigine. Il vortice della finzione afferra nel suo gorgo ogni attimo e tutte le azioni, sino a coinvolgere il Sé profondo.
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di John Hillcoat
USA, 2009
Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce
Trailer del film

Non si sa che cosa sia accaduto, quando e come. Ma non c’è più vita animale, le foreste sono spoglie, gli alberi rimasti cadono e i terremoti si scatenano. I pochi umani ancora in vita si dividono tra predatori e prede, destinate a essere mangiate dai loro simili. Una ferocia quasi ovvia intesse le esistenze tornate allo stato di natura. Un Padre e un Figlio, entrambi senza nome, spingono il loro carrello da barboni, emblema di ciò che sono stati i consumi e di come ormai consummatum est (Gv., XIX, 30). Nato al momento dell’apocalisse, il figlio rappresenta per il padre lo stesso «Verbo di Dio», una promessa di redenzione che egli cerca in tutti i modi di preservare. La cupa metafora che questo film -e il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto- rappresenta non può che concludersi col sacrificio da cui scaturisce una flebile speranza.
Ricordando un’affermazione hegeliana, si potrebbe dire che quando il cinema dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire ma soltanto conoscere. Il colore che non è colore attraversa infatti le miserabili esistenze rimaste e intesse ogni fotogramma di quest’opera, tranne i feedback del tempo che precede la catastrofe e la coperta-sudario di una delle scene conclusive. John Hillcoat ha costruito un road movie claustrofobico. Ossimoro che da se stesso dice dell’abbandono e dell’orrore di cui sono fatte le strade che gli umani, o qualche dio, non hanno saputo preservare dal male.
[ Una recensione analitica del film, curata da Mario Gazzola, si può leggere sul sito posthuman.it ]
Milano – Palazzo della Ragione
Sino al 21 marzo 2010

Una saggezza profonda, la saggezza stessa della terra, sembra prendere volto e forma nei luminosi e potenti ritratti di Steve McCurry. Persone e paesaggi dello Yemen vi appaiono ancora come li aveva descritti Pasolini decenni fa. L’infanzia sembra resistere quasi sulla soglia della morte nei tanti bambini armati o schiavizzati. Bellissime le foto in cui questi bambini stanno invece in compagnia di anziani dallo sguardo fiero e millenario. La guerra domina il paesaggio della mostra milanese. Violenza ovunque: Kuwait, Afghanistan, Iraq. Ma dalla luce dei volti, dagli occhi limpidi, malinconici e profondi sembra sgorgare un’ultima e fonda speranza.
Henri Cartier-Bresson. Russia
Genova – Palazzo Ducale
Sino al 14 febbraio 2010

Cartier-Bresson visitò l’Unione Sovietica nel 1954 e nel 1972. All’indomani della morte di Stalin e nel pieno della Guerra Fredda. Ma ciò che il suo sguardo incomparabile sa cogliere è la costante antropologica che precede di molto le rivoluzioni e che a esse sopravvive. I santi, le icone, la fede che traspira dagli sguardi sono gli stessi sia che vengano rivolti alle Madonne ortodosse sia che abbiano come oggetto Stalin e gli altri santi del partito comunista. L’entusiasmo e la dedizione di milioni di russi al regime sembrano autentici. I bambini in divisa delle scuole elementari si alternano a una borsa oggetto di desiderio delle massaie moscovite; le gigantografie di Lenin -per quanto enormi tanto da coprire interi palazzi- sembrano sparire al confronto con gli immensi spazi della Russia profonda. La sensazione è che le tradizioni culturali, religiose, simboliche siano sopravvissute anche al dogmatismo rivoluzionario e che invece si stiano dissolvendo a contatto con il liberismo, che tutto riduce a merce e moneta. L’occhio di Cartier-Bresson suggerisce forse una triste verità: gli umani si adattano meglio alla servitù del gregge che alla libertà della polis.
I siciliani scriventi.
Interviste, versi, fotografie e saggi nell’ “omaggio” di Monika Lusting
in Centonove, numero 49, 24 dicembre 2009
Pagina 48

[Il titolo redazionale non è del tutto esatto in quanto si tratta di una recensione alla bella antologia Sicily Black, uscita nel 2009]

dicembre 2009
di Arnold Gehlen
(Gesamtausgabe, Band 7)
Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 1978
Pagine 589

Einblicke, impressioni e sguardi sul presente, elaborati da Gehlen in venticinque anni (dal 1950 al 1976) di interventi, conferenze, articoli, analisi, tutte caratterizzate da una estrema lucidità nella comprensione delle radici e delle conseguenze dei fatti sociali e culturali.
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Pubblicato giorno
18 dicembre 2009
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novembre 2009
di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.
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Pubblicato giorno
30 novembre 2009
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È stata resa nota oggi la morte di Claude Lévi-Strauss, avvenuta il 1 novembre a Parigi. Uno dei risultati della sua ricerca è che «nessuna società è profondamente buona e nessuna è assolutamente cattiva; offrono tutte certi vantaggi ai loro membri, tenuto conto di un residuo di iniquità che sembra più o meno costante» (Tristes Tropiques, 1955; trad. it. Il Saggiatore 1996, p.375). La società umana si presenta nel tempo e nello spazio con una varietà di espressioni e organizzazioni che lascia in ogni caso intravedere il reticolo comune, gli elementi strutturali la cui individuazione rimane il maggiore contributo che le ricerche di Lévi-Strauss abbiano fornito. In ogni caso,
il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui. Le istituzioni, gli usi e i costumi che per tutta la vita ho catalogato e cercato di comprendere, sono un’efflorescenza passeggera d’una creazione in rapporto alla quale essi non hanno alcun senso, se non forse quello di permettere all’umanità di sostenervi il suo ruolo. (…) Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all’uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso. (…) Piuttosto che antropologia, bisognerebbe chiamare «entropologia» questa disciplina destinata a studiare nelle sue manifestazioni più alte, questo processo di disintegrazione.
(402-403)
Tristi tropici, triste antropologia.
«I mobili confini tra l’uomo e le altre specie»
il manifesto
30 ottobre 2009 – pag. 11

Ancora ci si stupisce, ancora alcuni giornali agitano scandali e altri giornali nascondono oppure delirano di complotti della magistratura (!), ancora si aspettano indagini, processi, sentenze. Come se non fosse evidente a chiunque sappia guardare con un minimo di oggettività i fatti e la condizione dell’Italia che essa ha superato il modello colombiano, che ormai da decenni è in mano a organizzazioni criminali di ogni genere: Logge massoniche i cui programmi sono diventati azione di governo; affiliati di Cosa Nostra che hanno fondato partiti che vincono le elezioni; Camorre che amministrano intere regioni; cittadini complici dei banditi e dei magnaccia che eleggono negli enti locali, succubi dello strapotere di ladri che allignano in ogni ambito della vita sociale (sanità, pubblica amministrazione, scuole, università…).
Un intero popolo ridotto a Lumpenproletariat, a proletariato straccione di nuovi ricchi xenofobi e ignoranti al Nord, di miserabili che al Sud si vendono «per dieci chili di pasta o per la scarpa sinistra o per un posto di lavoro o per l’acqua» (come scrive Giusy Randazzo), di cattolici pronti a sostenere un sardanapalo crapulone pur di ottenere privilegi finanziari e “morali”, di raccomandati ovunque. Gli anarchici sanno da sempre che lo stato è criminale, che la lotta non è tra il bene delle istituzioni e il male delle organizzazioni malavitose ma si combatte tra gli uomini liberi e i malviventi che stanno dappertutto.
Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 7 novembre 2009

Trenta artisti hanno realizzato video, installazioni, fotografie con l’intento di dire l’Isola al di fuori di schemi, pregiudizi, cliché, narrazioni già sentite. Leggi il seguito »
di Erik Gandini
Svezia, 2009
Trailer del film

Vedere questo film è stato un grande, puro divertimento. Videocracy è fatto di un montaggio intelligente e sempre meditato, di musiche capaci di cogliere la natura tragica di immagini frivole, dell’epopea del Presidente che si intreccia con l’analogo sogno di un giovane operaio. Vi prende forma e figura un mondo surreale e realissimo nel quale il potente L.M. -agente e creatore di stelle televisive- rivendica di essere un mussoliniano e mostra sorridendo dei filmati nazionalsocialisti sul proprio cellulare; nel quale un re dei paparazzi -F.C.- accusa di malvagità il Potere e di sé dice d’essere «un moderno Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare a se stesso»; nel quale la storia delle televisioni commerciali, e del loro dilagare nelle case e nelle menti, diventa ed è la storia dell’Italia contemporanea. Un intreccio inestricabile di epica e di farsa, di casalinghe che si spogliano e di istituzioni che applaudono.
Il commento è sempre discreto e sobrio poiché le immagini, davvero, parlano da sole. «Basta apparire», è la frase conclusiva di L.M. posta a epigrafe dei due finali: bellissimo il primo, con ragazze che ballano frenetiche e uguali in un silenzio siderale; meditativo il secondo, col lento incedere del Capo sorridente tra ali di folla che plaude. La politica nell’epoca della sua riproducibilità televisiva.
Immondo è certo il Presidente ma più immondo ancora è il suo Pubblico.

Proprio ai piedi del Monte Rosa si apre la Valle Anzasca. L’ultimo paese, quello che la chiude, è Macugnaga (Provincia di Verbano-Cusio-Òssola). Fino al XII secolo la località rimase quasi del tutto disabitata. Finché dalla vicina Svizzera arrivò una comunità che in quella valle cercava spazio e risorse per vivere. Il primo non mancava; le seconde furono sempre scarse e indussero la comunità Walser (e cioè dei “valligiani” provenienti dal Vallese) a condizioni di vita molto dure, improntate al risparmio di ogni bene, anche il più insignificante. Leggi il seguito »
(Das Weiße Band)
di Michael Haneke
Austria, Francia, Germania 2009
Con: Christian Fredel (il Maestro), Burghart Klaußner (il Pastore), Susanne Lothar (l’Ostetrica), Ulrich Tukur (il Barone), Rainer Bock (il Medico), Leonie Benesch (Eva)
Fotografia di Christian Berger
Palma d’oro al Festival di Cannes 2009

1914. In un villaggio della Germania del Nord si verificano inspiegabili fatti di violenza. Il medico cade da cavallo per un filo invisibile teso tra gli alberi, una contadina muore nella segheria, due bambini -il figlio del barone e quello dell’ostetrica- vengono seviziati, un uomo si suicida, un magazzino è dato alle fiamme. Dentro le case si sfoga una violenza più formale ma altrettanto dura. Specialmente nella famiglia dell’integerrimo pastore domina la violenza del padre verso i figli, i quali la diffondono a loro volta nel villaggio…
Un bianco e nero secco e antico disegna la vicenda corale della mostruosità umana. È lo stesso contesto cristiano protestante dentro cui Nietzsche comprese, con la sua profonda limpidezza interiore, la falsità strumentale delle morali, la ferocia del monoteismo, la perversione delle persone per bene. Costruito come un thriller antropologico, Das Weiße Band descrive l’esistenza quotidiana di una piccola comunità simile a tante, dove anche gli eventi più estremi diventano del tutto plausibili, dove bambini e adulti seguono gli stessi impulsi distruttivi. Bravissimi i giovani interpreti, specialmente nel dialogo in cui la figlia del medico spiega al fratello più piccolo il fatto che tutti debbano morire. È uno dei momenti chiave di un film elegantissimo nelle soluzioni formali e inquietante nella colpa collettiva.
in Sicily Black
A cura di Antonino Di Giovanni – Giacomo Alessandro Fangano – Rosaria Sardo
A&B – Bonanno Editore
Acireale-Roma, 2009
Pagine 34-38
