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	<title>agb &#187; Libro del mese</title>
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	<description>un barlume di fasto</description>
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		<title>Burckhardt, la storia</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 16:11:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sullo studio della storia (Uber geschichtliche Studium [Weltgeschichtliche Betrachtungen, 1868-1873]) di Jacob Burckhardt Trad. di Mazzino Montinari Boringhieri, 1958 Pagine 310 In queste sue lezioni pubblicate postume nel 1905 -anche con delle manipolazioni1- Burckhardt rifiuta le concezioni storicistiche che interpretano il divenire storico come lo sviluppo progressivo di un’idea, di un valore, di una qualsiasi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>Sullo studio della storia</strong></em><br />
(<em>Uber geschichtliche Studium </em>[<em>Weltgeschichtliche Betrachtungen</em>, 1868-1873])<br />
di <strong>Jacob Burckhardt</strong><br />
Trad. di Mazzino Montinari<br />
Boringhieri, 1958<br />
Pagine 310</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Burckhardt.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9928" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Burckhardt" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/02/Burckhardt-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>In queste sue lezioni pubblicate postume nel 1905 -anche con delle manipolazioni<sup><a href="#1">1</a></sup>- Burckhardt rifiuta le concezioni storicistiche che interpretano il divenire storico come lo sviluppo progressivo di un’idea, di un valore, di una qualsiasi Provvidenza. Cerca, piuttosto, di vedere la storia nella sua più concreta e non garantita empiria, a partire comunque da tre grandi concetti: stato, religione, cultura.<br />
Lo stato e la religione sono per Burckhardt elementi statici, di controllo, alla fine sempre oppressivi. La cultura, invece, è la dimensione dinamica, libera, viva e costantemente nuova. Essa è «la quintessenza di tutto ciò che si è formato <em>spontaneamente</em> per promuovere la vita materiale e come espressione della vita spirituale e morale» (pp. 42-43). In quanto tale, essa costituisce la critica delle altre due strutture, «l’orologio che rivela l’ora in cui la forma e il contenuto in esse non coincidono più» (74).<br />
Attraverso ampie pennellate ed efficaci excursus, Burckhardt enuncia una serie di tesi che saranno condivise e rielaborate da Nietzsche, il quale in uno dei biglietti del 4 gennaio 1889 definì il collega basileese «il nostro grande, grandissimo maestro»<sup><a href="#2">2</a></sup>. Tra queste tesi: il pluralismo metodologico; la Grecia come il luogo dove cultura e arte hanno avuto i migliori esiti, senza che però questo implichi la romantica e «fantastica predilezione per una antica e idealizzata Atene» (151); il cristianesimo come tipica religione dei passivi e dei dogmatici, che non è stata nemmeno capace di migliorare la condotta morale dei suoi adepti; il riconoscimento del conflitto come elemento dinamico della storia; la critica alle società massificate, i cui membri si adeguano sempre a chi meglio garantisce loro «tranquillità e guadagni» (239). Alle masse Burckhardt contrappone le «<em>individualità</em> possenti [che] si impongono e indicano le direzioni» (80-81).<br />
Oscillando tra pragmatismo e metafisica, disincanto e progetto, Burckhardt si pone alla confluenza di numerosi itinerari della cultura e del pensiero moderno. Lo studioso riservato, il silenzioso maestro, insegna a Nietzsche «che in generale non si valuti la vita terrena più di quel che merita» (193). Era la stessa convinzione di Platone: «Certo è vero che le vicende umane non meritano poi una grande considerazione, ma è anche vero che bisogna pur occuparsene, per quanto possa essere un compito ingrato»<sup><a href="#3">3</a></sup>. Questo compito è la storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Note</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="1"></a>1. Nel 1998 Einaudi ha pubblicato una nuova edizione, presentandola con queste parole: «Le lezioni che Burckhardt tenne all&#8217;Università di Basilea tra il 1868 e il 1873, uno dei momenti salienti della moderna riflessione storiografica. Condotta sui manoscritti originali, la nuova edizione a cura di Maurizio Ghelardi restituisce gli appunti dello storico svizzero alla loro vera natura, facendo giustizia delle deformazioni nate dalle precedenti manipolazioni e riproducendo le frequenti osservazioni critiche che Burckhardt annotava in margine ai fogli».</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="2"></a>2. F. Nietzsche,  <em>Briefe. Januar 1887 – Januar 1889</em>, in «Nietzsche Briefwechsel. Kritische Gesamtausgabe», herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari, vol. III/5, de Gruyter, Berlin-New York 1984, lettera 1245, p. 574. Nel recente quinto e ultimo volume della traduzione italiana dell&#8217;<em>Epistolario</em> (Adelphi, 2011) la lettera si trova a p. 889.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="3"></a>3. Platone, <em>Leggi</em>, 803 a, trad. di R. Radice.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 85 &#8211; Gennaio 2012</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le leggi fondamentali del design sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della visione cromatica, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9850" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_85" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/MC_85.jpg" alt="" width="200" height="259" /></a>Le leggi fondamentali del <strong>design</strong> sono semplici. La mente umana sembra preferire infatti oggetti grandi, arrotondati, simmetrici e complessi. Le ragioni sono intuibili e sono di carattere anche evolutivo. Evolutiva è pure la ragione della <strong>visione cromatica</strong>, che la selezione ha fatto emergere nella nostra specie «perché è utile a individuare efficacemente la frutta nel folto della foresta» (F.Sgorbissa, p. 61). Non solo: i colori  costituiscono una delle più efficaci espressioni del potere della mente e di una delle sue decisive articolazioni, il linguaggio. Nel dibattito serrato tra culturalisti e biologisti, infatti, alcuni ritengono che «la struttura del linguaggio modifica il modo in cui concettualizziamo gli oggetti del mondo», tanto che persino «i nomi che diamo ai colori alterano il modo in cui li vediamo» (Id., 58). Agli undici (o forse dodici) colori focali di base di molte lingue europee si contrappongono linguaggi nei quali i colori di base sono di numero minore e assumono caratteristiche diverse. Ma credo che anche in questo caso una contrapposizione rigida tra natura e cultura impedisca di comprendere la continuità senza separazione dell’umano e della sua coscienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>coscienza</strong> è dedicato il dossier di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/12/27/news/mente_cervello-751263/" target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em>.</a> La coscienza è un’esperienza <strong>percettiva</strong> -forme, colori (appunto), odori-, <strong>cognitiva</strong> -pensieri, nozioni, informazioni-, <strong>fenomenica</strong> -che cosa si prova a essere e a fare qualcosa-, <strong>corporea</strong> -«le competenze cognitive, e anche le capacità coscienti, sono il risultato dell’interazione del nostro corpo con l’ambiente, più che di astratte manipolazioni simboliche di rappresentazioni mentali. […] È dunque dal corpo, anche robotico, che dobbiamo iniziare a cercare gli elementi di base della coscienza» (S.Gozzano, 41). Il fondamento cerebrale della coscienza è indubbio ma esso non è sufficiente a spiegarne la ricchezza: «Studiare la coscienza soltanto sulla base di ciò che si accende o non si accende in un cervello è limitativo: se una teoria della coscienza senza una conferma sperimentale è zoppa, gli esperimenti senza una teoria sottostante sono ciechi» (D.Ovadia, 28).</p>
<p style="text-align: justify;">Fra gli altri temi, di particolare interesse è l’intervista di Ranieri Salvadorini allo psichiatra Corrado De Rosa, autore di un libro sui <em>Medici della camorra</em>. Chiamati come periti di parte, questi psichiatri fanno di tutto per ingannare la magistratura, ottenere ricoveri in ospedale e da lì facilitare la fuga dei camorristi. Si tratta di «un sistema dove quotidianamente si combinano impreparazione clinica, superficialità, mancanza di etica professionale, malafede e paura, con il risultato di favorire le commistioni tra psichiatria e mafie. […] I clan, poi, pagano molto bene. Il loro tariffario prevede anche 10.000 euro per una sola perizia. Lo Stato per quella stessa perizia paga meno di 400 euro lordi» (73-74).</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le recensioni ce n’è una dedicata a <em>Filosofia dell’umorismo</em> di John Morreall<em>. </em>Vi si ricordano le parole pronunciate da <strong>Oscar Wilde</strong> sul letto di morte: «Questa carta da parati è atroce: uno di noi due se ne deve andare» (105). Questa sì che è coscienza della nostra finitudine.</p>
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		<title>Auto da fé</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 13:45:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Die Blendung [1935] di Elias Canetti Trad. di Luciano e Bianca Zagara Adelphi, 1985 Pagine 521 Un masso isolato nello spazio del mondo e delle parole che tentano di descriverlo. Un mondo andato in pezzi e una scrittura icastica che ne restituisce la realtà frantumata. Un flusso di coscienza non soggettivo, non più interiore, come se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>Die Blendung</em></strong> [1935]<br />
di <strong>Elias Canetti</strong><br />
Trad. di Luciano e Bianca Zagara<br />
Adelphi, 1985<br />
Pagine 521</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/auto_da_fé.jpg"><img class="size-full wp-image-9742 alignleft" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="auto_da_fé" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2012/01/auto_da_fé.jpg" alt="" width="190" height="295" /></a>Un masso isolato nello spazio del mondo e delle parole che tentano di descriverlo. Un mondo andato in pezzi e una scrittura icastica che ne restituisce la realtà frantumata. Un flusso di coscienza non soggettivo, non più interiore, come se la maligna assurdità delle cose avesse preso da sé voce e forma parossistiche e tuttavia geometriche. Un teorema espressionistico. Questo è <em>Die Blendung</em>, l’unico romanzo di Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1981.<br />
Peter Kien è un sinologo universalmente ammirato. Ma è «<em>una testa senza mondo</em>» (titolo della prima parte). Vive solitario nella sua grande casa-biblioteca, fin quando la sua governante Therese -una donna che «non aveva niente di sacro, era un essere molto crudele» (p. 344)- non lo raggira e lo induce a sposarla. Comincia allora l’avventura di Kien in un «<em>mondo senza testa</em>» (titolo della seconda parte), nel quale «la vita quotidiana era un superficiale groviglio di menzogne» (20). È un mondo composto da individui ipocriti, violenti, volgari, miserabili. Il mondo degli umani. Therese lo butta fuori di casa impadronendosi dell’appartamento e di tutti i suoi libri; un nano gli sottrae con pazienza e metodo buona parte del patrimonio; un portinaio omicida lo rinchiude al buio in uno stanzino maleodorante. Per una fortunata e fortuita circostanza arriva il fratello Georges, celebre psichiatra, a liberarlo dalla moglie-mostro e da ogni fastidio. Ma, partito Georges, «<em>il mondo nella testa</em>» (titolo della terza parte) comincia il suo moto vorticoso, incontenibile, corrusco.<br />
Che cosa racconta questa storia?<br />
Racconta la follia.<br />
Racconta la scotomizzazione, che restringe la visuale dei personaggi fino a escludere dallo sguardo ciò da cui ciascuno si sente impaurito o infastidito.<br />
Racconta la paura che il tempo suscita tra gli umani, il loro desiderio di cancellare il presente e rifugiarsi nell’immobilità del passato oppure nel futuro che avrà reso passato il presente: «Il futuro, il futuro, come fare per rifugiarsi nel futuro? Una volta passato il presente, lui non avrà più nulla da temere da esso. Ah, se fosse possibile cancellare il presente! L’infelicità del mondo dipende dal fatto che noi si vive troppo poco nel futuro. […] La colpa di tutti i dolori è nel presente. Lui non vede l’ora che giunga il futuro perché allora nel mondo vi sarà più passato», questo pensa Kien (172).<br />
Racconta la massa, il provare «la felicità di volere tutti insieme la stessa cosa» (353). <a href=" http://www.biuso.eu/2009/01/25/massa-e-potere/" target="_blank">Massa</a> che per Canetti è la forma naturale dell’umanità, la quale «esisteva, come massa, già molto prima di venire inventata -e annacquata- in sede concettuale. Essa ribolle, animale mostruoso, selvaggio, ardente e turgido di umori, nelle profondità del nostro essere, più profonda delle Madri» (447).<br />
Racconta i libri, invenzione perfetta che però non può essere utilizzata come una corazza con la quale difendersi dal coacervo della vita e del suo orrore. Bisogna infatti che testa e mondo si incontrino in una comprensione profonda, disincantata e rigorosa dell’esistere. È in tale convergere che la cultura diventa «il salvagente dell’individuo contro la massa che è in lui» (446).<br />
In ogni caso, «non c’è uomo che valga quanto i libri che possiede» (235) ed è vero che «diversi miliardi di uomini qualunque avevano vissuto assurdamente e altrettanto assurdamente erano morti. Mille uomini precisi, non più di mille, avevano edificato la scienza» (333).<br />
Questo libro terrificante e terapeutico, ironico e catartico, insegna che alle tre principali forme della relazionalità  umana -il gaudio inquieto, la prestazione e il possesso- bisogna aggiungerne una quarta: la ferocia.</p>
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		<title>Straniero/estraneo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Dec 2011 11:07:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Albert Camus L’étranger [1942] Gallimard, Paris 2011 Pagine 184 Un sole accecante intesse lo spazio, il cielo, i corpi. Un sole disumano e insostenibile. È anche a causa sua che Meursault -un impiegato che vive e lavora nell’Algeria francese, che si sente ed è come tutti gli altri- si ritrova quasi per caso a uccidere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Albert Camus</strong><br />
<em><strong>L’étranger </strong></em>[1942]<br />
Gallimard, Paris 2011<br />
Pagine 184</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Camus.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9633" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Camus" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/Camus-180x300.jpg" alt="" width="180" height="300" /></a>Un sole accecante intesse lo spazio, il cielo, i corpi. Un sole disumano e insostenibile. È anche a causa sua che Meursault -un impiegato che vive e lavora nell’Algeria francese, che si sente ed è come tutti gli altri- si ritrova quasi per caso a uccidere un arabo che lui nemmeno conosce e che era in lite con un suo vicino di casa. «Il y avait déjà deux heures que la journée n’avançait plus, deux heures qu’elle avait jeté l’ancre dans un océan de métal bouillant. […] J’ai pensé que je n’avais qu’un demi-tour à faire et ce serait fini. Mais toute une plage vibrante de soleil se pressait derrière moi» (“Già da due ore il giorno si era fermato, da due ore aveva gettato l’ancora in un oceano di metallo bollente […] Ho pensato che avessi da fare solo mezzo giro su me stesso e sarebbe finita. Ma tutta una spiaggia vibrante di sole premeva dietro di me”; p. 91), spingendolo a non fermarsi, ad avanzare, a suscitare la reazione spaventata dell’uomo che estrae un coltello luccicante al sole. «C’est alors que tout a vacillé. […] Il m’a semblé que le ciel s’ouvrait sur toute son étendue pour laisser pleuvoir du feu. […] J’ai secoué la sueur et le soleil. J’ai compris que j’avais détruit l’équilibre du jour, le silence exceptionnel d’une plage où j’avais été heureux» (“È stato allora che tutto ha vacillato. […] Mi è sembrato che il cielo s’aprisse in tutta la sua estensione per lasciar piovere del fuoco. […] Ho scosso il sudore e il sole. Compresi che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, l’eccezionale silenzio di una spiaggia dove ero stato felice”; 92-93).<br />
Al presidente del tribunale che gli chiede se ha qualcosa da dire dopo la feroce requisitoria con la quale il pubblico ministero ha chiesto la sua condanna a morte, Meursault risponde che lui non aveva alcuna intenzione di uccidere l’arabo e che questo è accaduto «à cause du soleil» (156). Ma un’altra corte lo aveva già osservato e giudicato. Una corte composta dai compagni d’ospizio della madre, con i quali aveva trascorso la notte di veglia funebre senza versare una lacrima: «j’ai eu un moment l’impression ridicule qu’ils étaient là pour me juger» (“ho avuto per un momento la ridicola sensazione che fossero là per giudicarmi”; 19).<br />
Quest’uomo solitario ed estraneo a ogni evento viene giudicato e condannato non per aver ucciso un altro uomo a revolverate ma per non aver pianto al funerale della madre, per non aver pregato sulla sua tomba, per essersi fidanzato il giorno successivo, per essere andato con la ragazza prima al mare e poi al cinema a vedere un film comico e aver  infine fatto l’amore con lei. Viene condannato per essere stato vivo, per avere vissuto e per volere ancora rivivere «cette vie absurde que j’avais menée» (181). È anche per questo che non aveva pianto davanti alla madre morta, poiché «si près de la mort, maman devait s’y sentir libérée et prêtre à tout revivre. Personne, personne n’avait le droit de pleurer sur elle. Et moi aussi, je me suis senti prêt à tout revivre» (“per quanto vicina alla morte, maman doveva essersi sentita liberata e pronta a rivivere ogni cosa. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto”; 183). Tale volontà di eterno ritorno merita la condanna, poiché «tout le monde sait que la vie ne vaut pas la peine d’être vécue» (“tutti sanno che la vita non vale la pena d’essere vissuta”; 171).<br />
Una vita che anche nel protagonista di questo libro è fatta di abitudine -«on finissait par s’habituer à tout» (118)-, è fatta di noia -«je n’avais rien à faire» (71)-, è fatta di indifferenza -«cela m’était égal» risponde Meursault sia al capoufficio che gli propone una promozione a Parigi sia a Marie che gli chiede di sposarlo (66 e 67)-, è fatta del bisogno d’ammazzare il tempo -«toute la question, encore une fois, était de tuer le temps» (120). Una vita che però è intrisa anche di libertà anarchica, è intrisa di poesia -«par la porte ouverte entrait une odeur de nuit et de fleurs» dice da libero (18); «des odeurs de nuit, de terre et de sel rafraîchissaient mes tempes. La merveilleuse paix de cet été endormi entrait en moi comme une marée» ripete ancora in carcere (“odori di notte, di terra e di sale rinfrescavano le mie tempie. La meravigliosa pace di questa lenta estate entrava in me come una marea”; 183), una vita che è intrisa del sempre uguale della perfezione, tanto che qualunque cosa accada «il n’y avait rien de changé» (39).<br />
Una vita senza dio. L’ateismo di Camus è radicale, argomentato, compiuto. La morte di Dio è nelle sue pagine consumata sino in fondo e sino alla fine. Al pubblico ministero che durante un interrogatorio lo invita brandendo un crocifisso d’argento a chiedere il perdono di Dio, Meursault risponde di no e lo fa distrattamente, anche perché il caldo della stanza non gli aveva permesso di seguire con attenzione il ragionamento dell’inquirente. Al cappellano che vorrebbe redimerlo prima dell’esecuzione, risponde «qu’il me restait peu de temps. Je ne voulais pas le perdre avec Dieu» (“mi restava poco tempo. Non volevo perderlo con Dio”; 180). Al di là della disperazione, della morte e del nulla, al di là dunque dei modi nei quali l’esistenza è gettata nel mondo, il monologo di Camus si consuma e si chiude con un grido di poesia, di rivolta, di tenerezza e di gioia, nel quale l’ultima parola -<em>odio</em>- disegna in modo geometrico che cosa la vita sia, che cosa la vita meriti. È  uno dei finali più potenti che conosca:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Comme si cette grande colère m’avait purgé du mal, vidé d’espoir, devant cette nuite chargée de signes et d’étoiles, je m’ouvrais pour la première fois à la tendre indifférence du monde. De l’éprouver si pareil à moi, si fraternel enfin, j’ai senti que j’avais été heureux, et qui je l’étais encore. Pour que tout soit consommé, pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu’il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu’ils m’accueillent avec des cris de haine. (184)</p>
<p style="text-align: justify;">[Come se questa grande ira mi avesse purificato dal male, svuotato di speranza, davanti a questa notte carica di segni e di stelle, per la prima volta mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Percependolo così simile a me, così fraterno infine, sentivo che ero stato felice, e che ancora lo ero. Affinché tutto fosse compiuto, affinché mi sentissi meno solo, mi rimaneva da desiderare che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che essi mi accogliessero con delle grida di odio]</p>
</blockquote>
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		<title>Mente &amp; cervello 84 –  Dicembre 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 14:14:15 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-9572" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_84" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/MC_84.jpg" alt="" width="200" height="258" /></a>Nel recensire questa Rivista dedico ogni volta uno spazio consistente a malattie, sindromi, sciagure di vario genere. È forse triste ma anche inevitabile, visto che il corpomente è “na scarfoglia i cipulla”, vale a dire (la definizione è della mia nonna paterna -Giuseppa-, donna davvero straordinaria) una foglia di cipolla, fragile e sottile, pronta dunque a sbriciolarsi. Mi sono ricordato di quella definizione leggendo la risposta che Leonardo Tondo dà a un lettore che delinea un vero e proprio «ritratto di una depressione»; lo psichiatra scrive infatti che «la depressione si infila spesso nei gangli vitali di una persona, e talvolta è difficile mandarla via perché sembra più congeniale alle nostre emozioni della felicità» (p. 7). Ciò vuol dire che c’è qualcosa che ci attira verso il baratro dello star male, che la prospettiva di esser felici ci spaventa a volte più di una condizione di profonda tristezza. Perché? Rispondere a tale domanda significherebbe comprendere una parte consistente dell’enigma umano. E sospetto che la risposta coinvolga anche quel particolare -e distruttivo- sentimento che è il <strong>senso di colpa</strong>, il quale secondo molti psicologi ha degli effetti positivi o addirittura necessari per evitare atti di ferocia e di crudeltà. E tuttavia penso che il senso di colpa debba rimanere sempre a livelli bassissimi poiché alla lunga distrugge le relazioni umane, la serenità, le vite. Una ragione di questa sua pericolosa caratteristica sta nel fatto che la colpa è -in modo solo apparentemente paradossale- «un’emozione narcisistica» in quanto «chi si sente in colpa tende a mettere le proprie azioni al centro del mondo» (P.E. Cicerone, 76), attribuendo sempre a se stesso la responsabilità di ogni male, credendosi insomma onnipotente. Ma non basta: provare sensi di colpa verso qualcuno ci autorizza a detestarlo con il conforto di una buona coscienza. In definitiva nutrire eccessivi sensi di colpa vuol dire essere essenzialmente egoisti. Ecco perché chi -come ad esempio Nietzsche- invita a sbarazzarsi di questa orrida zavorra lo fa anche come atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. Se ne deduce che le <strong>religioni</strong> che sul senso di colpa fondano gran parte del loro potere -a partire dall’ebraismo, con la sua storiella di Adamo ed Eva- sono nemiche di ogni concordia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’articolo filosoficamente più interessante di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/11/21/news/dicembre_2011-681801/ " target="_blank">questo numero di <em>Mente &amp; cervello</em></a> è dedicato a un breve resoconto sulla questione del <strong>libero arbitrio</strong> [il testo si può leggere per intero in inglese sul sito di <em><a href="http://www.nature.com/news/2011/110831/full/477023a.html" target="_blank">Nature</a></em>]. Gli esperimenti neurologici di <strong>Libet</strong> e di <strong>Haynes</strong> hanno mostrato come ancora prima «che il soggetto fosse consapevole di aver preso una decisione il suo cervello aveva già scelto» e che dunque «la consapevolezza di aver preso una decisione potrebbe essere nient’altro che un’appendice biochimica, priva della pur minima influenza sulle azioni della persona» (K.Smith, 96). Il dibattito su queste ricerche è amplissimo e intenso; per farsene un’idea consiglio la lettura di <em>Siamo davvero liberi? Le neuroscienze e il problema del libero arbitrio</em>, a cura di De Caro, Lavazza e Sartori, Codice edizioni, 2010. Qui mi limito a rilevare -con l’autrice dell’articolo- che bisogna prima di tutto mettersi d’accordo su che cosa si intenda con l’espressione <em>libero arbitrio</em>: «Alcuni filosofi lo definiscono come la capacità di prendere decisioni razionali in assenza di coercizione. Altre definizioni lo situano in un contesto di natura cosmica: al momento della decisione, e considerando come dato tutto ciò che è accaduto in passato, sarebbe stato possibile giungere a una decisione diversa. Altri restano legati all’idea che ci sia un’ “anima” di natura non fisica a governare le decisioni» (99). Si aggiunga a questo il problema metodologico che nasce dal fatto che gli esperimenti di Libet, di Haynes e di altri neurologi si riferiscono a situazioni di estrema semplicità: «Premere un pulsante o giocare a un videogioco è ben lontano dal preparare una tazza di tè, candidarsi alla presidenza della Repubblica o commettere un delitto» (100). L’ostacolo più grave al dialogo tra filosofi e neuroscienziati è comunque un altro e consiste nel fatto che questi ultimi si attardano spesso -ed è certo singolare- su una <strong>concezione dualistica dell’umano</strong>. Parlare infatti di una precedenza dell’attività <em>neuronale</em> su quella <em>mentale </em>o viceversa significa rimanere in un ambito nel quale mente e cervello sono distinti; il paradigma cartesiano si mostra così assai più potente e pervasivo di quanto anche i suoi avversari pensino.<br />
La successione cronologica individuata da Libet e Haynes costituisce un importantissimo contributo tecnico sulle dinamiche dell’encefalo ma non può essere assunta a metodo di soluzione  di una questione che va molto oltre la scansione cerebrale e che ha bisogno invece di tutta l’attenzione fenomenologica che soltanto la filosofia può offrire. Bisogna dunque con tranquillità affermare che sul problema del libero arbitrio continuano a dare una plausibile soluzione le argomentazioni di <strong>Spinoza</strong> e di <strong>Schopenhauer</strong>. Queste sì capaci di togliere fondamento all’illusione del libero arbitrio.</p>
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		<title>Kuhn</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 14:15:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Thomas Kuhn La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Come mutano le idee della scienza (The Structure of Scientific Revolutions, 1962 e 1970 by The University of Chicago). Trad. di Adriano Carugo Einaudi, Torino 1969-1978 Pagine 251 Pubblicato per la prima volta nel 1962, questo libro ha rappresentato una svolta radicale nella percezione del lavoro scientifico e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Thomas Kuhn</strong><br />
<em><strong>La struttura delle rivoluzioni scientifiche.</strong></em><br />
<em><strong>Come mutano le idee della scienza </strong></em><br />
(<em>The Structure of Scientific Revolutions</em>, 1962 e 1970 by The University of Chicago).<br />
Trad. di Adriano Carugo<br />
Einaudi, Torino 1969-1978<br />
Pagine 251</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/kuhn2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9451" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="kuhn2" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/12/kuhn2-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" /></a>Pubblicato per la prima volta nel 1962, questo libro ha rappresentato una svolta radicale nella percezione del lavoro scientifico e ha suscitato un  dibattito intenso e costante che dura ormai da cinquant&#8217;anni, dibattito al quale lo stesso autore ha portato il suo contributo attraverso un Poscritto del 1969 inserito nella quarta edizione italiana. Il concetto base da cui si dirama la riflessione di Kuhn è quello di <strong>paradigma</strong>: con tale termine vengono indicate «conquiste scientifiche universalmente riconosciute, le quali per un certo periodo, forniscono un modello di problemi e soluzioni accettabili a coloro che praticano un certo campo di ricerca» (pag.10).<br />
Intorno ai paradigmi ruotano la nascita, il consolidarsi, le crisi della forma di sapere che chiamiamo “scienza”. Paradigmi accettati, utilizzati e praticati universalmente caratterizzano i periodi di <strong>scienza normale</strong>, finché non avviene un salto, una rottura, un radicale mutamento, una<strong> rivoluzione scientifica</strong>. Le più note sono l&#8217;eliocentrismo copernicano, il rinnovamento della chimica operato da Lavoisier, le diverse dinamiche e prospettive cosmologiche di Galileo, Newton, Einstein, ciascuna tendente a sostituire la precedente.<br />
<span id="more-9447"></span>Come e perché avvengono in determinati momenti tali cambiamenti, queste rivoluzioni? Secondo Kuhn esse sono determinate anche da <strong>crisi culturali e storiche più ampie del campo scientifico propriamente detto</strong>. E fa l&#8217;esempio dell&#8217;eliocentrismo che, storicamente marginale al tempo di Aristarco (III sec. a.C.), in quello di Copernico si inserì in un più generale moto di rinnovamento culturale. È l&#8217;analisi delle modalità del cambiamento a costituire la maggiore originalità di Kuhn. Egli rifiuta totalmente le prospettive <strong>cumulative</strong> secondo cui «la transizione da un paradigma in crisi ad uno nuovo, dal quale possa emergere una nuova tradizione di scienza normale» si attuerebbe «attraverso un&#8217;articolazione o una estensione del vecchio paradigma» (111).<br />
Si tratta piuttosto -ribadisce più volte Kuhn- di «una ricostruzione del campo su nuove basi» (<em>ibidem</em>), di un «passaggio tra incommensurabili» (182), di un cambiamento del modo di vedere il mondo e persino del mondo stesso. In pratica, «i sostenitori  di paradigmi opposti praticano i loro affari in mondi differenti» (182). Da ciò deriva la concreta impossibilità della comunicazione, la quale fa sì che -come scrisse Max Planck- una nuova verità scientifica non si affermi attraverso la persuasione degli avversari ma a causa della loro morte e della crescita di nuove generazioni a essa abituate e disponibili.<br />
Kuhn osserva che nei manuali scientifici -e nella complessiva formazione dello scienziato- non rimane praticamente traccia di tali drammatici percorsi. L&#8217;autorità scientifica tende a nascondere sistematicamente «in parte per importanti ragioni funzionali, l&#8217;esistenza e il significato delle rivoluzioni scientifiche» (166), offrendo quanto più possibile l&#8217;impressione di un processo continuo e cumulativo «muoventesi in linea retta verso lo stato attuale» (201), in un indefinito cammino verso il <strong>progresso</strong>. Ciò avviene anche attraverso la rimozione di ogni seria prospettiva storica, con l&#8217;abbandono dello studio dei classici della propria disciplina, con un tipo di formazione «rigido e limitato» che somiglia a quello della «teologia ortodossa» (199). Tutto ciò è possibile anche per la natura esoterica del sapere scientifico il quale può rimanere chiuso e distante nei confronti del mondo dei profani e della vita quotidiana.<br />
Nel <em>Poscritto</em> Kuhn rifiuta le accuse di irrazionalismo e relativismo che gli furono mosse, affermando la sua convinzione che le teorie scientifiche posteriori siano migliori di quelle anteriori ma solo in quanto strumenti più perfezionati per la soluzione dei <strong>rompicapo</strong> da cui scaturisce il primo stimolo alle rivoluzioni, e non in quanto le nuove teorie -i nuovi paradigmi- fornirebbero una migliore rappresentazione di ciò che la natura realmente è.<br />
La natura rimane in ogni caso <em>al di là</em>, le analisi fisiche, chimiche, biologiche sono solo un nostro modo di indagarla. La conoscenza scientifica, in definitiva, è un particolare <strong>linguaggio</strong> adottato da un certo gruppo umano (251). Delle scienze è possibile un&#8217;analisi semantica e sociale. La pretesa di raggiungere la verità sulla natura rimane per esse troppo grande.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 83 &#8211; Novembre 2011</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Nov 2011 10:13:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La voce umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9418" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_83" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/MC_83.jpg" alt="" width="200" height="257" /></a>La <strong>voce</strong> umana è una straordinaria funzione della corporeità vivente, capace di modulare suoni, emozioni, significati, giudizi, concezioni del mondo, desideri. Essa «ci presenta al nostro interlocutore, che può dedurne facilmente il sesso e attribuirci altre caratteristiche come un’età anagrafica, il livello culturale, lo stato emotivo e tratti personali come il livello di sicurezza o insicurezza» (P.E.Cicerone, p. 86).  E se accade di sentire la nostra propria voce registrata ci stupiamo e ci chiediamo se davvero sia nostra, «perché quando ci ascoltiamo la percepiamo dall’interno, e quindi diversa da come la sentono gli altri» (Id., 89).<br />
Anche i <strong>sogni</strong> vengono dal profondo della corporeità e da millenni resistono al tentativo di comprenderne davvero dinamica e funzione. Credo che abbia sostanzialmente ragione la teoria neurobiologica denominata «“ipotesi di attivazione-sintesi”, secondo cui i sogni non significano nulla: sono semplici impulsi elettrici cerebrali che estraggono a caso pensieri e immagini dalla nostra memoria e che organizziamo in storie al nostro risveglio nel naturale tentativo di dar loro un senso» (S.van der Linden, 102). Questa loro insignificanza non contrasta comunque con il fatto che i sogni svolgano una importantissima funzione di <em>difesa</em> attraverso la costruzione di possibili scenari diurni, di <em>rafforzamento</em> della memoria del vissuto, di <em>elaborazione</em> delle emozioni che ci scuotono. Ma, naturalmente, nulla profetizzano e a nulla si riferiscono al di là del corpomente.<br />
Da dentro deriva quella tristezza di fondo ma spesso creativa che Aristotele chiamava <strong>malinconia</strong> (e non “depressione”, come afferma S.Carson, 43), che si può attenuare con i sali di litio (poiché siamo fatti di chimica) ma che rimane difficile da superare del tutto perché -secondo l’esperienza anche personale di Kay Jamison Redfield- «bipolari si nasce, non si diventa» (D. Ovadia, 55). Psicologa che ha subìto e subisce sulla propria carne -sino a vari tentativi di suicidio- la depressione maniacale, Kay Jamison cerca giustamente di sfatare il legame romantico tra genio e follia, affermando che «se la malattia mentale può agire da catalizzatore per l’artista, la creatività esiste a prescindere dalla malattia. E per rendere al massimo, per riuscire a produrre, non si può stare male. […] La produttività, la creatività, sgorgano con la massima forza quando gli opposti si conciliano, quando il buio della depressione e la perdita di controllo legata alla mania si conciliano in un nuovo equilibrio» (<em>Ibidem</em>).<br />
Ma dentro di noi, fitto nella corporeità che siamo, sta soprattutto il <strong>tempo</strong>. Alla lettera. Lo conferma un articolo di <a href="http://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2011/10/26/news/mente_cervello-633360/" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedicato al problema di chi lavora nei turni di notte. Il ritmo circadiano che intesse la vita viene infatti in questi casi stravolto, poiché di luce siamo fatti come di tempo. La luce passa dagli occhi. E tuttavia non sono i coni e i bastoncelli a farci percepire il ritmo temporale bensì altre cellule sensoriali, le cellule gangliari retiniche che contengono la <strong>melanopsina</strong>, la quale regola l&#8217;orologio interno.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appena la luce di una determinata lunghezza d’onda colpisce le cellule gangliari retiniche, queste, attraverso il nervo ottico, inviano segnali al cervello verso un fascio di neuroni grande come un chicco di riso e contenente circa 10.000 cellule per ogni emisfero. Questo gruppo di neuroni si trova, da entrambi i lati, sopra l’incrocio tra il nervo ottico destro e il nervo ottico sinistro -chiasma ottico- e viene chiamato nucleo soprachiasmatico o NSC. Il NSC, a sua volta, “comunica l&#8217;orario” a tutte le cellule del corpo, per mezzo di impulsi nervosi e di neurotrasmettitori immessi nel circolo sanguigno. È così che, proprio come un grande orologio che governa l&#8217;organismo, regola i processi biologici di tessuti e organi&#8221;. (T.Kantermann, 76)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il NSC intensifica di giorno la propria attività, riducendo in questo modo la quantità di melatonina (l’ormone del sonno) presente nel sangue. È così che viviamo. L’orologio che siamo si fa svegliare chimicamente dalla luce percepita e decodificata dalla melanopsina. La <strong>luce</strong> diventa così subito tempo.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Il nostro orologio interno può essere paragonato a un’altalena per bambini che viene spinta continuamente. A seconda del punto di oscillazione in cui riceve la spinta, l’altalena accelera, rallenta o continua a oscillare nello stesso modo. Nel caso del nostro orologio interno, la spinta corrisponde alla luce: a seconda dell’orario in cui entra in gioco la luce, l’orologio si sposta in avanti, indietro o continua a battere il tempo come sempre. (Id., 77)</p>
</blockquote>
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		<title>Oggetti</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Nov 2011 19:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>agbiuso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alexius Meinong TEORIA DELL’OGGETTO (Über Gegenstandstheorie [1904] &#8211; Selbstdarstellung [1920]) A cura di Emanuele Coccia Quodlibet, Macerata 2003 Pagine 132 Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -Über Gegenstandstheorie, del 1904- e la Presentazione personale da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Alexius Meinong<br />
<strong>TEORIA DELL’OGGETTO</strong><br />
(<em>Über Gegenstandstheorie</em> [1904] &#8211; <em>Selbstdarstellung</em> [1920])<br />
A cura di Emanuele Coccia<br />
Quodlibet, Macerata 2003<br />
Pagine 132</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9223" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="Meinong" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/11/Meinong-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>Il volume raccoglie il testo fondamentale di Alexius Meinong -<em>Über Gegenstandstheorie</em>, del 1904- e la <em>Presentazione personale</em> da lui redatta nel 1920 in vista di un’opera dedicata all’autopresentazione dei filosofi contemporanei. Nel loro insieme, i due saggi delineano con chiarezza una delle ipotesi più originali e interessanti sul rapporto tra la mente umana e gli altri enti.<br />
Meinong parte dall’intenzionalità per arrivare a una teoria generale dell’oggetto. Non si può conoscere senza conoscere e rappresentarsi qualcosa. La filosofia, nella varietà delle sue articolazioni, è la scienza che si occupa di questi vissuti interni. E sin qui siamo in un ambito sia psicologico sia fenomenologico. Ma l’obiettivo di Meinong è assai diverso e consiste nel delineare una «trattazione teoretica dell’oggetto in quanto tale» (p. 23). Ma che cosa significa “oggetto in quanto tale”? È l’oggetto «indifferente all’esistenza [<em>daseinsfrei</em>]. Ho chiamato <em>teoria dell’oggetto</em> [<em>Gegenstandstheorie</em>] questa scienza dell’oggetto in quanto tale o dell’oggetto puro» (82).<br />
Ponendosi al di là del pregiudizio a favore del reale, tale teoria si occupa di tutti gli enti: quelli ai quali è possibile attribuire un’esistenza nella realtà (<em>Existenz</em>) e quelli che pur non esistendo possiedono in ogni caso consistenza (<em>Bestand</em>). <em>Existieren</em> e <em>Bestehen</em> significano entrambi in tedesco “esistere” ma nell’utilizzo di Meinong -e nella traduzione di Coccia- il primo si riferisce all’esistere empirico, il secondo all’esistere in quanto tale. Tutto ciò che esiste consiste ma non tutto ciò che consiste deve anche esistere.<br />
<span id="more-9219"></span>Quali sono dunque gli oggetti che pur essendoci non esistono? Sono molti. Prima di tutto gli oggetti matematici e geometrici. Numeri e forme geometriche, infatti, non possiedono esistenza empirica, sono non reali: «Non si vorrà certo accusare la matematica di estraneità alla realtà» e tuttavia «l’essere a cui la matematica in quanto tale deve interessarsi non è mai l’esistenza e mai essa si spinge in questo senso oltre la consistenza [<em>Bestand</em>]: una linea retta esiste così poco quanto un angolo retto e un poligono regolare quanto una circonferenza» (25-26). La matematica è dunque sostanzialmente un settore della teoria dell’oggetto. Si può dire che essa costituisca la «teoria speciale dell’oggetto», la quale nella sua forma generale si occupa di numerosi altri oggetti (47). Essa tratta, infatti, anche di  oggetti quali “identità e differenza”, la quantità di libri in una biblioteca, il numero delle diagonali di un poligono, gli antipodi, i significati, gli oggetti impossibili, quelli assurdi, come il quadrato rotondo o la montagna dorata. Essa affronta, inoltre, gli “oggettivi” e cioè i contenuti di molte proposizioni e giudizi. Ad esempio:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Quando dico “è vero, che ci sono antipodi” non è agli antipodi ma all’oggettivo “ci sono antipodi” che la verità è attribuita. Ciascuno comprenderà immediatamente che l’esistenza degli antipodi è qualcosa che certo può consistere [<em>bestehen</em>] ma da parte sua non può esistere. Ciò vale anche per tutti gli altri oggettivi, così che ogni conoscenza che ha per oggetto un oggettivo rappresenta al tempo stesso un caso di conoscenza di un non-esistente. (25)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza stessa è un tale oggettivo e quindi essa «non esiste, ma può solo consistere» (87).<br />
Da tutto ciò si comprende che per Meinong l’oggetto appartiene all’ontologia e non alla teoria della conoscenza. La <em>Gegenstandstheorie</em> è dunque una scienza autonoma rispetto alla gnoseologia e a ogni altro sapere. Autonoma anche dalla metafisica, che pure sembrerebbe lo sfondo e l’ambito naturale di un discorso siffatto. Rispetto alla metafisica, la teoria dell’oggetto è a priori, è più ampia e universale. Affermazioni teoreticamente assai forti, queste, ma ben difese da Meinong, il quale scrive che</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">la metafisica ha senza dubbio a che fare con la totalità di ciò che esiste, ma la totalità di ciò che esiste, con inclusione di quanto è esistito ed esisterà, è infinitamente piccola se paragonata alla totalità degli oggetti della conoscenza [<em>Erkenntnisgegenstände</em>]. Che tutto ciò sia trascurato con tanta leggerezza si deve certamente al fatto che l’interesse particolarmente vivo per il reale, interesse che appartiene alla nostra natura, porta all’eccesso per cui si considera il non-reale come un puro nulla o, più precisamente, a considerarlo come qualcosa che non offrirebbe in alcun modo alla conoscenza dei punti di aggancio, oppure forse alcuni, ma solo scarsamente apprezzabili.<br />
Quanto poco una simile opinione sia dalla parte della ragione lo mostrano facilmente gli oggetti ideali [<em>ideale</em> <em>Gegenstände</em>], che hanno sì una certa consistenza, consistono [<em>bestehen</em>] ma non esistono affatto e perciò non possono essere in nessun modo reali. Uguaglianza e diversità, ad esempio, sono oggetti di questo tipo: essi consistono forse in questa o quella situazione tra realtà fattuali, ma non costituiscono alcun frammento di realtà. (24)</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;">Appartiene alla teoria dell’oggetto tutto ciò che può essere predicato e conosciuto di un oggetto senza tener conto della sua esistenza. È questo un sapere illimitato, universale e a priori, il cui oggetto è  «tutto il dato», mentre la metafisica sarebbe una scienza «a posteriori che del dato sottopone ad analisi ciò che appunto può esser preso in considerazione dalla conoscenza empirica, cioè tutta la realtà», la quale -dovrebbe essere ormai chiaro- non coincide con tutto ciò che è possibile conoscere (55-57).<br />
La logica del non esistente, del fuoriessente [<em>auβerseiend</em>], viene da Meinong espressa con alcune formule efficaci: «ci sono oggetti per i quali vale che siffatti oggetti non ci sono» (28), il che significa che il puro oggetto si pone al di là dell’essere e del non essere. «L’essere (inteso nel suo senso più ampio) che si ha davanti a sé in ogni oggettivo, si rivela o come <em>essere</em> in senso stretto (il paradigma è: “A è”) o come <em>esser-così</em> (“A è B”) o come <em>con-essere </em>(“se A, allora B”)» (87). L’esser così, l’essere in un certo modo dell’oggetto, è un campo di indagine che prescinde dalla questione relativa all’esistere o al non esistere dello stesso oggetto. «Non v’è dunque alcun dubbio: ciò che è destinato ad essere oggetto di conoscenza non deve per questo necessariamente esistere» (27).<br />
In tal modo l’analisi di Meinong si pone anche oltre idealismo e realismo, ed è in ogni caso lontanissima dal soggettivismo che pretende di creare il mondo: «Per questo l’afferrare non può mai creare il suo oggetto o anche solo modificarlo, ma solo sceglierlo per così dire dalla molteplicità di ciò che è già dato (per lo meno come fuori-essente)» (112).<br />
Il pensiero di Meinong affronta anche altri ambiti, quali la teoria del valore, i sentimenti -che il filosofo pone in un ingiustificato rapporto di anteriorità logica rispetto ai desideri-, il libero arbitrio. Per tutti vale un’osservazione significativa e condivisibile formulata nel paragrafo conclusivo della <em>Presentazione personale</em>: «L’arte di rendere quanto è già popolare ancora più popolare e, per ciò stesso, di diventar popolari mi è stata interdetta; e per quanto possa esser utile per introduzioni e digressioni retoriche, la filosofia non è mai stata del resto realmente popolare nell’esercizio della scienza» (126). Questo pensatore rigoroso e inclassificabile enuncia accenti personali di grande intensità quando accenna al tramonto del proprio giorno, al «destino di tutto ciò che è umano, la caducità […]. Tra non molto lo stesso destino esigerà da me in modo ancor più evidente un tributo personale. Spero che il mio sforzo e le mie aspirazioni siano riuscite ad accrescere durevolmente le generazioni future nel sapere o per lo meno nella speranza del sapere, non importa se in misura modesta» (79).<br />
È parte di tale caducità dell’umano il fatto che «la ricerca scientifica è destinata solo eccezionalmente a condurre a risultati permanenti e definitivi: ciò che essa porta alla luce ha espletato il suo compito se è divenuto punto di partenza per nuove e migliori elaborazioni», che altri -continua- potranno e dovranno «proseguire in forma autonoma» (120). Ed è in questo spirito che sarebbe da porre una domanda sullo statuto del tempo all‘interno della <em>Gegenstandstheorie</em>. Il tempo, infatti, è un oggetto intessuto di molteplicità. Esso <em>esiste</em> certamente nella fisicità dei movimenti naturali e nel divenire del cosmo. Ma anche <em>consiste</em> nella sua dimensione più interiore di ritmo matematico, di significato sonoro, di percezione della durata, di temporalità sociale e di convenzione strumentale. E ritorna a essere esistente nei corpi che vivono e che quindi vanno verso la propria dissoluzione. In questa sua natura plurale e irradiante, il tempo è forse l’oggetto per eccellenza, il quale è e consiste, sta e diviene, trasforma ogni altro ente ed è in se stesso il suo proprio mutare.</p>
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		<title>Mente &amp; cervello 82 – Ottobre 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 15:01:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82.jpg"><img class="size-medium wp-image-9157 alignright" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="M&amp;C_82" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/MC_82-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>Hans-Georg Gadamer, 102. Bertrand Russell, 98. Ernst Jünger, 103. Karl Popper, 92. Sono gli anni di vita di alcuni filosofi del Novecento. Una bella età, vero? È soltanto una piccola conferma empirica di quanto l’<strong>epidemiologia cognitiva</strong> va scoprendo con «risultati inequivocabili: più bassa è l’intelligenza di una persona, misurata secondo i test, e maggiore è il rischio che questa corre di avere una vita breve, di andare incontro a disturbi sia fisici che mentali in tarda età e di morire a causa di malattie cardiovascolari, suicidio o incidente» (I.J.Deary, A.Weiss, G.D.Batty, p. 28). Certo, si potrebbero fare altrettanti nomi di personaggi intelligentissimi morti piuttosto giovani. E dunque «forse non è essere intelligenti il fattore chiave per vivere a lungo; l’aspetto cruciale potrebbe essere agire e prendere decisioni da persona intelligente» (Id., 33), come -ad esempio- non fumare, evitare di dare troppa importanza a quanto ci succede, guardarsi dalle passioni distruttive.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-9155"></span>Dell’intelligenza umana è parte assolutamente centrale la parola. Il linguaggio è davvero l’acquario nel quale noi, pesci parlanti, nuotiamo per l’intera esistenza. «Il mondo del felice è un altro che quello dell’infelice» (L. Wittgenstein, <em>Tractatus logico-philosophicus</em>, trad. di A.G. Conte, Einaudi 1980, prop. 6.43, p. 80). Perché? Una ragione sta nel fatto che tutto ciò che si vive, compreso il dolore e la gioia, lo si vive in maniera linguistica, lo si pensa in termini che hanno un significato. «<em>I limiti del mio linguaggio</em> significano i limiti del mio mondo» (Ivi, prop. 5.6, p. 63) e dunque gli eventi assumono la loro valenza più profonda in relazione non soltanto a come accadono ma anche a come li penso e li dico. Perché «tutto si risolve in un cervello che cerca senso nelle cose, anche dove non esiste» (P. Garzia, recensione a <em>La bella e la bestia: arte e neuroscienze</em>, p. 105). Alla <strong>linguisticità del mondo</strong> <a href="http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Ottobre_2011/1349509" target="_blank">questo numero di <em>M&amp;C</em></a> dedica vari articoli, tutti di carattere empirico e che offrono dunque ampie conferme alla tesi di Wittgenstein, condivisa -in modi diversi- da Heidegger e da Gadamer: «Le persone di lingua madre diversa vivono davvero in mondi concettualmente diversi?». Sì, perché «la madrelingua influenza il nostro modo di pensare» e «quando impariamo una nuova lingua, di fatto ci impadroniamo di un modo nuovo di pensare» (K. Wilhelm, pp. 36, 39 e 40). È assai interessante il fatto che tutto questo sia legato anche alla percezione e rappresentazione spaziotemporale. Mentre infatti chi  -come gli europei- scrive da sinistra a destra si raffigura lo scorrere temporale in modo orizzontale, «i cinesi che parlano la lingua mandarina raffigurano lo scorrere del tempo come un movimento verticale» e se si costringono europei e cinesi a modificare la direzione spaziale «la cosa stravolge anche la loro percezione del tempo» (Id., p. 40).</p>
<p style="text-align: justify;">Si susseguono sempre più le evidenze sperimentali che ampliano l’intelligenza agli <strong>animali non umani</strong>. Al di là del caso mediatico-sportivo del polpo Paul che “indovinò” tutti i pronostici dei mondiali di calcio sudafricani, i cefalopodi mostrano di possedere «capacità di apprendimento, orientamento, comunicazione», che sinora sono stati attribuiti soltanto ai vertebrati (N. Nosengo, p. 60) e persino «le api possono sperimentare qualcosa di simile all’umore» (J. Castro, p. 102).</p>
<p style="text-align: justify;">È o no parte dell’intelligenza il «“pregiudizio illuminista”, cioè l’idea che l’uomo sia un essere razionale e quindi nella sua forma più colta ed evoluta, tenda a rigettare il pensiero metafisico» (D. Ovadia, p. 55)? In realtà si tratta di una tesi metafisica tipica di Comte, giustificata dall’arroganza delle chiese e di molti gruppi religiosi i quali «affermano di voler governare tutti, quindi anche i non credenti, secondo principi ispirati da qualche credo» (Id., p. 56), mentre dove le religioni sanno stare al loro posto -come nei Paesi del Nord Europa- l’ateismo dichiarato e militante è assai meno diffuso. Dichiarato e militante è invece il <strong>fondamentalismo cristiano</strong> in nazioni come l’Italia -dove assume un aspetto istituzionale tramite la chiesa papista- e negli Stati Uniti, Paese nel quale «recentemente la Corte Costituzionale ha persino ribadito l’obbligo di prestare giuramento su un testo sacro di qualsiasi natura quando si partecipa a un processo. Persino sulle nostre banconote c’è scritto “crediamo in Dio”» (<em>Ibidem</em>).<br />
Tra i gruppi cristiani più singolari che operano negli USA ci sono gli anabattisti <strong>Amish</strong>, ai quali l’antropologo Andrea Borella ha dedicato una ricerca sin troppo simpatetica. Intervistato da P.E. Cicerone, Borella cerca infatti di spiegare e difendere le scelte di queste comunità, quali l’indifferenza verso qualsiasi conoscenza scientifica -che nelle loro scuole non viene studiata in alcuna forma-, «il rifiuto degli strumenti musicali, mentre il canto è ammesso […] quella che non è ammessa è l’arte fine a se stessa» (p. 79) e -elemento più noto- la volontà di non utilizzare quasi alcuno strumento tecnologico inventato dopo il Seicento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un interessante articolo è, infine, dedicato al <strong>disturbo ossessivo-compulsivo</strong>, che «sembra nascere da un impulso a rivisitare gli stessi pensieri e compiere certe azioni, ancora e ancora» (M. Wenner Moyer, p. 67); l’impulso distruttivo ad “annullare il tempo”, come ha mostrato assai bene Elvio Fachinelli nel suo <em>La freccia ferma</em>.</p>
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		<title>Consilience</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 15:14:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’armonia meravigliosa Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza di Edward O. Wilson (Consilience, 1998) Trad. di Roberto Cagliero Mondadori, 1999 Pagine 370 Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come Consilience. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em><strong>L’armonia meravigliosa</strong></em><br />
<em> <strong>Dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza</strong></em><br />
<span style="font-size: small;">di </span><strong>Edward O. Wilson<br />
</strong>(<em>Consilience</em>, 1998)<br />
<span style="font-size: medium;">Trad. di Roberto Cagliero<br />
</span><span style="font-size: medium;">Mondadori, 1999<br />
</span><span style="font-size: medium;">Pagine 370</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;"><a href="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8874" style="margin-top: 10px; margin-bottom: 10px; margin-left: 20px; margin-right: 20px;" title="consilience" src="http://www.biuso.eu/wp-content/uploads/2011/10/consilience.jpg" alt="" width="128" height="198" /></a>Il titolo italiano di quest’opera cerca, senza riuscirci, di restituire la densità di contenuto di un termine dell’inglese arcaico come <em>Consilience</em>. Coincidenza, convergenza, unificazione; questo è il plesso semantico che il titolo originale intende evocare. Convergenza tra che cosa? Tra il sapere scientifico e quello umanistico, non due campi separati e distinti -come induce a pensare lo specialismo che va diventando una palude di discipline minori dentro le quali affonda la comprensione del mondo- ma due ramificazioni dell’unico sapere umano e naturale, da apprendere nella sua unitarietà originaria e profonda. <strong>La complessità del mondo è incomprensibile senza una visione capace di sintetizzare </strong><em><strong>science</strong></em><strong> e </strong><em><strong>humanities</strong></em>. Infatti,</span></p>
<blockquote><p>l’idea centrale della visione coincidente del mondo è che tutti i fenomeni tangibili, dalla nascita delle stelle al funzionamento delle istituzioni sociali, sono fondati su processi materiali in ultima analisi riconducibili alle leggi della fisica, indipendentemente dalla tortuosità e dalla durata delle sequenze (pag. 305).</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Comprendere la condizione umana significa anzitutto capire i geni e la cultura. E non come ambiti e funzioni autonome ma nella loro essenziale <em>coevoluzione</em>. L&#8217;evoluzione del cervello e quella dei comportamenti hanno proceduto insieme per milioni di anni. La radice di molti dei pericoli che sovrastano la Terra e l’umanità risiede proprio nel fatto che da alcuni millenni -dalla Rivoluzione neolitica- l’evoluzione culturale è diventata incomparabilmente più veloce di quella genetica. Tuttavia, ancora oggi</span></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>la cultura è creata dalla mente comune e ogni mente individuale a sua volta è il prodotto del cervello umano, che è strutturato geneticamente. I geni e la cultura sono dunque collegati in modo inscindibile. Ma il collegamento è flessibile, in termini finora quasi del tutto incommensurabili. Ed è nel contempo tortuoso: i geni codificano regole epigenetiche, che sono i percorsi neurologici e gli aspetti regolari dello sviluppo cognitivo grazie ai quali la mente individuale si assembla. La mente cresce dalla nascita fino alla morte assorbendo parti della cultura esistente che trova disponibili, avvalendosi di selezioni guidate dalle regole epigenetiche ereditate dal cervello individuale</em> (144, corsivo dell’Autore).</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">I concetti chiave sui quali si fonda questo tentativo di unificazione della conoscenza sono i seguenti: <strong>epigenesi, natura umana, naturalismo etico, panteismo biologico.<span id="more-8867"></span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>epigenesi</em> «definisce lo sviluppo di un organismo sotto l’influsso congiunto dell’eredità e dell’ambiente» (221-222). Educazione e geni, storia e biologia, appreso e innato non sono per nulla in conflitto tra di loro proprio perché «nell’ampia zona che sta a metà tra le visioni estreme del Modello Standard delle Scienze Sociali e il determinismo genetico, le scienze sociali sono essenzialmente compatibili con quelle naturali» (216).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’<em>Homo sapiens</em> è una specie appartenente all’ordine dei Primati, la cui identità è data dalle regole epigenetiche, dalle «regolarità ereditarie dello sviluppo mentale che spingono l’evoluzione culturale in una direzione e non in un’altra, collegando così i geni con la cultura» (188). Non c’è nulla di fatalistico in una simile visione dell’umanità. Nessun sociobiologo ha mai sostenuto che le forme specifiche di cultura, i valori di una popolazione, le sue credenze, siano dettati dai geni. Sono gli scienziati sociali, invece, ad assolutizzare una delle due dimensioni, ignorando -a volte ostentatamente- i contributi della genetica e dello studio del cervello umano, l’organo dal quale, dopotutto, nasce ogni pensiero, valore, principio di comportamento. Anche a causa di tale ignoranza, gli scienziati sociali vengono regolarmente colti di sorpresa dallo sviluppo dei fenomeni che pure studiano con assiduità, data la tipica tendenza a sopravvalutare i sistemi ideologici (credenze religiose, dottrine politiche, strutture economiche) a detrimento di concause di tipo biologico (territorialismo, disponibilità delle risorse, aggressività intraspecifica). La cultura è certo lo scarto della nostra specie rispetto a ogni altra ma anch’essa è -e altro non potrebbe essere- il prodotto più recente della storia genetica dell’umanità. All&#8217;ingenuo antropocentrismo dominante nelle scienze sociali e umane bisogna opporre il dato di fatto che «la nostra specie e il suo modo di pensare sono un prodotto, e non il fine, dell’evoluzione» (35). L’universo non è stato certo pensato a misura di una specie abitante su un piccolo pianeta alla periferia della Via Lattea. Piuttosto che crederci padroni della Terra, converrebbe -prima di tutto a noi stessi- mostrarci rispettosi della miriade di forme di vita con le quali conviviamo e da cui dipende la nostra sopravvivenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Sta qui la necessità di un’<em>etica naturalistica</em>, i cui capisaldi possono essere così sintetizzati: centralità del corpo; coesistenza di passione e razionalità; rifiuto della credenza nel libero arbitrio; altruismo e <em>fitness</em>. L’etica nasce dal basso del corpo e delle sue esperienze e non dall’alto di una rivelazione. Certo, aggiunge Wilson, «la fiducia nel libero arbitrio è biologicamente proficua. In sua mancanza la mente, imprigionata nel fatalismo, rallenterebbe e finirebbe per deteriorarsi» (137).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">L’ultima -ma decisiva- espressione della <em>consilience</em> è ciò che potremmo definire <em>panteismo biologico.</em> Wilson riconosce la profondità del bisogno del sacro nell’uomo e individua nelle realtà fisiche scoperte dalla scienza un fascino superiore a quello delle cosmologie religiose.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: medium;">Qual è lo scopo finale di questa proposta scientifica? Contribuire, ancora una volta, a capire chi e cosa siamo e -da qui- comprendere una serie di gravi questioni per tentare di affrontarle meglio. Il problema principale è la progressiva <strong>scomparsa della biodiversità</strong>, causata soprattutto dalle enormi esigenze materiali della specie umana: «la crescita della popolazione può essere giustamente definita il mostro della Terra» (331) e contro di essa bisogna operare con consapevolezza, convinzione e decisione, pena la scomparsa della maggior parte degli ecosistemi, delle specie viventi e, infine, della stessa umanità.<br />
</span><span style="font-size: medium;">Cervello e cultura sono dunque unificati da questo libro in una prospettiva biologica che è materialistica senza però essere riduzionistica.</span></p>
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