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Furor logicus

FUROR LOGICUS
L’eternità nel pensiero di Emanuele Severino

di Marco de Paoli
Franco Angeli, Milano 2009
Pagine 175

In tutto ciò che esiste c’è un bisogno profondo -consapevole o meno non importa- di durare, di essere ancora. Molte saggezze di varie latitudini e tempi lo sanno e lo insegnano. Si può dire anzi che l’intero edificio dei simboli umani come delle strutture biologiche o delle concrezioni della materia costituisca l’espressione di questo bisogno. Del tutto naturale, quindi, del tutto comprensibile. Ma può la filosofia, questo sguardo anche disincantato e onesto sulle cose, farsi partecipe di tale bisogno sino a costruire se stessa su di esso? Sino a fare del furor logicus uno strumento di illusione, di stabilità, di eterno là dove eterna è non la durata ma semmai il divenire?

Anche da queste domande prende avvio lo studio ampio, analitico, vivacissimo e rigoroso che Marco de Paoli dedica alla filosofia di Emanuele Severino, al suo mutare e permanere, alla sua evoluzione da posizioni meno rigide all’attuale convinzione della impossibilità «non solo che un ente venga dal nulla e vada nel nulla, ma anche (…) che un ente possa trasformarsi in modo da essere qualcos’altro rispetto a ciò che era prima» (pag. 25), fino al punto da considerare nichilistica l’intera «filosofia greca, che in realtà ha detto che le cose mutano ma mai che passino dal nulla all’essere» (120). E, insieme ai Greci, nichilistico sarebbe l’intero cammino del pensiero, ovunque sia stato dato, ogni volta che sia stata riconosciuta la realtà della trasformazione. E se lo stesso Parmenide, da un ritorno al quale il cammino di Severino ebbe inizio, riconosce che «gli enti singoli interni al cosmo non sono affatto eterni» (29), l’unica voce di verità rimarrebbe quella dello stesso Severino. Cosa di per sé non contraddittoria né implausibile se fosse fondata su argomenti irrefutabili. Ma così non è e questo libro lo dimostra in modo convincente.

De Paoli riconosce senz’altro la forza teoretica e logica di Severino, ammette di essere ammirato da una posizione metafisica così lontana da relativismi di varia natura, sa che qui ci si trova di fronte a un vero filosofo il cui libro Destino della necessità «è collocabile fra le grandi opere della filosofia del XX secolo» (15). L’Autore ha una tale, profonda familiarità col pensiero che sta indagando da consentirgli di tracciarne l’eccellente sintesi che segue:

La fede occidentale -che nasce con la filosofia greca- nella pretesa evidenza del divenire come passaggio fra il nulla e l’essere ha portato, in un processo di progressiva radicalizzazione, alla distruzione progressiva di tutti gli immutabili originariamente posti per arginare l’angoscia del divenire, e al contempo ha consentito lo sviluppo della tecnica come volontà dell’uomo -che è volontà di potenza- di guidare egli stesso il passaggio delle cose fra l’essere e il nulla, ciò in cui è consistito lo sviluppo dell’occidente come sviluppo del nichilismo. Occorre dunque porre radicalmente in discussione la fede occidentale nel divenire -che è follia e alienazione- e tornare a pensare, a partire da Parmenide ma anche oltre Parmenide, ciò che lo stesso “destino della necessità” costringe infine a pensare, e cioè che il divenire non può essere un passaggio fra l’essere e il nulla né può essere il distruggersi di alcunché, così tornando a esperire l’eternità e la necessità dell’essere di tutti gli enti, che nega il nulla. (17)

Numerose sono le osservazioni critiche che si possono rivolgere a una posizione come questa. La più antica, ma anche una delle più importanti, è quella che già Platone e Aristotele rivolsero all’eleatismo: la confusione categoriale, l’uso ibrido del verbo “essere” ora in senso esistenziale -”questa foglia è”- ora in senso predicativo -”questa foglia è gialla”-. Nel secondo senso, il non essere non risulta affatto un nulla assoluto ma, più semplicemente, un modo diverso di essere. La foglia è, ma una volta era un germoglio, poi è diventata verde, in autunno ingiallisce, infine cade e si trasforma in altro, in terra, azoto, elementi. L’ente esiste ma l’esistere è un trasformarsi, un accadere, un divenire.

E qui interviene una seconda constatazione. È vero che noi non vediamo mai gli oggetti e gli eventi sorgere dal nulla e nel nulla ricadere ma ne percepiamo con evidenza il continuo trasformarsi. Tale trasformazione è l’altro nome della realtà. Se la filosofia non vuole diventare un tracotante imporre al mondo degli schemi soltanto logico-mentali ma intende rimanere uno sguardo volto a comprendere ciò che si dà e che appare, allora identità e differenza, permanenza e alterazione, stasi e divenire emergono spontaneamente e veritativamente dal mondo stesso, non come imposizione nichilistica della mente ma -al contrario- come rispettoso risultato del guardare:

l’osservazione fenomenologica (…) non mostra né che la legna scompaia magicamente né che persista eternamente, bensì mostra l’annullarsi progressivo della legna in quanto legna che ardendo si trasforma progressivamente in cenere. (…) Non è più visibile come legna non perché se ne sia scesa sotto la linea dell’orizzonte come il Sole che tramonta, ma proprio perché -a quanto sembra- non è più legna. (98)

Severino sostiene che gli enti non cominciano né finiscono né mutano ma passano dal cerchio dell’apparire a quello dello scomparire, simili appunto al Sole che anche quando scende sotto la linea dell’orizzonte continua certamente a esistere in tutta la sua potenza. Ma, facile e tuttavia decisiva obiezione, noi sappiamo che il Sole continua a esistere perché ce lo assicurano l’osservazione empirica e i calcoli matematici congiunti. L’osservazione empirica e fenomenologica ci dice allo stesso modo che la legna era albero, è diventata tronco, il fuoco l’ha trasformata in cenere e mai tornerà a essere l’albero che era. Se si ribatte che ciò che a noi ora appare cenere, a un osservatore posto su un altro pianeta col suo telescopio potrà apparire ancora albero e intatta legna, si risponde che quell’osservatore non vede la realtà materica dell’albero/legna/cenere ma una immagine che gli è pervenuta in un istante dato. E infatti se all’improvviso quell’osservatore arrivasse qui e ora non vedrebbe più la legna ma soltanto la sua cenere. A durare in quanto onde elettromagnetiche che strumenti e cervelli potrebbero tornare a interpretare come enti ed eventi non sono gli enti e gli eventi ma le loro immagini, «solo ombre mute e silenti, ectoplasmi, nemmeno immagini, nemmeno suoni, ma solo onde poiché non v’è nessuno che le decodifichi e le traduca in suoni e immagini» (151).

Durevoli, non eterne, sono le immagini fino a che degli apparati percettivi e delle eventuali menti consapevoli sappiano tradurne la fisico-chimica in significati. Questo è il mondo, questo è l’essere. Il mondo e l’essere sono divenire, molteplicità, tempo. Un altro limite dell’ontologia severiniana consiste dunque in un errore condiviso da molte altre filosofie: la spazializzazione del tempo, la riduzione della ricchezza cangiante e inafferrabile degli eventi a una serie di immagini statiche, successive e reversibili. Ma «a differenza dello spazio, il tempo non si può percorrere in su e in giù, in avanti e all’indietro, di sotto e di sopra. Lo si percorre una volta sola, e poi mai più» (145). Ne discende con logicissima necessità che Severino debba negare la realtà del tempo. Che significa negare tutto. Questo è autentico nichilismo.

Severino conferma dunque di essere «alquanto addentro al pensiero occidentale e alla sua tradizione metafisica» (47) e non tanto per un’etica e una politica di potenza che di fatto caratterizzano anche alcune sue posizioni su questioni storiche ma proprio per il suo appartenere alla nutrita schiera di nichilisti che negano l’essere tempo del microcosmo atomico come del macrocosmo materiale, della mente che ricorda come della natura che diviene.

Tutto questo è argomentato da De Paoli con la consueta chiarezza e vivacità, che conosco già da altre sue opere. Il linguaggio a volte troppo colorito, una discutibile interpretazione dell’eterno ritorno nietzscheano, la paradossale conclusione antifilosofica, non intaccano il valore del libro. L’ultimo rilievo critico rivolto da De Paoli a Severino è il più importante, il più condivisibile. Anche se fosse vero che tutto è eterno -tutto, l’intero e le sue più minuscole parti spaziotemporali- questo non sarebbe affatto, come pur pretende il filosofo neoeleatico, un pensiero di salvezza, di pace e di raggiunta serenità. Perché a essere eterno sarebbe l’orrore.

Allegro ma non troppo

di Carlo Maria Cipolla
Traduzione di Anna Parish
Il Mulino, Bologna 1988
Pagine 88

Nel primo dei due saggi che compongono il volume l’Autore disegna una breve storia dell’Europa medioevale, mostrando che i maggiori e più complessi eventi di quel tempo sono stati in realtà determinati dalla carenza -e dalla conseguente ricerca- di beni quotidiani come il vino, la lana e soprattutto il costoso e a volte introvabile pepe. In questa operazione, Cipolla utilizza strumenti di analisi assai sofisticati, risultando sempre persuasivo e anche molto divertente. A proposito dello spopolamento altomedioevale, ad esempio, l’Autore ne fa risalire l’origine alla carenza di pepe, noto afrodisiaco, e aggiunge che «l’idea di ricompense in Cielo aiutò la gente a sopportare la mancanza di pepe su questa terra» (pag. 17). Leggi il seguito »

Mente & cervello 62 – Febbraio 2010

La catastrofe dell’Italia contemporanea non è soltanto culturale, etica, antropologica. È anche economica. La disoccupazione è arrivata all’8,3 per cento, anche se il pifferaio che ci porta verso il baratro riesce coi suoi strumenti -televisione, stampa- a nascondere pure tale dato statistico. Le conseguenze sulla psiche di una condizione senza lavoro sono devastanti e coinvolgono l’identità profonda di una persona, il suo presente, le attese, le memorie.

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Federico II. Un imperatore medievale

di David Abulafia
(Frederick II. A medieval emperor, 1988)
Traduzione di G.Mainardi
Einaudi, 2006
Pagine XII-401

La lettura che David Abulafia traccia dell’Impero e del Regno svevo in Sicilia è controcorrente rispetto alla caratterizzazione più diffusa della figura di Federico II. In esplicita contrapposizione a Kantorowicz e a tutta la storiografia che ha accolto un’immagine dell’Imperatore quale despota illuminato e anticipatore dello Stato moderno, Leggi il seguito »

Mente & cervello 61 – Gennaio 2010

Che cosa rende gli umani felici? Che cosa, invece, li dispera? Le risposte sono naturalmente plurali e complesse. E tuttavia c’è anche una semplicità di fondo nella nostra specie. Siamo entità assetate d’amore, perché essere amati e amare significa raggiungere l’acmé della relazionalità che ci costituisce e significa avere la conferma del nostro valore da parte di chi riteniamo essere il valore stesso della vita: l’altro che amiamo.
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Einblicke

di Arnold Gehlen
(Gesamtausgabe, Band 7)
Vittorio Klostermann, Frankfurt am Main 1978
Pagine 589

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Einblicke, impressioni e sguardi sul presente, elaborati da Gehlen in venticinque anni (dal 1950 al 1976) di interventi, conferenze, articoli, analisi, tutte caratterizzate da una estrema lucidità nella comprensione delle radici e delle conseguenze dei fatti sociali e culturali.

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Mente & cervello 60 – Dicembre 2009

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«La medicina, data la complessità e le variabili del corpo umano, non può essere una scienza esatta» (P. Garzia, p. 32). È questa, probabilmente, la chiave più plausibile per ragionare sul miracoloso. Che cosa c’entra? Molto. Leggi il seguito »

Stanley Kubrick

di Aa.Vv.
A cura di Hans-Peter Reichmann
Giunti Arte Mostre Musei, Firenze-Milano 2007
Pagine 382

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Plato is Philosophy and Philosophy is Plato. L’affermazione di Emerson potrebbe essere volta in questa forma: Kubrick is Cinema and Cinema is Kubrick. La perfezione tecnica, la forza delle immagini, l’unitarietà del percorso che da Day of the Fight (1951) conduce a Eyes Wide Shut (1999), la continua innovazione e un classicismo fuori dal tempo, sono alcune delle ragioni che giustificano l’identificazione tra Stanley Kubrick e l’arte cinematografica.

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Mente & cervello 59 – Novembre 2009

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Psichiatria e psicologia possono essere utili ma possono anche fare molto danno se agiscono al di fuori dello spazio antropologico ed esistenziale dei soggetti sui quali esercitano il loro potere. Un solo esempio: il “caso clinico” di questo numero di M&C. Una donna del Sud d’Italia, nelle cui terre è abitudine erigere altari in casa ai defunti e parlare con loro, si trasferisce dopo la morte del marito in una città del Nord, dove viene giudicata folle -depressa, schizofrenica, schizotipica, schizoide…- quando invece tutte le vedove del suo paese si comportano allo stesso modo.

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Il discorso vero

di Celso
(Alethés Lògos)
A cura di Giuliana Lanata
Adelphi, Milano 1987
Pagine 253

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Il testo di Celso (II sec.) è giunto a noi solo perché Origene ne riporta numerosi brani allo scopo di confutare le accuse che lo scrittore rivolge al cristianesimo. Questa edizione curata da Giuliana Lanata è esemplare per correttezza filologica e cura della traduzione.

La molteplicità delle critiche di Celso può essere ricondotta ad alcune direttrici di fondo: Leggi il seguito »

La carne degli angeli

di Alda Merini
con venti opere inedite di Mimmo Paladino
Frassinelli, Milano 2003
Pagine 128

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Se poesia è anche scorgere fra le pieghe dello spazio l’invisibile, gli angeli, «pulviscolo amoroso e traccia dell’amore divino» (pag. 54), sono «queste forme senza vesti e ornatissime, questi desideri chiari che hanno lingue di solo silenzio, questa pioggia di grazia che cade sulle nostre miserie» (53). Leggi il seguito »

Mente & Cervello 58 – Ottobre 2009

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Una delle ragioni di dolore dell’esistenza umana consiste nella innata fiducia ed empatia che nutriamo verso i nostri simili e che viene di continuo tradita e smentita, sino a produrre inevitabili sentimenti di disincanto, malinconia o anche cinismo. Leggi il seguito »

L’Expo di Justin Durban

di Anonimo Anonymous
Tbook, Milano 2009
Pagine 171

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Questo libro va descritto e commentato su due piani. Uno è quello dei suoi contenuti, l’altro è la forma in cui appare. Partiamo dal primo. Leggi il seguito »

Sul suicidio (e altri saggi scelti)

di David Hume
Introduzione di Gaetano Vittone
Edizione a cura di Giuseppe Torresi
Traduzione di Chiara Vitalone
Villaggio Maori Edizioni
Catania, 2008
Pagine 80

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Le riflessioni di Hume sul suicidio ben si inseriscono nel quadro naturalistico che sottende tutto il suo pensiero. Se il suicidio è un “crimine” perché infrange il corso delle cose voluto dalla potenza divina, allora va giudicato altrettanto colpevole ogni e qualsiasi intervento sulla natura, le sue leggi, le sue manifestazioni: Leggi il seguito »

Mente & Cervello 57 – Settembre 2009

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Sul sito del fondatore e capo della “Guardia nazionale italiana” si leggono le seguenti affermazioni, in parte citate a p. 29 di questo numero di Mente & Cervello: «Migliaia di prostitute straniere schedate e non espulse. Migliaia di zingari che commettono furti nella totale impunità. Milioni di clandestini che si aggirano impunemente nelle città. Migliaia di stranieri che spacciano, rubano, stuprano, uccidono. Un aumento dell’80% di scioperi e di occupazione di uffici pubblici e privati. Centinaia di assalti armati contro la proprietà privata commessi da stranieri. attentati contro la proprietà dello Stato. Gruppi di giovani SOVVERSIVI che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari. Leggi il seguito »