Archivio della categoria Cinema

Il concerto

di Radu Mihaileanu
(Le concert)
Francia, Italia, Romania, Belgio 2009
Con Tahar Aleksei Guskov (Andreï Filipov), Dmitri Nazarov (Sacha Grossman), Mélanie Laurent (Anne-Marie Jacquet), Miou-Miou (Guylène de La Rivière) Valeri Barinov (Ivan Gavrilov)
Trailer del film

Andreï Filipov osò opporsi a Brezhnev che voleva estromettere i musicisti ebrei dal Bolshoi e per questo venne ridotto da direttore d’orchestra a uomo delle pulizie. Mentre è intento al suo lavoro, arriva un fax da Parigi con l’invito a tenervi un concerto. Come invaso da un sogno, Andreï torna a riunire i vecchi compagni e con l’aiuto di una pittoresca folla di gitani arriva in Francia, dove -dopo molte traversie- riesce a suonare insieme alla violinista Anne-Marie Jacquet, celebre, giovane, bravissima e anche in qualche modo legata al Bolshoi. L’esecuzione del Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky suggella la potenza della musica e della fiaba.

Tonalità favolistica che Radu Mihaileanu aveva già utilizzato in Train de vie. Gli ebrei che in quel film erano in fuga dai Lager nazionalsocialisti sono ora stati umiliati da un altro totalitarismo burocratico e ottuso. All’ironia -che diventa anche autoironia verso il mondo ebraico- e all’umorismo, il regista aggiunge qui lo squarcio su una realtà storica troppo spesso nascosta, quella per la quale il comunismo sovietico fu anch’esso duramente antisemita in molte delle sue fasi.
Certo, a volte la favola è troppo favola ma in questo film si ride, si ascolta della buona musica e si riflette.

La Sangre y la Lluvia

di Jorge Navas
Con: Gloria Montoya (Angela), Quique Mendoza (Jorge), Hernán Méndez (il poliziotto)
Colombia, 2009
Trailer del film

Il tassista Jorge è disperato per la morte del fratello, ucciso da una banda di criminali. La bella Angela vive una inquietudine non sopita da alcol, droghe varie, avventure in discoteca. Si incontrano nel momento più delicato, nella sera in cui l’uomo intende vendicare il fratello. Tra l’ambiguità degli amici che forniscono le armi a Jorge e la corruzione totale della polizia, questi due personaggi appaiono di un candore destinato a perderli.
Film completamente notturno, ambientato in una Bogotà orribile e cupa, nella quale il contrasto tra la solidarietà, la delicatezza, gli sguardi dei due protagonisti e la rozza maschera dei loro persecutori è di uno stridore disperante. La narrazione è coinvolgente, capace di alternare azione e meditazione. Autentica protagonista è la città perduta.

Il Profeta

di Jacques Audiard
(Un Prophète)
Francia-Italia, 2009
Con: Tahar Rahim (Malik El Djebena), Niels Arestrup (César Luciani), Adel Bencherif (Ryad), Reda Kateb (Jordi lo zingaro), Hichem Yacoubi (Reyeb)
Trailer del film

Orfano franco-arabo, il diciannovenne Malik entra in carcere ignaro del mondo e quasi analfabeta. Prima minacciato e poi protetto da una banda di corsi e dal suo anziano capo, il ragazzo impara a leggere, a scrivere, a parlare il corso, a fare da tramite con i detenuti musulmani e con il mondo criminale che sta fuori. Diventa un assassino e un servitore, un corriere di affari altrui e un gangster in proprio, uno qualsiasi e il manovratore di tutti. Un doppio gioco costante e sapientemente raccontato anche attraverso la plausibilità dell’interprete.

Un Prophète non è l’ennesimo film sulle mafie o sull’universo carcerario. È anche questo, certo, ma rappresenta soprattutto uno scavo nella iniziazione all’esistenza, alle sue condizioni estreme, alla solitudine e al bisogno dell’alterità. La prima vittima di Malik diventa anche il suo migliore amico, che gli appare come proiezione di sé nelle notti recluse e nei momenti delle decisioni importanti. Qualcosa di mistico appartiene a questo criminale rassegnato e svelto. E tutta l’opera ha una tonalità sobria sino al documento ed emotiva sino all’inquietudine. Il sangue che spesso macchia i corpi e gli abiti dei personaggi ha qualcosa di sacrificale, che  va al di là della violenza anche se di essa è intessuto.

The Road

di John Hillcoat
USA, 2009
Con Viggo Mortensen, Kodi Smit-McPhee, Charlize Theron, Robert Duvall, Guy Pearce
Trailer del film

Non si sa che cosa sia accaduto, quando e come. Ma non c’è più vita animale, le foreste sono spoglie, gli alberi rimasti cadono e i terremoti si scatenano. I pochi umani ancora in vita si dividono tra predatori e prede, destinate a essere mangiate dai loro simili. Una ferocia quasi ovvia intesse le esistenze tornate allo stato di natura. Un Padre e un Figlio, entrambi senza nome, spingono il loro carrello da barboni, emblema di ciò che sono stati i consumi e di come ormai consummatum est (Gv., XIX, 30). Nato al momento dell’apocalisse, il figlio rappresenta per il padre lo stesso «Verbo di Dio», una promessa di redenzione che egli cerca in tutti i modi di preservare. La cupa metafora che questo film -e il romanzo di Cormac McCarthy da cui è tratto- rappresenta non può che concludersi col sacrificio da cui scaturisce una flebile speranza.

Ricordando un’affermazione hegeliana, si potrebbe dire che quando il cinema dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata e con grigio su grigio essa non si lascia ringiovanire ma soltanto conoscere. Il colore che non è colore attraversa infatti le miserabili esistenze rimaste e intesse ogni fotogramma di quest’opera, tranne i feedback del tempo che precede la catastrofe e la coperta-sudario di una delle scene conclusive. John Hillcoat ha costruito un road movie claustrofobico. Ossimoro che da se stesso dice dell’abbandono e dell’orrore di cui sono fatte le strade che gli umani, o qualche dio, non hanno saputo preservare dal male.

[ Una recensione analitica del film, curata da Mario Gazzola, si può leggere sul sito posthuman.it ]

Draquila. L’Italia che trema

di Sabina Guzzanti
Italia, 2010
Trailer del film

L’Italia ha una Costituzione, in essa vigono delle leggi. Inventare o trovare un grimaldello per superare i limiti che Costituzione e leggi pongono all’esecutivo era per Berlusconi e il suo governo una necessità primaria. Questo è stato, ed è, la cosiddetta Protezione Civile, che in nome dell’emergenza organizza persino i mondiali di nuoto a Roma e i viaggi pontifici. Il terremoto che il 6 aprile 2009 ha colpito una delle più antiche e belle città d’Italia ha rappresentato un’occasione d’oro per palazzinari e faccendieri che la notte del disastro ridevano felici alla prospettiva dei guadagni che la ricostruzione avrebbe loro garantito. È questo che il film documenta con passione, ironia e pianto. E dando voce anche a coloro tra gli aquilani che vedono in S.B. l’uomo dei miracoli, che descrivono compiaciuti l’arredamento trovato nelle nuove case ma che alla fine sono costretti ad ammettere che in queste case non possono neppure piantare un chiodo o spostare un mobile, tanto da concludere: «insomma, me sento ‘na schiava».

E in una condizione di prigionia sono stati costretti a vivere i cittadini nelle tendopoli-lager dove non si può consumare caffè «per non eccitare i terremotati», dove sono vietate le riunioni, dove “capi-campo” ed esercito controllano ogni movimento. Intanto, il cuore della città -al quale è vietato accedere persino ai suoi abitanti- è lasciato alla distruzione del tempo, all’incuria, alla desolazione. Ricostruirlo avrebbe comportato meno costi e avrebbe consentito agli aquilani di proseguire la loro storia. E invece si sono spese cifre enormi -pagate da tutti noi- per una New Town anonima, tristissima ed effimera. Ma foriera di lauti guadagni.
Splendida la figura del vecchio professor Colapietro che ha resistito, ha messo a posto a proprie spese la casa e continua a vivere tra le sue mura e i suoi libri. E che descrive con pacatezza quanto è avvenuto all’Aquila. È avvenuta una prova generale di militarizzazione del territorio, di sospensione dei diritti costituzionali, di propaganda in stile sovietico. Questo è il grande imbroglio che si nasconde dietro la Protezione Civile, ormai inquisita nei suoi più alti vertici. Un film da vedere per capire che cosa sia l’Italia del 2010.

Chengdu, I love You

di Fruit Chan, Cui Jian
Con Tan Weiei, Huang Xuan, Guo Tao, Wu Anya
Cina, 2009
Trailer del film

Due registi raccontano due storie diverse ma accomunate dall’ambientazione nella città di Chengdu e dalla centralità di alcune tradizioni. La prima vicenda si svolge nel 2029 e ha come protagonista una donna che cerca un ragazzo il quale -entrambi bambini- le salvò la vita dopo un terremoto; cerca anche l’uomo che ha ferito suo cugino. Ovviamente saranno la stessa persona e questo la porrà di fronte alla scelta tra gratitudine e vendetta. Il secondo episodio è ambientato nel 1976, al culmine nel maoismo, e narra di un maestro del tè creduto pazzo e reazionario, che cerca di trasmettere la sua arte di servire la bevanda danzando.

Piuttosto inutile la prima parte, la seconda acquista spessore nel descrivere la società cinese prima della transizione al “comunismo privatistico” che ora la caratterizza. In ogni caso, che siano le antiche arti marziali o le complesse cerimonie del tè, i riti non si dissolvono così facilmente come i fanatici del futuro tendono a credere.

Agorà

di Alejandro Amenábar
Spagna, 2009
Con: Rachel Weisz (Ipazia), Max Minghella (Davus), Oscar Isaac (Oreste), Ashraf Barhom (Ammonius), Michael Lonsdale (Teone), Rupert Evans (Sinesio), Sami Samir (Cirillo)
Trailer del film

Le statue degli dèi abbattute, le biblioteche saccheggiate, la comunità ebraica costretta a lasciare la città, la scuola -dove Ipazia, filosofa ed astronoma, insegnava a giovani pagani, cristiani, ebrei, neri, bianchi- chiusa e distrutta. Il vescovo Cirillo (poi santo e dottore della Chiesa) impone all’antica città cosmopolita una sola fede -quella dei vincitori- e costringe Alessandria, il luogo in cui la ricchezza delle differenze aveva sino ad allora trionfato, a precipitare nella miseria dell’identità. Dal pulpito, Cirillo scaglia accuse contro le donne che insegnano. Spinge così i gruppi cristiani più fanatici -i Parabolani- a massacrare Ipazia in un modo orribile. È il 415, è il crepuscolo del paganesimo.

Un film nel quale scienza e filosofia diventano il corpo di Ipazia, gli sguardi dei suoi allievi, il movimento delle sfere sulla sabbia a simulare i sistemi celesti, lo spazio della biblioteca amata e distrutta. I colori chiari degli abiti pagani si contrappongono a quelli scuri dei cristiani, a esprimere anche cromaticamente la diversa tolleranza di un mondo che tutti accoglieva rispetto a una fede esclusiva e ai suoi atroci effetti. Amenábar inventa la figura chiave dello schiavo Davus, devoto a Ipazia ma attratto dalla nuova fede, alla quale aderisce rinnegando la filosofia ma che poi abbandona disgustato dalla violenza dei suoi correligionari. Mentre, infatti, Ipazia si appassiona alle forme circolari dei moti celesti sino a intuire (ma su questo non ci sono documenti certi) l’ellissi come probabile soluzione delle incongruenze dell’ipotesi eliocentrica di Aristarco, i cristiani si sbranano a vicenda e azzannano tutti gli altri.
Il film inizia e si conclude con le immagini del pianeta nel cosmo infinito, quel luogo mentale e fisico al quale la filosofa neoplatonica dedicò la vita sino al martirio.

The Ghost Writer

di Roman Polanski
(diventato in italiano un banale L’uomo nell’ombra)
USA-Germania-Francia, 2010
Con: Ewan McGregor (The Ghost), Pierce Brosnan
 (Adam Lang), Olivia Williams (
Ruth Lang), Kim Cattral
 (Amelia)
Dal romanzo di Robert Harris
Trailer del film

Uno scrittore senza nome, un autentico Ghost Writer, viene assunto per redigere in un mese l’autobiografia di Adam Lang, ex primo ministro inglese laburista, con una giovinezza sessantottina e poi totalmente prono alle volontà del governo statunitense nella cosiddetta “lotta al terrorismo”. Lang vive negli USA, protetto dal governo di quel Paese che lo difende dall’accusa di aver consegnato dei prigionieri/imputati alle torture americane. Il precedente Ghost Writer è morto in circostanze non chiare ma ha lasciato un dattiloscritto nel quale si nasconde la chiave -alla lettera- che spiega le azioni e i rapporti di Lang. Nel finale gli eventi precipitano e si chiariscono ma quando tutto sembra ormai risolto il destino diventa beffardo.

Tony Blair e Alfred Hitchcock sono i veri protagonisti del film. A Blair è ispirata la figura di un ex primo ministro tanto vanesio quanto servile sino a sacrificare gli interessi del proprio Paese a quelli personali e di un altro Stato. La tecnica lentamente disvelatrice, fuorviante (le figure femminili) e ritornante è quella del maestro Alfred ma Polanski sa intessere le immagini di un’angoscia politica che in Hitchcock non c’è. Film dunque tanto spettacolare quanto profondo nel mestare e rimestare la natura criminale del potere, poiché «certo bisogna farne di strada da una ginnastica d’obbedienza / fino a un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza. / Però bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni» (De André, «Nella mia ora di libertà», da Storia di un impiegato [1973]).

Una soluzione razionale

(Det enda rationella)
di Jorgen Bergmark
Con: Pernilla August, Stina Ekblad, Magnus Roosman, Rolf Lassgard
Svezia, 2009

Erland e May tengono dei corsi di educazione matrimoniale nella chiesa protestante della città. Il loro legame appare forte e sereno. Sino a quando Erland non si innamora, ricambiato, di Karin, moglie di un suo collega e amico. I due preferiscono parlarne esplicitamente ai rispettivi coniugi in modo da cercare tutti insieme “una soluzione razionale” che consiste nel vivere nella stessa casa, in attesa che questa passione effimera svanisca. Ma la razionalità delle intenzioni stride con la profondità anche temporale dei sentimenti.

Ben scritto e splendidamente recitato dai quattro protagonisti, questo film riprende il percorso dell’indagine del maestro Bergman sulla famiglia, sull’eros, sulla geometria delle relazioni tra i sessi. Tutti ben maturi, i personaggi vivono le loro passioni con lo stesso trasporto dei ventenni, mostrando dall’intimo e dall’interno la potenza di un sentimento che secondo Proust «quelle qu’en soit la cause, est toujours erroné» (Sodome et Gomorrhe, «A la Recherche du temps perdu», Gallimard, pag. 1358). Molto bello anche il finale, con gli sguardi rasserenati dall’abbandono.

The Ape

ApanThe Ape
di Jesper Ganslandt
Con Olle Sarri, Francoise Joyce, Niclas Gillis, Sean Pietrulewicz
Svezia, 2009
Trailer del film

Un uomo si muove in modo teso per casa. Poi esce e si reca alle sue consuete attività: lavoro, tennis, visite alla madre. Tornato, prende suo figlio e lo porta in ospedale. Pensa al suicidio, che evita all’ultimo istante. Compra un giocattolo e lo regala al bambino, che gli confida di aver fatto un sogno in cui tutti erano degli animali tranne il padre. «E io chi ero?», gli chiede. Risposta: «Tu eri tu». Quando la scena si apre sulle altre stanze della casa, appaiono le ragioni di tutta quella tensione.

Opera ambiziosa ma anche noiosa. La cinepresa sempre addosso al protagonista -sicuramente bravo- restituisce l’angoscia dell’uomo e della situazione. Non basta tuttavia descrivere in modo più o meno completo la giornata di una persona che ha distrutto la propria vita per creare un film che sia qualcosa di più di un documentario della psiche.

La realtà, un delirio

Shutter Island
di Martin Scorsese
USA, 2010
Con: Leonardo Di Caprio
 (Teddy Daniels), Mark Ruffalo
 (Chuck Aule), Ben Kingsley
 (Dr. John Cawley), Michelle Williams (Dolores Chanal), Emily Mortimer
 (Rachel Solando), Max Von Sydow 
(Dr. Jeremiah Naehring)
Dal romanzo di Dennis Lehane
Trailer del film

1954. Reduce dall’Europa, dove è entrato da soldato anche a Dachau, l’agente federale Teddy Daniels è incaricato di indagare sull’impossibile scomparsa di una paziente dal manicomio criminale di Shutter Island, nella costa orientale degli Stati Uniti. La donna, colpevole di aver annegato i suoi tre figli, viene ritrovata ma gli scopi di Teddy sono anche altri: comprendere che cosa davvero succede in quell’isola e incontrare il piromane che ha causato la morte della moglie. Il tempo si dilata, gli spazi diventano liquidi, gli incontri acquistano una coloritura livida come quella del cielo e del mare. In fondo all’enigma, o in cima a una scala, la verità è delirio.

Il grigio sontuoso che tutto intride fa emergere il colore dei sogni di Teddy Daniels come dei lampi difficili da comprendere e da accettare. L’acqua che lo trasporta e che lo circonda è l’elemento che lo scuote e lo trafigge. Le riprese dal basso offrono alle situazioni e alla luce la sostanza dell’inquietudine. E ovunque -anfratti, cielo, sguardi, oggetti, alberi, rocce, corpi- il mondo diventa un’immensa e pervasiva allucinazione. Un film potente, una disperata vivisezione della psiche, una esatta rappresentazione della follia ma soprattutto della sua asintotica vicinanza alla realtà. Quale realtà? Che cos’è reale al di fuori della mente, dei suoi significati?

Seduzione

Chloe – Tra seduzione e inganno
di Atom Egoyan
USA, Canada, Francia, 2009
Con: Julianne Moore
 (Catherine), Amanda Seyfried (Chloe), Liam Neeson (David), Max Thieriot (Michael)
Trailer del film

Catherine sospetta che il marito la tradisca e incarica una prostituta di sedurlo per trovare conferma ai propri timori. Ma Chloe è di lei che si innamora, coinvolgendo anche il figlio adolescente di Catherine in una rete di relazioni il cui vero scopo è ritrovare -da parte della giovane donna- la propria madre, il suo archetipo conservato in un oggetto.

A volte è preferibile la probabilità di un danno piuttosto che la certezza di un sospetto, demone terribile della psiche umana. Remake di Nathalie di Anne Fontaine, Chloe svela abbastanza presto in che cosa consista l’inganno. La seduzione è tentata e data dai movimenti macchina e da alcuni primi piani davvero efficaci. Ma il film oscilla tra la cifra d’autore e le esigenze hollywoodiane.

Frontier Blues

di Babak Jalali
Con Mahmoud Kalthe, Adolfazi Karimi, Hosseins Shams

Iran/Gran Bretagna/Italia, 2009

L’Iran contemporaneo. Una sua regione al confine col Turkmenistan. Quattro uomini, le loro esistenze lente, la memoria, i sogni. Girato al modo di Ciprì e Maresco -inquadrature fisse di personaggi e situazioni bizzarre- il film non brilla certo per ritmo ma il risultato è una sorta di struggente e malinconica ironia. Protagonista è un’assenza, quella delle donne -Hassan abbandonato dalla madre; suo zio col manichino femminile del negozio di abbigliamento quasi sempre vuoto; un cantante turkmeno al quale un pastore ha portato via la moglie; il difficile progetto di matrimonio di Alam con Ana-, come se senza di loro il tempo si dovesse fermare e la vita rimanere soltanto spazio.

Poesia che mi guardi

di Marina Spada
Con: Elena Ghiaurov, Carlo Bassetti, Enrica Chiurazzi, Marco Colombo Bolla
Italia, 2009
Trailer del film

La figura e i versi di Antonia Pozzi (1912-1938) rivissuti nella Milano contemporanea, tra le sue strade, a Chiaravalle (dove la poetessa morì), nel Liceo e nell’Ateneo da lei frequentati, con i filmati di famiglia, le foto, l’enigma, la disperazione, i sorrisi. Lo sguardo di Marina Spada su questa donna e su Milano è partecipe ma non acritico, è lieve ma non sentimentale, tenta di restituire la passione gettata e insieme la misura formale dei versi e della vita di Antonia.

Insieme al lungometraggio di Spada, la cineteca Oberdan ha proiettato Et mondana ordinare e Il cinema senza cinema. Nel primo vengono interpretati i lasciti testamentari di tre donne vissute a Bergamo fra Due e Trecento. Anexia lascia i propri beni a due uomini, Adeleita alle ragazze povere, la badessa Grazia al proprio convento. Recitazione dei testi, immagini degli affreschi, canti sacri e profani si alternano a restituire la volontà di salvarsi l’anima e di «mondana ordinare», affinché tutto sia e rimanga nell’ordine ciclico del cristianesimo medioevale. Il secondo breve filmato documenta l’attività della Scuola Cine Video Dreamers e in particolare il talento di un giovane suo componente nel recitare lunghe scene di celebri film, il “cinema senza cinema” appunto.

Soul Kitchen

di Fatih Akin
Germania, 2009
Con: Adam Bousdoukos
 (Zinos), Moritz Bleibtreu
 (Illias), Pheline Roggan
 (Nadine), Birol Unel
(Cuoco) Wotan Wilke Mohring
 (Neumann), Demir Gökgöl (
Sokrates)
Trailer del film

Amburgo. Zinos e Illias sono due fratelli di origine greca. Il primo gestisce un ristorante dove serve surgelati, il secondo sta in carcere ma gode di permessi di uscita. Sul locale mette gli occhi un infido amico di Zinos, il quale deve anche guardarsi dal fisco, dall’ufficio di igiene, dalla ricca fidanzata rampante e da un’ernia al disco che rischia di paralizzarlo. Lo aiutano comunque uno chef creativo sino alla follia e un vecchio marinaio barbone.
Commedia molto soul -appunto- e funky, con numerosi spunti divertenti e capace anche di descrivere l’avidità immobiliare e universale che affligge le città d’Europa. Il risultato complessivo è però piuttosto superficiale e un po’ troppo ammiccante. La cucina dell’anima abita altrove.