Archivio della categoria Mostre

Nudo per Stalin

NUDO PER STALIN. Il corpo nella fotografia sovietica negli anni Venti
Milano – Museo Fondazione Luciana Matalon
Sino al 30 marzo 2010

La parabola dell’arte nella Russia diventata Unione Sovietica è emblematica. All’innovazione futurista degli inizi segue l’imbalsamazione staliniana. Significativa di tale destino è la vicenda del nudo. Negli anni Venti alcuni fotografi ne fanno un soggetto potente e innovatore. Con l’avvento di Stalin questi artisti vennero giudicati dei “pornografi”, le loro opere distrutte (compresi i negativi), gli autori stessi incarcerati. Il nudo-vestito diventa funzionale soltanto alla celebrazione dei successi economici, alle parate, alla vicinanza col corpo del Capo. Il monoteismo politico, come quello religioso, odia e teme la molteplicità del piacere. Anche per questo il potere è un’espressione di masochismo. Inevitabile che ci siano sempre dei sadici ad approfittarne. Stalin fu uno di questi.

Steve McCurry 1980-2009. Sud-Est

Milano – Palazzo della Ragione
Sino al 21 marzo 2010

Una saggezza profonda, la saggezza stessa della terra, sembra prendere volto e forma nei luminosi e potenti ritratti di Steve McCurry. Persone e paesaggi dello Yemen vi appaiono ancora come li aveva descritti Pasolini decenni fa. L’infanzia sembra resistere quasi sulla soglia della morte nei tanti bambini armati o schiavizzati. Bellissime le foto in cui questi bambini stanno invece in compagnia di anziani dallo sguardo fiero e millenario. La guerra domina il paesaggio della mostra milanese. Violenza ovunque: Kuwait, Afghanistan, Iraq. Ma dalla luce dei volti, dagli occhi limpidi, malinconici e profondi sembra sgorgare un’ultima e fonda speranza.

Pre-visioni

Catania – Palazzo Valle
Fondazione Puglisi Cosentino
Sino al 28 febbraio 2010

Palazzo Valle ha aperto un nuovo spazio espositivo al primo piano dell’edificio. A inaugurarlo è una mostra di artisti studenti delle Accademie di Belle Arti di Catania e Palermo.
Angelo Spina ambienta l’Apocatastasi in una scuola abbandonata. Valentina Cirami in Step distende una cassetta della frutta trasformandola da volume a superficie. Inevitabili ma fecondi i debiti con grandi modelli del Novecento. Come queli di Andrea Mangione con Bacon, di Giovanni Sortino con David Schnell (intenso davvero lo spazio grandangolare della sua stanza, deformata ma lieve), di Guè Marco Mangione con Liechtenstein. Una delle installazioni video -quella di Giuseppe Buzzotta- si intitola Luci/stelle del carcere disperse in questo mondo e altri infiniti e vi si può ascoltare una parte della deposizione di Giordano Bruno davanti al Tribunale che lo avrebbe condannato a morte. Pulsa nelle parole del filosofo e nelle immagini dell’artista la stessa meraviglia per una misura che non possiamo cogliere ma soltanto sperare di intuire, almeno qualche volta. E l’arte serve anche a questo. A riempire di grandezza la visione.

Hofmann – Bauhaus

Otto Hofmann. La poetica del Bauhaus
Genova – Palazzo Ducale
Sino al 14 febbraio 2010

Degli oggetti rimane la struttura, dei paesaggi la forma. E lo sguardo dell’artista progetta il divenire, lo produce, lo raffigura. Anche questo è stata l’esperienza del Bauhaus. In essa architettura, pittura, design perdono le loro caratterizzazioni rigide e si fondono in una libertà che Kandinskij rivendicava come propria di ogni fare artistico. Otto Hofmann espresse tutto questo attraverso un lungo operare dinamico e tuttavia fedele alle ragioni profonde di un astrattismo tra i più familiari e intimi che il Novecento abbia prodotto.
La verticalità sembra la cifra di questo pittore. Essa si esprime nell’incanto di un Senza titolo del 1936 che raffigura una città medioevale nordeuropea circondata da mura, vista dall’esterno, che dai campanili, dalle torri, dai palazzi sembra generare una luce enigmatica, calda e consolatrice. Come fosse un Paradiso racchiuso nei colori e nelle forme del Bauhaus.
Arruolato nell’esercito tedesco Hofmann combatté sul fronte russo, dove fu fatto prigioniero e riuscì a scattare delle foto e a dipingere. In una delle bellissime lettere dalla Russia scrisse che «in quei quattro anni la pittura mostrava che non esisteva alcun nemico che fosse necessario annientare».
Due sezioni molto interessanti documentano l’attività di designer svolta da Hofmann e gli eccellenti risultati di un gruppo di artisti del Bauhaus nell’ambito della fotografia.

La Russia di Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson. Russia
Genova – Palazzo Ducale
Sino al 14 febbraio 2010

Cartier-Bresson visitò l’Unione Sovietica nel 1954 e nel 1972. All’indomani della morte di Stalin e nel pieno della Guerra Fredda. Ma ciò che il suo sguardo incomparabile sa cogliere è la costante antropologica che precede di molto le rivoluzioni e che a esse sopravvive. I santi, le icone, la fede che traspira dagli sguardi sono gli stessi sia che vengano rivolti alle Madonne ortodosse sia che abbiano come oggetto Stalin e gli altri santi del partito comunista. L’entusiasmo e la dedizione di milioni di russi al regime sembrano autentici. I bambini in divisa delle scuole elementari si alternano a una borsa oggetto di desiderio delle massaie moscovite; le gigantografie di Lenin -per quanto enormi tanto da coprire interi palazzi- sembrano sparire al confronto con gli immensi spazi della Russia profonda. La sensazione è che le tradizioni culturali, religiose, simboliche siano sopravvissute anche al dogmatismo rivoluzionario e che invece si stiano dissolvendo a contatto con il liberismo, che tutto riduce a merce e moneta. L’occhio di Cartier-Bresson suggerisce forse una triste verità: gli umani si adattano meglio alla servitù del gregge che alla libertà della polis.

La Genova di Bacci Pagano

La Genova di Bacci Pagano. Fotografie di Patrizia Traverso e Gianni Ansaldi
Genova – Palazzo Rosso
Sino al 31 gennaio 2010

Bacci Pagano è un investigatore privato che si aggira per le strade di Genova. Lo ha creato Bruno Morchio, facendone un simbolo di questa città disordinata e geometrica, chiusa e multietnica, che affida se stessa alla luce e al vento.
Due fotografi hanno cercato di cogliere gli angoli, le prospettive, la malinconica bellezza di Genova, come se a guardare fosse quel personaggio letterario. Ne emerge una fusione profonda tra i luoghi e le persone. Una città, infatti, è costituita dai suoi palazzi, dalle case, dalle vie, dalle strutture. Ma una città è fatta soprattutto dagli umani che la abitano e senza i quali diverrebbe un rudere. La gloria dei luoghi si mescola sempre alla loro impermanenza, al sapersi destinati a finire ma -intanto- a generare la speranza di una convivenza che sia incontro, comunicazione di sguardi, di parole, di corpi.

Hopper, l’attesa

Edward Hopper
Milano – Palazzo Reale
Sino al 31 gennaio 2010

James Hillman ha scritto che le finestre di Hopper sono come quelle di Rembrandt e di Vermeer. Forse ha inteso dire che esse aprono frammenti di speranza ma in realtà chiudono gli umani in un’angoscia che sembra inoltrepassabile.
Dagli inizi francesi, in particolare l’assai amato Degas, Edward Hopper ha costruito quadro dopo quadro la metafisica degli Stati Uniti d’America in ciò che essa ha di migliore e quindi di più straziante. L’architettura vi diventa tutto lo spazio e la natura mostra il segreto del proprio dolore: la luce. Perché questa luce di Hopper illumina il nodo che stringe solitudine e individualismo in un legame che non si può sciogliere. Gli umani, quasi sempre soli appunto, diventano colore e forma di una struttura unitaria, fatta di cielo e di pali del telefono, di letti in stanze vuote e di mare. Come un Beckett figurativo, Hopper dà sostanza all’attesa, perenne sconfinata e tragica, di qualcosa che dovrà pur arrivare e il cui più probabile nome è la morte. La prova che il mondo è privo di senso è del tutto formale, sta nella prospettiva apparentemente realistica ma intimamente distorta delle scene con le quali questo Maestro ha dipinto un nulla fatto di luce.

Calder. La materia aria

CALDER
Roma –  Palazzo delle Esposizioni
Sino al 14 febbraio 2010

D’aria e di fil di ferro sono fatte le prime sculture di Alexander Calder, quasi impalpabili eppure materiche. A rappresentare animali, volti, eventi, miti (splendidi davvero Ercole e il leone e Romolo e Remo). Poi l’invenzione dei Mobiles, sculture non germinate dalla terra ma arrivate dal cielo. Opere che il vento muove e che sono dunque ogni volta rinnovate nello spazio. Vi si affiancano le grandi Stabiles come il magnifico Tree che sembra trasformare in vita l’inorganico.
Più lieve è il mondo, più aerea la bellezza da quando questo tra i massimi scultori di sempre ha sradicato le opere dalla loro morta fissità e le ha rese movimento, gioco, volo. Come il grande mobile appeso al tetto e intitolato a una data: Le 31 Janvier. C’è qualcosa di ancestrale e di profondo in queste opere, come la rivelazione di ciò che la materia è davvero: non sostanza, sostrato, permanenza, costanza, ma spazio che si dilata, apre, trasforma, cangia, splende, a dire la propria identità col tempo.
Una sezione della mostra espone le fotografie dedicate a Calder da Ugo Mulas, nelle quali il «gigante bambino» è una cosa sola con le sue opere, con l’aria.

Yayoi Kusama. I want to live forever

Milano – Padiglione d’Arte Contemporanea
Sino al 14 febbraio 2010

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Un mondo fatto di colori intensi, di zucche gigantesche, di pois che riempiono oggetti e spazi, di luci psichedeliche, di ambienti ricoperti da reti. E soprattutto gli Infinity Nets, installazioni semplici e straordinarie, nelle quali si guarda dentro una scatola e si vede la propria immagine moltiplicata in strutture tridimensionali, all’infinito; nelle quali si entra in una stanza -dal titolo Aftermath of Obliteration of Eternity- fatta di specchi, lampade e acqua e non si ha più la percezione delle pareti, dell’alto o del basso, del limite e dell’intorno e si ha invece la sensazione che altre dimensioni siano possibili alla percezione e alla mente.
Un inesausto creare, quello di Yayoi Kusama, venato di sottile angoscia ma salvato dall’intuizione del sempre e dell’ovunque che intesse la nostra ambizione di viventi.

Scienza e arti all’ombra del vulcano

Il monastero di San Nicolò l’Arena. XVIII – XIX secolo
Catania – Sala Vaccarini delle Biblioteche riunite Civica e Ursino Recupero
Sino al 16 dicembre 2009

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Il Monastero Benedettino di Catania è uno dei luoghi più belli e importanti del Mediterraneo. Nei suoi spazi, eventi diversi hanno lasciato tracce in oggetti della più varia natura. Questa mostra -allestita nella splendida Sala Vaccarini del complesso monastico- ne offre un piccolo ma significativo saggio. Oggetti sacri si alternano a reperti geologici, lo scheletro di un elefante nano sta dirimpetto a un organo decorato, ritratti di abati convivono con busti pagani. E i libri esposti -davvero preziosi- si occupano di botanica, musica, teologia, storia, filosofia e persino del gioco degli scacchi. Una Wunderkammer ancora e tutta da scoprire.

DADA e SURREALISMO riscoperti

Roma –  Complesso del Vittoriano
Sino al 7 febbraio 2010

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Dada è gioco, gratuità, slancio oltre i significati, nichilismo che sa come senso non si dia se non quello che alle forme e al tempo noi per avventura, fortuna, talento riusciamo a offrire. È il divertimento che dando a ognuno il compito di scegliere una parola all’insaputa dell’altro crea la prima frase -celebre, inquietante, enigmatica e insensata- che da allora divenne il nome stesso del gioco: «Il cadavere squisito berrà il vino nuovo».
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SCAPIGLIATURA. Un “pandemonio” per cambiare l’arte

Milano – Palazzo Reale
Sino al 22 novembre 2009

Un gruppo di scontenti e ribelli, «vero pandemonio del secolo…serbatoio…dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti». Questo, nelle parole di Cletto Arrighi, volle essere la Scapigliatura. Una delle prime, esitanti avanguardie. Ancora troppo vicina allo spirito romantico, all’eccesso di sentimento e di ribellione etica che spesso è di ostacolo a una vera rottura degli schemi concettuali. E tuttavia fu una prima dissoluzione della forma, un inizio nell’itinerario teso a comprendere come non nella materia ma nella mente stia la ricchezza della percezione, dello spazio, del senso. È nella scultura di Medardo Rosso che tutto questo perviene forse alla sua massima espressione, in quel bronzo così denso e insieme così dinamico, puro movimento dell’interpretazione di chi guarda.

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(Medardo Rosso, Conversazione in giardino)

Milano 1947-2007. Idee per una casa della storia

Milano – Museo di Storia Contemporanea
Sino al 15 novembre 2009

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Bonvesin de la Riva scrisse nel Duecento un elogio di Milano che nel variare profondo dei tempi e dei modi rimane di grande efficacia e verità. Questa mostra ne costituisce una riprova. Sessant’anni di vita milanese vengono ripercorsi lungo cinque itinerari che iniziano coi riti che fanno la città nel tempo -concerti, feste, San Siro, La Scala, la Fiera campionaria ora finita perché sparsa in una miriade di fiere lungo tutto l’anno-; proseguono con la vicenda politica, dalla ricostruzione post-bellica ai trionfi della Destra leghista e televisiva; trovano un momento di meditazione nei libri che di Milano parlano; incontrano i volti e le iniziative sempre molteplici, diverse e aperte dei milanesi; si chiudono con i progetti di destinazione dei quartieri e degli spazi non più industriali.
La mostra è la prova generale di un museo permanente e sempre in fieri da dedicare alla storia della Milano contemporanea. Per chi ama e gode questo spazio urbano, rappresenta l’occasione di immergersi nella memoria personale e collettiva di un luogo che non somiglia a una donna dalla bellezza eccessiva e da tutti visibile -come è caratteristico di altre città- ma a una creatura dal fascino riservato e che quindi più si gusta nello scoprire, nel disvelare. La miseria del presente è certo anch’essa evidente -è il presente dell’intera nazione- e tuttavia questo luogo si salva, non si sa come ma si salva sempre.

Il cielo di Milano

Il cielo di Milano.
20 foto inedite di Nadia Scanziani

Milano – Museo Diocesano
Sino all’8 novembre 2009
[Selezione di alcune immagini su Repubblica]

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Verso l’alto. Basta sollevare lo sguardo e si aprono mondi percettivi, emozionali, formali. Un semplice gesto del capo e geometria, architettura, natura, storia di un luogo mutano segno e sciolgono il geroglifico, comunicano l’incompreso.
A cogliere la densità semantica dello spazio Nadia Scanziani è abituata anche dalla sua laurea in filosofia e ciò l’ha aiutata a guardare come per la prima volta la propria città. Nuvole di ogni genere abitano queste opere ma perdono la genericità universale della natura poiché si stagliano su un particolare urbano, su un frammento di edificio, monumento, palazzo, chiesa, porta. Il nero e il rosso del paesaggio visibile dalla finestra del proprio studio si alternano con il denso giallo della Darsena, l’azzurro che emerge dappertutto sprofonda infine nella fenditura oscura delle guglie del Duomo.
Poche volte delle fotografie hanno svelato così a fondo l’enigma di Milano, di questa meravigliosa città.

(Dopo la Sicilia). A Milano

Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 7 novembre 2009

Campigotto_Ballaro

Trenta artisti hanno realizzato video, installazioni, fotografie con l’intento di dire l’Isola al di fuori di schemi, pregiudizi, cliché, narrazioni già sentite. Leggi il seguito »