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Alberto G. Biuso » Mostre

Archivio della categoria Mostre

Il bianco/nero delle Eumenidi

La Thonet delle Eumenidi
Fotografie di Vittorio Graziano
Cucine dell’ex Monastero dei Benedettini – Catania
Sino al 25 maggio 2012

Gli occhi, le mani. Lo sguardo fisso, sereno, malizioso, altero, semplice, inquieto, ironico. Uno sguardo rivolto all’obiettivo di Vittorio Graziano. Quarantacinque donne guardano in questo modo. E ci guardano. Sono avvocate, studentesse, ingegnere, giornaliste, odontoiatre, manager, artiste. Ritratti la cui bellezza e fascino sono davvero capaci di dire a chi troppo a lungo dovesse fissarne la magia «così ti macero vivo, ti strascino sotterra» (Eschilo, Eumenidi, v. 267; trad. di Ezio Savino). Ogni donna è probabilmente la madre dentro la cui vulva si vuole tornare, si dispera di tornare. Ogni donna è questo gorgo fascinoso e tremendo dentro cui vivere e annullarsi. Gli oggetti che tengono in mano e le sedie Thonet sulle quali poggiano sono oggetti apotropaici con i quali il fotografo -maschio- cerca di distanziare da sé la loro potenza. Ma nulla di familiare c’è nella donna, se non la vita stessa tutta intera che dà. «Nel mondo umano esse destinano tutto, con chiara esattezza. Assegnano a uno canti di gioia, a un altro una vita opaca di pianto» (Ivi, vv. 952-955).
Incedono belle e terribili in questo bianco e nero dei loro ritratti. Davvero ogni fotografia è un’immagine funebre, che nell’illusione di arrestare il tempo indica la fine che verrà. La donna è questa vita/morte, è Moira/Eumenide insieme.

Pittura/Spazio

Tiziano e la nascita del paesaggio moderno
A cura di Mauro Lucco
Palazzo Reale – Milano
Sino al 20 maggio 2012

Finalmente una mostra che invita a guardare al di là dei primi piani, che insegna ad andare oltre la masnada cristiana di santi madonne e profeti per cogliere lo sfondo, per gustare le bellissime città rinascimentali, le fortezze, le piazze, le porte. E i fiumi, le acque, gli alberi e le foreste tutto intorno. E soprattutto l’aria, con i suoi intensissimi azzurri e turchesi, con i gialli dei tramonti autunnali, delle sere d’inverno, dei pomeriggi nei quali d’improvviso arriva la notte. Facendo dunque epoché degli umani e dei divini, rimangono il cielo e la terra a incarnare -chimici eppur immateriali- la bellezza dello spazio.
I protagonisti della mostra sono, tra gli altri, Tiziano Vecellio con i suoi smaglianti colori inscritti in una geometrica nettezza; Lorenzo Lotto, pulito e sereno anche quando racconta tragedie; Giovan Battista Cima da Conegliano, capace di descrivere con esattezza la sua città e altri borghi del Veneto; Paolo Veronese, strabordante di ori e di forme; Giovanni Bellini dal rigore nordico e appagante; Giorgione che sa fare dei luoghi i personaggi più importanti della rappresentazione.
E protagonista è Pier Paolo Pasolini, con i 16 minuti del suo video dal titolo La forma della città: un appassionato e limpido discorso a difesa della tradizione di bellezza delle città italiane -qui rappresentate da Orte e Sabaudia- contro la speculazione che le aggrediva e continua a distruggerne senso, forma, abitabilità. E a difesa di alcune belle e antiche città del mondo che regimi diversissimi tra di loro -dalla Persia dello Scià Reza Pahlavi agli stati comunisti- andavano distruggendo in nome della modernizzazione. Il paesaggio moderno celebrato da questa mostra è un’altra cosa, è la consapevolezza che l’umano non può esistere senza la materia della quale è parte e che si proietta negli alberi, nelle case, nei luoghi.

Melotti / La materia

Fausto Melotti
MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina – Napoli
A cura di Germano Celant
Sino al 9 aprile 2012

I sette savi stanno lì, in piedi, immobili, senza volto e con tutti i volti, senza identità e con tutte le identità. Guardano oltre i loro compagni, oltre gli spazi nei quali di volta in volta si trovano, oltre il divenire. Questi savi sono la perfezione della materia. La materia cieca, inconsapevole e dunque libera da ogni dolore, da ogni amore, da ogni caduta. Puro divenire di molecole. Una perfetta freddezza che è anche l’unica perfetta gioia che nel mondo -nell’universo, intendo- possa essere data.
Le allegorie plastiche di Melotti dedicate alla Pittura, alla Decorazione, all’Architettura assumono sembianze umane ma non riescono neppure esse a nascondere che la pittura è pigmento sparso su superfici, la decorazione è alternanza di colori e di forme, l’architettura è roccia, marmo, legno, cemento disposto ad accogliere ma indifferente a chi abita.
E così le altre opere in terracotta e in metallo a volte prendono nomi allegorici, evocativi, solenni e grati. Ma più spesso sono Senza titolo, come senza titolo è la materia. Una volta Melotti disse che «enormi affreschi non li guardi. Un foglio bianco con una sola linea e ne resti incantato».

Catania sì bella e perduta

Catania 1870-1939. Cultura Memoria Tutela
ex Quartiere militare borbonico già Manifattura tabacchi – Catania
A cura di Irene Donatella Aprile
Sino al 25 marzo 2012

Per quasi un secolo molte operaie hanno buttato sangue e polmoni in questo luogo, trasformato nella manifattura dei tabacchi. Prima era stato il Quartiere militare edificato allo scopo di controllare la città dopo i moti del 1820-21. Adesso è diventata la sede del futuro (quanto?) Museo Archeologico regionale. Intanto, dietro l’imponente facciata neoclassica ospita una mostra documentaria di ineguale livello nelle sue sei sezioni ma certamente di grande interesse.
Paesaggio urbano mostra i progetti e le modifiche che tra fine Ottocento e primi Novecento privarono (e tuttora privano) Catania del suo mare. Da un lato, infatti, venne ampliato il porto ma dall’altro fu costruito proprio sulla costa il lungo viadotto ferroviario (i cosiddetti “Archi della marina”) che fa da ostacolo a un contatto diretto della città con il mare, tanto più dopo il successivo interramento degli archi stessi, sotto i quali all’inizio passava ancora l’acqua.
La sezione Archeologia espone una selezione, in verità piuttosto ridotta, di vasi, rilievi, statue conservate nel museo civico.
Quello dedicato all’Arte è lo spazio più ampio ed eclettico: pupi siciliani, dipinti di pittori non soltanto locali operanti nel periodo, gli eleganti arredi e quadri della Camera di commercio, collezioni private.
Una sezione specifica è dedicata alle Case della memoria, le case museo di Giovanni Verga, di Mario Rapisardi, di Alessandro Abate, l’interessantissima Casa del mutilato, con il suo intreccio di déco e di razionalismo modernista.
Editoria mostra la vivacità culturale che mai (per fortuna) è venuta meno in Sicilia. Un semplice e lungo elenco dei nomi degli scrittori più noti conferma come quest’Isola sia ancora un luogo di bellezza e di pensiero. L’editoria scolastica e i periodici documentano soprattutto la progressiva e totale subordinazione della scuola al fascismo. I libri di testo e i giornali per bambini e ragazzi sono tutti volti alla lode del Duce, alla ripetizione ossessiva delle sue formule, alla monumentalizzazione imperiale della storia italiana. È comunque molto intrigante osservare le copertine di questi libri e riviste: Il Balilla, Il Corriere dei piccoli, Emporium, La cucina italiana, La lettura, Le vie d’Italia (del Touring Club).
La sezione fondamentale per capire il senso della mostra è Architettura. Pur composto soltanto da progetti e da fotografie, è uno spazio che fa comprendere quanto sia bella ed elegante questa città. Catania pullula di ville neoclassiche, liberty, déco. Concentrate in particolare in viale Regina Margherita, sopravvivono anche in via Etnea, Tomaselli, Leucatia, Umberto, in viale Rapisardi, in corso Italia e in altri quartieri. Lo scempio urbanistico e il disordine architettonico degli anni Sessanta e Settanta hanno rubato alla città la sua armonia ma non sono stati capaci di fare tabula rasa di alcuni degli edifici più belli eretti in Sicilia nei decenni 1870-1940. Alcune di queste costruzioni sono in stato di profondo degrado -clamoroso il caso di Villa Manganelli-, altre sono invece state restaurate o non hanno mai perduto la loro forza: il cinema Odeon, il Palazzo della Borsa, Villa Pancari, caratterizzata da un armonioso liberty privo degli eccessi decorativi; è opera dell’architetto Paolo Lanzerotti, che fu molto attivo nella sua città e la cui vita (1875-1944) coincise con l’arco temporale documentato dalla mostra. 
Mostra che consiglio di visitare in quest’ultima settimana di apertura, nonostante i suoi proibitivi orari “catanesi” (9-13 tutti i giorni, con due sole aperture pomeridiane martedì e giovedì dalle 9 alle 18).
È bella Catania, nonostante lo stupro subìto da parte dei palazzinari, degli ignoranti, degli amministratori corrottissimi e incapaci che da decenni la governano senza pause con l’attiva complicità dei professionisti, dell’Università, del popolo. Tutti soggetti che sembrano contenti che lo spazio urbano nel quale si svolge la loro vita continui a essere violentato. Ma sotto il suo cielo azzurro e splendido la città mostra ancora, a chi sappia guardare, tutta la sua eleganza.

L’arte, il gioco, il desiderio

Mario Persico NO
MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina – Napoli
A cura di Mario Franco
Sino al 19 marzo 2012

Esponente della Patafisica, Mario Persico ne dispiega tutta la carica distruttiva del potere e dei dogmi, coniuga impegno civile e accesi cromatismi, eros e politica. Perché l’opera d’arte non è una rappresentazione conclusa ma la sua disseminazione in una pluralità di significati. Al MADRE di Napoli si possono così gustare sedici opere divise in quattro sezioni: Scultura, Oggetti praticabili, Teatro, Erotismo. Il visitatore è spesso chiamato a diventare parte attiva attraverso le Opere estensibili, che possono mutare aspetto e forma mediante uno spostamento delle loro parti. L’opera si dispiega in questo modo non soltanto nello spazio ma anche nel tempo. Il tempo di chi ha guardato, oltre il tempo di chi ha ideato. Le Gru erotogaie mostrano la forza desiderante, la pulsione fisica dalla quale l’opera di Persico scaturisce. Sembra di vedere L’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari farsi scultura, diventare la plastica manifestazione del desiderio animale che siamo. Quel desiderio senza il quale nessuna arte sarebbe mai nata. Il No che dà titolo alla mostra è un no alla riduzione dell’economia libidinale all’economia mercantile, un no alla miseria senza colori del presente. 

 

Transavanguardia


Transavanguardia italiana

Palazzo Reale – Milano
A cura di Achille Bonito Oliva
Sino al 22 aprile 2012

 

Trent’anni fa Achille Bonito Oliva inventava la Transavanguardia e con essa una nuova funzione del critico d’arte, non più commentatore ma vero e proprio creatore di movimenti, correnti, scuole. La denominazione alludeva chiaramente a una posizione di rifiuto di molta arte del Novecento, in particolare dell’allora recente arte povera. Per andare verso dove? Verso un ritorno alla pittura pura, alla tela, alla bidimensionalità. Ritorno al figurativo, anche se mescolato a qualche residuo d’astrazione.
La mostra di Milano a Palazzo Reale celebra il trentennale attraverso i cinque artisti più rappresentativi. Il risultato è una chiara testimonianza della sterilità di questa corrente. Non si può più, davvero, dipingere quasi come se nulla fosse accaduto, come se il nostro tempo non fosse colmo di un’inquietudine che nessuna “figura” può condensare. E così Francesco Clemente dipinge incubi e cade in ripetizioni; Sandro Chia indulge nel già visto, in un’antologia di citazioni; Enzo Cucchi si affida a un simbolismo debole e mortuario. Diverso il discorso per Nicola De Maria, non a caso uno dei meno figurativi e più ironici tra questi pittori, la cui opera è un trionfo di colori, di astrazioni, di parole che sulla tela diventano forme (alberi, ad esempio) pur rimanendo segni alfabetici. Esemplare di questa riuscita è Amore (1980-81), un verde intensissimo dentro il quale si stagliano e si avvicinano due cerchi rossi. Di altro livello è anche Mimmo Paladino, che non torna alla semplice tela bidimensionale ma espande l’opera nello spazio, con una molteplicità di manufatti, come in Tavolo (bronzo e acciaio del 1986).
Una mostra per ricordare e, speriamo, anche per chiudere.

Arte povera

Arte povera più azioni povere 1968
MADRE – Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina – Napoli
A cura di Germano Celant e Eduardo Cicelyn
Sino al 20 febbraio 2012

Materassi, lampadine, fili metallici, candele, neon, tubi di gomma, basi di scope. Tutto può diventare arte. Duchamp lo ha insegnato tra i primi. L’arte povera lo ha efficacemente mostrato. Arte raffinatissima, in realtà. Perché nell’arte è la disposizione spaziale che conta, sono le forme, i colori, le intenzioni. E questo vale per tutta l’arte, povera o solenne che sia. Quanti ripetuti soggetti dell’arte sacra -Madonne con bambino, ad esempio- si fondano su questa interiorità dello sguardo? Dove sta la differenza tra un qualsiasi santino raffigurante madonne-gesù-cristi-bambini e il medesimo soggetto in mano a Leonardo, Tiziano, Caravaggio (a caso citati)? Sta nel significato puramente astratto e insieme inscindibilmente fisico che un artista regala alla materia traendolo da essa. Ecco perché il magnifico Monumento di stracci di Michelangelo Pistoletto rappresenta una compiuta e ricca sintesi dell’arte povera. L’armonia tra la tomba trecentesca della splendida chiesa Donnaregina Vecchia -un gotico che vibra nella luce- e gli stracci che Pistoletto ha incuneato negli interstizi del monumento è un’armonia totale. Poiché è lo sguardo umano la fonte senza fine dell’arte. Il resto è molecola, è chimica.

Artemisia, la carne

Artemisia Gentileschi. Storia di una passione
Palazzo Reale – Milano
Sino al 29 gennaio 2012

Muse e ninfe maliziose e seducenti; monache orgogliose e temibili; dame altere e potenti; antiche regine -Cleopatra- e peccatrici -Maddalena-; allegorie della pittura, della musica, della pace, della retorica, della fama; Betsabee al bagno; guerriere bibliche, tra le quali domina Giuditta che con meticolosa calma trancia la testa a Oloferne, alla quale si aggiungono Giaele che conficca con un martello un chiodo nella tempia di Sisara e Dalila che toglie ogni forza a Sansone. La più straordinaria tra queste donne è forse una samaritana dalla posa e dallo sguardo assolutamente scettici che discute con un Gesù chiaramente in difficoltà. Ma sono tutti i maschi a subire inganno e vendetta nei dipinti di Artemisia Gentileschi.
Che cosa rovina questi uomini? L’eros? L’intelligenza? La menzogna? Certamente la corporeità, che dalle opere di Artemisia tracima col suo splendore e con la sua potenza. L’Allegoria della pittura è una coscia femminile che riempie il quadro e che si allarga a un corpo adagiato, lucido, sognante.
L’allestimento di Emma Dante regala ulteriore fascino a questa “pittora” ammirata nelle corti di tutta Italia e che a Napoli trovò forse il luogo più congeniale alla sua passione, oltre che la morte. Tra fulgenti lapislazzuli, fiotti di sangue e caravaggesche lame di luce, è la carne che trionfa in Artemisia.

O’Clock

O’Clock time design, design time
Triennale Design Museum – Milano
A cura di Silvana Annicchiarico, Jan van Rossem
Allestimento di Patricia Urquiola
Sino all’8 gennaio 2012

Il tempo è reale, è pervasivo dell’essere, è molteplice. In tale molteplicità rientrano gli strumenti per la misurazione del tempo: gli orologi. Che cos’è davvero un orologio? «È un cuore meccanico che ci rassicura sul nostro cuore», afferma Jean Baudrillard (Le système des objets, Gallimard, Paris 1968, p. 34). È anche per questo che qualunque oggetto, qualunque movimento, qualunque situazione può diventare un misuratore del tempo, un orologio. È quello che si osserva visitando l’intrigante mostra che il Museo milanese del design ha dedicato al tempo e ai suoi strumenti.
Divisa nelle tre sezioni, Misurare il tempo, Viaggiare nel tempo, Rappresentare il tempo, la mostra ci pone davanti e ci fa toccare gomitoli che dipanano le ore; il video di alcuni operai che cambiano le assi che formano i numeri di un orologio digitale e fanno questo per 1440 volte, il numero di minuti di cui è composta una giornata; un vaso di porcellana che a ogni ora subisce il lieve tocco di un martelletto, il quale alla lunga produrrà delle crepe nell’oggetto, anche quelle crepe sono il tempo; delle tazzine che, al contrario, mano a mano che le si utilizza svelano disegni e forme, mostrando in questo modo le possibilità che il tempo apre e non soltanto la sua forza distruttiva; un armadio dalla cui serratura esce della sabbia, clessidra irreversibile; un dispositivo tritadocumenti che ogni giorno taglia a fettine la pagina di un calendario; il video nel quale John Cage esegue il suo brano 4’ 33’’; un cratere formato dalle gocce di cera fusa che roteano dall’alto e che cadono una al minuto; il veloce succedersi delle 365 immagini che un fotografo si è scattato ogni mattina alla stessa ora e nella medesima posizione; una sedia di plastica attaccata da dei funghi in grado di nutrirsene e quindi di farla svanire, «una procedura che aiuta l’inorganico a morire» (Silvana Annicchiarico, Catalogo della mostra, Electa, Milano 2011, p. 85); dei piatti che rompendosi rivelano al loro interno dei piccoli oggetti; alcuni orologi quasi normali ma nei quali la lancetta più lunga è piegata a indicare l’ora con cinque minuti di anticipo rispetto a quella reale, in modo da aiutare i ritardatari cronici a essere puntuali; un Time to Eat che tre volte al giorno -mattina, mezzodì e sera- segna non delle ore visibili o udibili ma emana i profumi delle diverse pietanze che si consumano a colazione, a pranzo e a cena; dei pennarelli in posizione verticale che lentamente perdono colore trasferendolo ai bordi e alle superfici di alcuni vasi, mostrando «come il divenire possa essere più affascinante dell’essere» (Jan van Rossem, ivi, p. 126); un video che riprende dall’alto due persone che spingono davanti a sé dei rifiuti dando loro la forma di due lancette, una corta e una lunga; un quadrante nel quale lo scorrere del tempo è radicalmente rallentato perché la lancetta dei minuti segna i mesi e quella delle ore segna gli anni, sino a 82; un domino le cui tessere cadono una dopo l’altra e poi si ricompongono a formare l’infinito ∞; un uomo dentro un pendolo che dietro il quadrante opaco cancella le lancette e subito dopo le ridipinge, leggermente spostate in avanti; candele inclinate che consumandosi accendono la candela successiva; un pannello bianco sul quale delle lancette in lento movimento formano per pochi secondi ogni 12 ore la scritta Eternity
Questo elenco di idee, di manufatti, di plurali incarnazioni del tempo, è soltanto parziale. Il Time design non sembra avere davvero limiti di creatività e di intelligenza: «I designer della nuova generazione assumono così (involontariamente) il ruolo della filosofia, stimolando con le loro opere, che propongono nuovi modi di esperire il flusso del tempo, una riflessione sul tempo, sulla velocità e sulla fugacità» (Jan van Rossem, ivi, p. 38). L’altra curatrice della mostra, Silvana Annicchiarico, rileva la polarità tra Kronos e Kairos: «Kronos è quantitativo, Kairos è qualitativo. Kronos è ciclico e sequenziale, Kairos è occasionale, Kronos è il tempo circolare dell’orologio, Kairos è il tempo mercuriale del vissuto» (Ivi, p. 22). Ma oltre questi due archetipi, i Greci ne pensarono un terzo: Aión, il tempo eterno che in sé coniuga mobilità e stasi, finito e infinito, mente e materia. Quella materia che in questa mostra diventa ciò che è: tempo. Ancora.

La Sicilia impossibile

La nuova scuola di fotografia siciliana
Milano – Galleria Gruppo Credito Valtellinese
Sino al 29 gennaio 2012

(Ferdinando Scianna, Pantelleria, 1962)

(Carmelo Bongiorno, Last Plate, 2008)

Tre fotografi siciliani dell’ultima generazione esprimono in modo radicale l’impossibilità di restituire l’Isola in immagini, sineddoche dell’impossibilità di dirla, di coglierla, di esaurirla. Carmelo Bongiorno adotta una tecnica sfocata, un mosso troppo esplicito e dagli esiti manieristici, pur con qualche notevole raggiungimento, soprattutto nelle grandi foto a colori, come Last plate. Il risultato complessivo è vicino all’estetica della Pop Art. Effetti opposti consegue Carmelo Nicosia, con le sue immagini scattate dal cielo, troppo gelide e rarefatte. Sandro Scalia dà forma a una natura antropizzata e dunque del tutto desolata, fatta di autostrade, cantieri, cave, serre.

A questi tre fotografi la mostra accompagna le immagini di alcuni grandi maestri tra i quali Letizia Battaglia, con una Palermo dalla miseria senza fine, con i suoi morti ammazzati degli anni Settanta e Ottanta composti al modo di Mantegna e dal taglio sempre rinascimentale o caravaggesco, come lo splendido e dolente ritratto di Rosaria Schifani. Assai meno convincenti risultano le Rielaborazioni recenti di queste opere, che mescolano la tragedia alla frivolezza. Il più importante fotografo siciliano rimane Ferdinando Scianna, un talento nel quale la lezione di Cartier-Bresson, da lui personalmente conosciuto e frequentato, diventa pura arte, immagini epiche e potenti, come in quel vortice di sorriso e di femminilità mediterranea che è Pantelleria.

(Enzo Sellerio, Morgantina, il guardiano degli scavi, 1960; Letizia Battaglia, Rosaria Schifani, 1992)

Enzo Sellerio sembra tra i maestri il più tranquillo e invece a me la sua opera risulta estrema nella sua apparente pacatezza, generatrice di un’angoscia sottile e inspiegabile, come nel barocco e straniante Morgantina, il guardiano degli scavi.
Da tutte queste immagini la Sicilia emerge come tragedia, incubo, gloria, mito, disperazione, Sole, nulla.

Cézanne

Cézanne.
Les ateliers du Midi

Milano – Palazzo Reale
A cura di Rudy Chiappini
Sino al 26 febbraio 2012

Le forme presenti in natura sono per Cézanne tre: la sfera, il cilindro e il cono. Immergere la mente nel mondo, negli alberi, tra le montagne, i manufatti umani, le case, gli oggetti significa per lui cogliere tali forme in ogni sensazione, fluire e luminosità. E riprodurle sulla tela. Percezioni, sensazioni e ragionamenti si coniugano così nella mente dell’artista e si esprimono nella sua opera. Rimasto quasi sempre in Provenza, nella bellissima Aix in cui era nato, Cézanne avrebbe potuto in realtà dipingere dappertutto, poiché le forme sono ovunque costanti. Ma in quella periferia della Francia quest’uomo rude e tenace inventò in qualche modo l’arte del XX secolo.
La mostra milanese ricostruisce lo studio, les ateliers, di Cézanne attraverso delle grandi fotografie e dei video che occupano intere pareti. Le opere non sono numerose e sono tra le più conosciute. Una rassegna ben allestita ma che non dice molto di più di quanto sull’artista già non si sapesse.

 

Città non umane

Fausta Squatriti
Ascolta il tuo cuore, città
Milano / Assab One
Sino al 2 dicembre 2011

Che cosa più della città è segno evidente della nostra specie? Spazi geometrici, costruzioni verticali, luoghi ben delimitati e differenti. Pietre, legno, cemento, ferro mescolati nell’aria e nella luce. Elementi naturali e artificiali intrecciati tra di loro. Una città è questo. E una città è anche gli umani che la abitano nel tempo. Fausta Squatriti ha ascoltato non il cuore, la volontà, i desideri, le passioni e la morte dei corpimente che le città costruiscono e ospitano ma la materia, la pura materia. Che essa sia organica o inorganica, plasmata dalla storia o accartocciata dai climi, ancora agente o immobilizzata nel guasto, è la materia che vince nelle opere di quest’artista. Materia che si esprime e canta in insiemi composti da fotografie, pastelli, cornici dentro le quali si è per sempre raggrumata una qualche struttura che una volta fu viva o attiva o funzionale e che adesso è soltanto la sua forma.

Si rimane in silenzio di fronte a simile coraggio. Al coraggio di cancellare dalle città gli umani e lasciare che esse diventino la vittoria del tempo. «Principio degli esseri è l’apeiron, la polvere della terra e del tempo, il suo flusso infinito…» afferma Anassimandro (DK, B1). Di questa polvere sono coperte le opere di Squatriti.
«Mais, quand d’un passé ancien rien ne subsiste, après la morte des êtres, après la destruction des choses, seules, plus frêles mais plus vivaces, plus immatérielles, plus persistantes, plus fidèles, l’odeur et la saveur restent encore longtemps…»  (À la recherche du temps perdu, Gallimard 1999, p. 46). Di tale odore a volte acre e altre neutro, di questo sapore di immobilità sono intessute le opere di Squatriti.
«Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro / chiamasi Fama, et è morir secondo, / né più che contra ‘l primo è alcun riparo. / Così ’l Tempo triunfa i nomi e ‘l mondo» (Petrarca, Trionfo del tempo, vv. 142-145). Di tanto trionfo le opere di Squatriti sono fatte.

C’è un’opera, una scultura, che sembra distaccarsi da tutto questo. Disco rosso (1964) è una pura rossa semisfera al cui centro un vuoto genera lame, fulmini, coltelli. Strutture rivolte verso il cuore della sfera e verso lo spazio a essa esterno. Vibrano. Sono esse forse l’epifania del tempo, l’immagine più levigata e insieme più ferente dell’energia che il tempo è, il cui flusso produce le città una volta vive, ora vive ancora soltanto di se stesse. È il loro cuore, rosso come questa sfera, che l’artista ha saputo ascoltare.

 

 

Inter / Vallum

Roberto Ciaccio
Inter / Vallum

Milano – Palazzo Reale
Sino al 20 novembre 2011
A cura di Remo Bodei, Kurt W. Forster, Arturo Schwarz

La Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è uno dei luoghi più stranianti di Milano. Quasi fuori dal tempo con le sue colonne, le statue, gli specchi che sono sopravvissuti al bombardamento subìto da parte dell’aviazione inglese durante la II guerra mondiale. Non ci sono più i grandi lampadari, l’arredamento, gli affreschi. Rimane un vasto spazio. Vuoto. E che diventa sede di volta in volta di alcune delle iniziative più originali della città.
È per questo luogo che Roberto Ciaccio ha pensato una Suite di opere dal titolo Revenants. Grandi lastre di ferro, rame, ottone, zinco. Incise, dipinte, stampate in modo che la differenza dell’una con l’altra sia minima, eppure ci sia. Ne scaturisce una serialità che torna -appunto- su se stessa ogni volta mutata, più fonda, più inquieta, più calma. Una grande semplicità nasconde e rivela la stratificazione concettuale ed estetica che Ciaccio ha coltivato e accumulato negli anni e che si rivela in opere quali Annotazioni di luce, dedicate agli Holzwege heideggeriani; nello studio di filosofi come Bergson, Husserl, Merleau-Ponty, Benjamin, Derrida, Barthes; nella continuità con la musica di Stockhausen, in particolare con Mantra, l’opera per due pianoforti e modulatore ad anello eseguita nella stessa sala in occasione dell’inaugurazione della mostra. Di Mantra Ciaccio coglie «il suono vibrante e modulato -quasi l’inquietante oscillazione di una grande lamiera in uno spazio oscuro- suono in espansione o in contrazione, così voluto da Stockhausen nelle tredici sezioni della partitura, suono-evento che induce uno stato ipnotico, meditativo, contemplativo e risveglia, secondo l’interpretazione dei mantra, energie psichiche e mentali che, in un processo di illuminazione iniziatica, incontrano quell’energia cosmica che tutto pervade» (R.Ciaccio, Energia. Suoni e visioni. Risonanze Revenants, nel catalogo edito da Skira, p. 52). È Stockhausen, infatti, a dire della propria opera che «the unified construction of MANTRA is a musical miniature of the unified macro-structure of the cosmos, just as it is a magnification into the acoustic time-field of the unified micro-structure of the harmonic vibrations in notes themselves» (Ivi, p. 95).
Il tempo e la luce sono le questioni che l’artista pone a se stesso e a chi attraversa le sue opere. Nutrito delle ombre di Caravaggio, della «lucidità ottica della visione» di Vermeer (A.Schwarz, Roberto Ciaccio, poeta della luce, ivi, p. 105), Ciaccio coniuga la luce al tempo. Ma ciò non sembra restituirgli pace, piuttosto moltiplica l’angoscia e il desiderio di «sottrarre l’istante al fluire del tempo» (E.Restagno, Quattro passi con un artista del nostro tempo, ivi, 83). È forse per tale ragione che in queste opere tutto sembra fermo, preso nell’immobilità della ripetizione, limine della morte.
Nelle lastre di Ciaccio domina una verticalità viola, bianca, nera, grigia, fatta di croci che sembrano scudi posti a difesa di città antiche, di specchi che riflettono il buio delle cose, ma una verticalità che diventa anche la sottile lama di luce che taglia la tenebra dando senso e pienezza alla materia. E la materia stessa non è altro che energia, misura, abisso, caos racchiuso dentro spranghe di ferro. Opaco è l’attraversamento del mondo e di se stessi ma nel silenzio della sala vibra il mantra della materia, l’inquietudine di suoni primordiali.

Gli umani, le opere

Collezione Calderara di Arte Contemporanea
Vacciago di Ameno (Novara)

C’è molto strepito nel mondo. Uno sgomitare fianco a fianco per trovare un poco di visibilità e di essa essere finalmente soddisfatti. E poi c’è anche chi cerca di trovare in se stesso il proprio pubblico, senza però cadere in forme patologiche e patetiche di solipsismo. Il Sé si apre così ai propri amici, a quanti sono competenti nella medesima passione, a tutti coloro -infine- che nel vasto mondo possono entrare in contatto almeno una volta con le opere ed esserne felici. Credo che Antonio Calderara (1903-1978) appartenga a questo secondo modo di essere. Che naturalmente è poi il più fecondo di risultati nel tempo lungo degli altri umani, coloro che saranno vivi quando noi più non saremo. L’identità di Calderara si esprime dunque benissimo, e in modo del tutto vivente, nella Fondazione che porta il suo nome e che si trova in uno splendido palazzo seicentesco sulle colline che sovrastano il lago d’Orta. Qui Calderara raccolse 327 opere di pittura e scultura contemporanee, di cui 56 sue e le altre dei tanti artisti di ogni parte del mondo con i quali entrò in contatto e alle cui opere era interessato.

Sparsi tra le stanze, le scale, il cortile, le logge della dimora, si possono quindi studiare i dipinti della prima fase di Calderara -un affascinante figurativo già pregno di geometrie-, quelli astratti e le tante opere di centinaia di altri autori. La consonanza mia in questo percorso è stata con i lavori di Fontana, Dadamaino, Pomodoro, Manzoni, Lazzari, Licini. E soprattutto con l’optical art di Jesus Rafael Soto, le cui opere si dispiegano e si modificano al passaggio e all’occhio di chi guarda.
Sino al 15 ottobre 2011 è possibile in questo luogo vedere, scoprire, immergersi nelle opere di Fausta Squatriti, amica di Calderara, la quale ha creato nella sua bellissima casa di Vacciago -a due passi dalla Fondazione- un altro spazio nel quale raccoglie con ordinato disordine quadri, libri, installazioni sue e di altri artisti. Lo scorso 25 settembre l’attore Alberto Lombardo ha recitato un «monologo ironico, malinconico, a tratti amaro ma anche buffo» scritto da Squatriti e ascoltato con divertita partecipazione dai suoi ospiti, dall’intero mondo.

[La Rivista Vita pensata ha pubblicato nell’ottobre 2010 due articoli dedicati a Calderara e alla sua Collezione]

 

La materia, lo specchio

Anish Kapoor
Milano – Rotonda della Besana
A cura di Gianni Mercurio e Demetrio Paparoni
Sino al 9 ottobre 2011

Sette grandi opere dentro la struttura regolare e magnifica della Rotonda della Besana. Al centro domina My Red Homeland, una grande installazione fatta di cera rossa, con un braccio in acciaio che passando sull’enorme massa la spiana e la trasforma a ogni istante. Tra le colonne dell’antica chiesa si riverberano sei specchi a forma di parallelepipedo, di parabole, di curve. Specchi che creano intensi effetti spaziali e danno vita all’opera, la quale esiste soltanto quando una figura consapevole la attraversa, si riflette, riflette. In S-Curve l’ordine perfetto del convesso si sbriciola subito nella dissoluzione del concavo. E viceversa. Non Object (Door) deforma il corpomente che vi si specchia, Non Object (Plane) gli trasmette una magia tridimensionale che -avvicinandosi ancora- diventa luce bianchissima che a guardarla stordisce. Quasi una droga estetica. E in ogni punto di questo luogo a croce greca si crea un nuovo artefatto, una rinnovata visione. «Oltre Oriente e Occidente» recita la presentazione della mostra di questo artista/architetto nato a Bombay nel 1954. Di più: oltre soggetto e oggetto, contenuto e forma, materia e sguardo. Il mondo è tutto nella visione e la visione è cosmica.