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Cancellare l’Università

Cancellare l’Università

Al collega Francesco Coniglione si devono molte approfondite analisi della politica universitaria italiana. L’editoriale pubblicato su Historia Magistra. Rivista di storia critica (numero 20-2016) rappresenta un’eccellente sintesi di quanto sta accadendo all’Università italiana e dunque al presente più avanzato e al futuro del nostro popolo.
Ne riporto qui alcuni brani, invitando a leggere l’intero articolo su Roars: Primavera o autunno dell’Università italiana?

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Nel mondo universitario e della ricerca scientifica sono in corso – ormai da più di un decennio – mutamenti strutturali che mirano a cambiarne nello spazio di qualche anno la fisionomia, in direzione di un nuovo assetto strutturale i cui lineamenti sono ancora tutti da decifrare. L’università è alle prese con vincoli sempre più oppressivi che ne dirottano tempi ed energie da un lato verso un sempre maggiore ingabbiamento della ricerca e della didattica in adempimenti amministrativi e burocratici che assai difficilmente ne miglioreranno la qualità, dall’altro verso una conflittualità con l’Agenzia di Valutazione (ANVUR) e il Ministero, che ha avuto nella campagna Stop-VQR – innescata dalla protesta per il mancato recupero del blocco degli scatti stipendiali – una sua plastica raffigurazione.
[…]
Eppure non mancano gli elementi che possono essere interpretati come una inquietante spia del futuro prossimo venturo. Non ci riferiamo tanto alle dichiarazioni di qualche anno fa del premier italiano, in cui si sosteneva che per l’Italia sarebbero bastati per la ricerca 5-6 hub “di eccellenza”, quanto a più recenti fatti e opinioni espressi da autorevoli personaggi, che indicano un futuro che si inserisce in piena continuità sulla strada dell’iniziativa promossa circa 10 anni fa dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti con la creazione dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova. Questo istituto, infatti, è un ente di ricerca di diritto privato, ma finanziato pubblicamente con 100 milioni di euro l’anno.
[…]
Il quadro sembra chiaro: il problema non è quello del finanziamento della ricerca e della mancata volontà ad investire. Il fatto è che questi investimenti non devono transitare dall’università, la quale – dopo decenni di campagne di stampa volte a demonizzarla per il suo (accertato) nepotismo e le sue (verificate) inefficienze – sembra essere scomparsa dall’orizzonte degli interessi dell’opinione pubblica e della classe dirigente. Ormai ritenuta un corpo morto, nella quale immettere denaro equivale a buttarlo nel forno – come si sente continuamente ripetere – essa viene abbandonata a un destino di progressivo decadimento, di centro di istruzione di serie inferiore, in cui non si fa più ricerca, ma semmai si prepara alle professioni. E a nulla valgono le argomentazioni e le prove del fatto che l’università italiana regge benissimo la concorrenza della qualità con le università di altre nazioni e che forma ricercatori in grado di competere al meglio in campo internazionale (come è stato ad abundantiam documentato nel sito ROARS).
[…]
Insomma, non solo una polarizzazione della ricerca in pochi centri identificati non si sa in base a quali criteri e insigniti della medaglia dell’“eccellenza” – con l’emarginazione delle università – ma anche l’idea di trasformare queste ultime in enti di diritto privato, con l’inevitabile conseguenza di un maggiore centralismo nella loro gestione, di una maggiore discrezionalità nella gestione di fondi e personale e quindi della fine di quella “democrazia” universitaria che sinora ne ha caratterizzato la storia. E la conseguenza che sarebbe l’ovvio corollario di queste premesse potrebbe includere la soppressione della cosiddetta “tenure”, cioè il posto fisso per i docenti universitari, a favore di contratti a tempo determinato di volta in volta rinnovabili: la fine della sicurezza del posto in favore del “libero mercato” verrebbe così a far cadere il presupposto indispensabile del libero pensiero e della autonomia, con ricercatori sempre ricattabili e quindi del tutto proni ai vertici accademici e ai loro datori di lavoro. Viene così a maturazione il disegno già prefigurato nella legge Gelmini, che oggi viene con coerenza perseguito dall’attuale governo (e qui l’etichetta di sinistra, centro-sinistra o destra, è irrilevante). È il sogno di sempre del capitalismo italiano, nel quale si è dimostrato storicamente più versato: gestire privatamente i soldi pubblici e disporre liberamente della propria forza-lavoro, grazie a una sua sempre più accentuata precarizzazione.
L’università è stata sinora un centro di residua resistenza democratica alle sempre più accentuate volontà autoritarie che, nel nome dell’efficienza, si implementano sul piano istituzionale e nel mondo del lavoro; essa non è stata ancora pienamente colonizzata dalla politica, in quanto il tanto vituperato “potere baronale” ha cercato di difendere la propria autonomia e si è mosso con logiche trasversali rispetto a quelle dell’appartenenza partitica. Con le prospettive che per essa si vanno disegnando, l’università – così come è avvenuto per le strutture sanitarie – diventerà quel luogo di vassalli e valvassori, assoggettati al potere politico, paventato dalla senatrice Cattaneo. E gli atenei non saranno più il luogo in cui si farà ricerca “curiosity driven”, per amore della cultura, portando avanti il lavoro fondamentale senza il quale non sarebbe possibile alcuna ricaduta applicativa e imprenditoriale. E non parliamo dell’evidente destino cui sono destinate tutte le discipline di carattere umanistico, ritenute “inutili” e incapaci di “stare sul mercato”.
In queste condizioni, l’università non va incontro a quella “primavera” lanciata flebilmente dalla CRUI in risposta alla protesta contro la VQR, ma a un lento autunno. Verrà, dopo, l’inverno di una cultura asservita ai due padroni che oggi si spartiscono la ricchezza: il “mercato” che succhia il denaro dalle tasche dei cittadini, la politica che saccheggia indisturbata la ricchezza sociale e che non vede l’ora di mettere le mani sull’università senza i “lacciuoli” del diritto amministrativo.

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L’analisi di Coniglione è pienamente confermata dalla recente dichiarazione del  ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda, il quale ha annunciato che il governo finanzierà solo 4 o 5 università d’eccellenza e che non rispetterà più il criterio geografico: «Noi non ci possiamo permettere di dire che finanziamo tutti con bandi aperti, qualunque università, qualunque cosa faccia eccetera… dobbiamo scegliere 4 o 5 università di eccellenza sul tema della manifattura innovativa, dargli i soldi, costruire un meccanismo per il quale queste 4-5 università e solo queste 4-5 università costruiscono competence center dove le aziende possono lavorare insieme, e chi vuole entrare in questo gruppo, beh, scali i ranking e ci entra dentro, ma non è che riceve denaro semplicemente per la distribuzione geografica degli atenei».
L’intenzione è quindi cancellare l’università, in particolare in quelle zone -come il meridione d’Italia- che più hanno bisogno di una istituzione scientifica e didattica che dia possibilità di formazione e di crescita. È il trionfo dell’ignoranza e dell’ingiustizia.

9 commenti

  • agbiuso

    marzo 5, 2017

    Il collega Attilio Scuderi ha inviato alla ml dei docenti di Unict una ironica riflessione sull’operato della CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).
    La riporto qui, insieme alla mia risposta.

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    Care e cari,
    come di certo sapete la CRUI si è trasformata in fondazione di atenei (da Club di rettori, quale è stata per anni).
    Organizza attività formative proprio attraverso la sua fondazione, che ha ricevuto un forte finanziamento iniziale.
    Come recita orgogliosamente il suo sito (in basso il link relativo): “Nati nel 2001 come braccio operativo della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, abbiamo raccolto nello stesso anno la nostra prima grande sfida: CampusOne, il più ambizioso progetto di sperimentazione della riforma universitaria, sostenuto da un finanziamento governativo di oltre 100 milioni di euro, che ha coinvolto 70 Atenei, 500 corsi di laurea, 9.000 docenti e 50.000 studenti nell’intento di innovare l’Università italiana. Da allora le sfide si sono susseguite numerose aprendosi a nuovi ambiti e nuovi attori, per la realizzazione di progetti fondati sul patrimonio di conoscenze e competenze del sistema universitario, ma rivolti anche ai decisori esterni. Abbiamo così sviluppato un’identità dinamica e flessibile che ci rende oggi un robusto ponte tra l’Università e il Paese.”

    http://www.fondazionecrui.it/Pagine/Profilo/default.aspx

    Penso di potere parlare a nome di tante e tanti dicendo che siamo davvero orgogliosi di questo “robusto ponte tra l’Università e il paese”. I suoi risultati sono sotto gli occhi, stupiti, di tutti noi. Il grande successo di CampusOne – a tutte e tutti di certo noto, e su cui non mi dilungo – hanno prodotto un sistema universitario coeso, innovativo, rispettato nel paese e dalla politica…
    Vi confesso che la notte – nella mia seconda età ormai ben avanzata – riesco a prendere sonno solo grazie al pensiero di questa fondazione che ci protegge… Con la sua identità dinamica, ma soprattutto flessibile, anzi genuflessibile dinanzi ai “decisori esterni” (si noti l’alata eleganza della perifrasi), ovvero dinanzi a ministri, Anvur, e compagnia varia… E come non ammirare anche il forte senso del limite – non sfiorato da una potente ironia involontaria – che il sito e i suoi testi emanano a pieni polmoni…?

    Tra le “nuove sfide” – che si susseguono in un vero orgasmo di impegno politico-culturale – c’è anche quella della formazione nei confronti dei nuovi sistemi AVA di accreditamento. Un’operazione di vero sacrificio, compiuta in modo che definirei sostanzialmente gratuito e volontario. Guardate questo “seminario”, al quale spero che nessuno di voi voglia mancare o sia mancato:

    http://www.fondazionecrui.it/seminari/Pagine/Nuovi-requisiti-e-procedure-per-l'accreditamento-iniziale-e-peridico-delle-sedi-e-dei-corsi-di-studio.aspx

    Appena 650€ (più iva, birichini, l’Iva si paga…) a partecipante ( e siamo alla seconda replica!!!) per farsi indottrinare sulle “nuove procedure” di ghigliottinamento (ops, scusate, accreditamento) delle università – in particolare meridionali.
    Permettetemi un breve calcolo per difetto. Diciamo che una cinquantina di colleghe e colleghi aderiscano o abbiano aderito. Circa 35.00 euro per dodici/quattordici ore di docenza di fatto. Ma lo capite colleghi! La soluzione è questa! Facciamo tutte e tutti domanda per diventare “docenti Crui”! Istituiamo le “cattedre Crui” per il sostegno dell’università, per dottorandi, precari e docenti vessati dai blocchi stipendiali. Ma come, mi direte, la Crui dovrebbe compiere queste attività gratuitamente, perché noi (tutti gli atenei) “paghiamo” la Crui e le sue attività con cospicui finanziamenti annuali (decine di migliaia di euro). Siete indietro, se dite così siete indietro, siete antiche e antichi, amiche e amici. Ed è un maligno detrattore chi ritiene che più il sistema si incasina (complice l’ANVUR) e più la CRUI ci guadagna. Come è maligno pensare che gli atenei italiani abbiano speso migliaia di euro in questi anni in viaggi (di docenti e/o delegati) alla fondazione Crui per questi seminari (o altre attività) spesso inefficaci.
    Dobbiamo combattere tali malignità, colleghe e colleghi!

    Infine, un dettaglio. Leggiamo da questo articolo che il procedimento per arrivare all’approvazione del Dpcm sulle cattedre Natta (che aveva avuto osservazioni critiche dal Consiglio di stato) starebbe per ripartire con la benedizione del ministro…

    https://ilfoglietto.it/il-foglietto/5202-cattedre-natta-il-miur-ci-riprova.html?utm_source=newsletter_202&utm_medium=email&utm_campaign=il-foglietto-della-ricerca-n-8-del-2-marzo-2017-anno-xiv

    Non chiedete alla Crui, please, di occuparsi anche di questo. Ci sono i seminari da organizzare (con quei pochi euro a disposizione)!

    E che cavolo!

    abbracci

    a.

    —————

    Caro Attilio,
    alla tua perfetta cronaca dell’assurdo aggiungo soltanto due elementi.

    I nomi.
    Il ‘Comitato Scientifico’ che gestisce la «formazione nei confronti dei nuovi sistemi AVA» è composto dai seguenti membri:
    Dott.ssa Emanuela Stefani
    Prof. Massimo Tronci
    Prof. Vincenzo Zara
    Non so nulla di costoro ma è bene che si sappia che esistono.

    Le ragioni.
    La CRUI è un’associazione privata composta da poche persone. Essa dà man forte al potere politico di turno ma a dare man forte alla CRUI sono i docenti. Sono coloro che alla fine ‘conferiscono i loro prodotti’ (e si meritano tale linguaggio), sono coloro che mugugnano ma obbediscono, sono coloro che fingono di credere -o ci credono davvero, e sono i casi disperati- nella efficacia e nella salute mentale dell’AVA, della VQR e della miriade di altri acronimi che nascondono la demolizione dell’Università e la sottomissione del sapere. A dare man forte ai ‘decisori esterni’ siamo noi, i docenti italiani.
    La Boétie lo spiega con chiarezza. La «servitù volontaria» si fonda anzitutto sull’abitudine, la quale se «in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù» (Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, 2001, p. 22); l’abitudine è a sua volta in gran parte fondata sull’educazione, che per La Boétie è in realtà «la prima ragione per cui gli uomini servono volontariamente» (p. 32), educazione alla sudditanza che viene praticata sin dalla nascita (biologica e accademica). A tali elementi psicologici, familiari e ambientali si aggiungono quelli sociali, che consistono nelle strategie stesse del potere, prima delle quali è la distrazione, i ludi, i circenses, l’«aprire bordelli, taverne e sale da gioco» (p. 35). I circenses accademici non sono meno attraenti di quelli popolari. E ciascuno crede di poterne trarre vantaggio, ad esempio mostrando il proprio ‘1’ eretto, rispetto a un floscio ‘0,4’. E così via.

    Per quanto riguarda le cattedre renzi-natta e la ministra Fedeli, si può soltanto sperare che il triste governo Gentiloni cada quanto prima possibile. Costoro, infatti, sono degli automi e una volta caricati andranno avanti per inerzia, con le cattedre e con tutto il resto. E con la CRUI a fornire le batterie.

    Un caro saluto,
    Alberto

  • agbiuso

    dicembre 23, 2016

    Roars ha smascherato facilmente l’ennesimo imbroglio dell’Anvur, un’agenzia che si conferma del tutto priva di intelligenza metodologica e soprattutto di etica della ricerca.
    Copio qui il sommario di due articoli, invitando a leggere per intero i testi.

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    VQR
    Il mistero della VQR fantasma. Ovvero: se i risultati ci sono cacciateli fuori
    Di Redazione ROARS 21 dicembre 2016

    Il presidente dell’ANVUR Andrea Graziosi ha fornito ad alcuni giornalisti, senza contraddittorio e domande scomode, la chiave di lettura dei risultati della VQR 2011-2014. Secondo ANVUR l’Italia starebbe convergendo verso una standard di qualità della ricerca più elevato, e le università del Sud starebbero avvicinandosi a quelle del resto del paese. Tutto questo grazie all’adozione della VQR. Graziosi ha cioè fornito una giustificazione delle costosissime attività dell’ANVUR e dei lauti stipendi del direttivo. Senza fornire al contempo nessun dato, se non una decine di slide. Si dice che i risultati della VQR saranno pubblicati addirittura intorno al 20 febbraio. La Ministra si accinge perciò ad usare una VQR-fantasma per la distribuzione del FFO premiale. Qualcuno al MIUR e alla CRUI i dati però deve averli visti e deve aver simulato le distribuzioni. Infatti nella bozza di DM di ripartizione sono introdotte modifiche agli indicatori ANVUR. E soprattutto, su richiesta CRUI, una compensazione per gli atenei maggiormente penalizzati dall’adesione alla protesta #stopvqr che dunque, adesso è certificato dal MIUR, ha colpito nel segno. L’Italia si candida così a divenire il primo paese al mondo a distribuire le risorse alle università sulla base di una valutazione che ancora non c’è. Per evitare al MIUR questo ridicolo primato, i dati VQR, se ci sono, dovrebbero essere immediatamente resi pubblici. (Testimoni oculari dicono di aver visto Peppe e Gedeone discutere animatamente delle slide del presidente dell’ANVUR. Stay tuned).

    Una lezioncina di aritmetica per il Consiglio direttivo dell’Anvur
    Di Giuseppe De Nicolao 23 dicembre 2016

    Con l’ultimo comunicato stampa dell’ANVUR, anche la valutazione della ricerca entra a pieno diritto nell’era della post-verità. I risultati della VQR non escono dal cassetto, ma in compenso il Presidente Graziosi ci informa che «L’università italiana si è messa in moto convergendo verso uno standard comune e più elevato della qualità della ricerca. In media, gli atenei che avevano un livello della qualità della ricerca relativamente basso si sono rimboccati le maniche e, se non hanno scalato posizioni, almeno hanno ridotto lo svantaggio». La prova della convergenza? Se si considera l’indicatore che confronta qualità e dimensione, la distanza tra i primi e gli ultimi atenei si sarebbe accorciata. A Peppe, però, basta qualche semplice calcolo aritmetico per mostrare a Gedeone che la convergenza sbandierata dall’ANVUR è solo un’illusione ottica. Infatti, come effetto collaterale della nuova scala dei punteggi usata nella VQR 2011-2014, l’indicatore che confronta qualità e dimensione viene riscalato verso il basso rispetto alla vecchia VQR. Di quanto? Di un fattore 0,7 che è più o meno proprio quello che ha fatto gridare al miracolo la nostra agenzia di valutazione.

  • agbiuso

    dicembre 9, 2016

    Gli effetti della disastrosa politica universitaria del governo PD-Nuovo Centrodestra dureranno a lungo,
    Per curarsi dal veleno che è stato immesso nel sistema universitario sarebbe necessaria una rottura politica totale con le maggioranze che hanno sostenuto i governi Berlusconi e Renzi. Speriamo che accada.

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    L’infernale Quinlan: nella Stabilità 2017 una bomba ad orologeria per l’Università
    Di Umberto Izzo, Roars, 8 dicembre 2016

    In uno dei piani sequenza più famosi della storia del cinema, una coppia di innamorati inconsapevoli attraversa il confine fra Messico e Stati Uniti a bordo di una splendida decappottabile anni 50, nella quale una mano furtiva all’inizio della sequenza ha inserito una bomba ad orologeria. Questi celebri 3 minuti di cinema si chiudono col botto di una deflagrazione a campo e un carrello su ciò che resta dell’auto dilaniata dalla bomba. L’immagine cattura bene quello che sta avvenendo mentre si scrive (primo pomeriggio del 7 dicembre), dopo la richiesta di fiducia pronunciata oggi 7 dicembre 2016 dalla Ministra Boschi. Pure noi osserviamo angosciati l’epilogo di un piano sequenza che comincia con una mano sapiente. Quella che ha inserito gli artt. 41, 43, 44, 45 nella legge stabilità. Dove sta il tocco luciferino? Eccolo: se nel corso del 2017 la procedura dei “Ludi dipartimentali” (partorite da una ristretta cerchia di economisti vicini al capo di un governo bocciato dagli italiani) giungerà a compimento, 180 dipartimenti potranno vantare un diritto al premio sanguinosamente conquistato. Impedendo al futuro governo (quale composizione politica esso abbia) di revocare il lascito legislativo di un governo che, sul punto di scomparire, chiede la fiducia anche su questa bomba ad orologeria. Sta ai senatori salvare l’Università italiana dall’Infernale Quinlan governativo!

    Ps: Neanche il tempo di mettere il punto esclamativo, che giunge notizia che il senato (lo si scriva in minuscolo) ha votato la fiducia. Occorrerà ricordarsi di quei 173 Sì (la lista dei nomi è in calce all’articolo).

    […]

    Appendice 1: Cronaca della seduta al Senato

    (QUI IL RESOCONTO STENOGRAFICO):
    Nella discussione sono intervenuti i sen. Laura Bottici, Barbara Lezzi (M5S), Ceroni, Azzollini, Mandelli (FI-PdL), Augello (CoR), Divina, Tosato (LN) e Paola De Pin (GAL).
    Nel merito, le opposizioni hanno osservato che una legge di bilancio infarcita di bonus e priva di copertura finanziaria, lascia un’eredità pesante: azzera l’avanzo primario senza alleviare il disagio sociale e senza rilanciare gli investimenti; disperde le risorse della flessibilità in elargizioni e mance elettorali, che non sono state sufficienti peraltro a ingannare i cittadini nel referendum costituzionale; aumenta di 150 miliardi il debito pubblico e richiederà interventi correttivi in primavera. Rispetto al metodo, le opposizioni hanno rilevato il paradosso di un Governo dimissionario che chiede la fiducia e l’anomalia di un passaggio parlamentare che, impedendo di migliorare la legge di bilancio in seconda lettura, disattende l’indicazione di voto dei cittadini, contrari alla riduzione degli spazi democratici. Le opposizioni, inoltre, hanno colto l’occasione per tracciare un bilancio dei mille giorni del Governo Renzi e per sottolineare la distanza tra la propaganda e la situazione reale del Paese: si chiude oggi la parabola di un Presidente del Consiglio tracotante, provinciale, irresponsabile che, dopo aver scalzato il premier Letta con una congiura di palazzo, ha legato le proprie sorti ad una riforma costituzionale squilibrata e pasticciata, ha creato un caos sulla legge elettorale, ha deciso di tenere il referendum durante le sessione di bilancio e ha annunciato le dimissioni prima di chiudere la manovra finanziaria. Il PD ha la responsabilità di avere assecondato il delirio di onnipotenza di un premier che lascia un Paese in cui la disoccupazione, la povertà, la deidustrializzazione e le disuguaglianze sono aumentate, la situazione bancaria è peggiorata e quella migratoria è fuori controllo.

  • agbiuso

    dicembre 5, 2016

    Sui liberisti illiberali che ammorbano il Ministero dell’Università e della Ricerca.
    Da leggere integralmente, per amaramente sorridere.

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    ARCIPELAGO ANVUR
    Hasta la victoria siempre Comandante!
    Di Nicola Casagli, Roars, 5 dicembre 2016

    «Seguiremos adelante, como jiunto a ti seguimos, y con Fidel te decimos: Hasta siempre Comandante!» Ci pare giusto dedicare un pensiero al Lider Maximo Fidel Castro, recentemente scomparso. Lo dedichiamo da qui, dall’Università italiana, ultimo baluardo del Comunismo reale, così ridotta dalle troppe riforme promosse da un’élite di economisti liberisti, tanto competenti e capaci da aver prodotto risultati antieconomici e illiberali, oltre che irragionevoli. Nemmeno a Cuba i professori e ricercatori sono valutati con un burocratico sistema a punti da un’Agenzia Ministeriale, come la nostra ANVUR (Agenzia Nazionale per la Vittoria, l’Unità e la Rivoluzione). Nemmeno a Cuba i professori vengono selezionati con commissioni nominate dal Governo, come con le nostre cattedre NATTA (Nucleo Armato di Tutela del Trotskismo Autentico). Nemmeno a Cuba si indicono giochi a premi per la produttività (quelli dei tempi dell’URSS di Stachanov) dei lavoratori o dei loro dipartimenti. Che dire? Questo è il Neoliberismo all’Italiana, concepito dagli Economisti della Bocconi: porta inesorabilmente a inefficienza, miseria, spreco e al Comunismo reale.

  • agbiuso

    ottobre 25, 2016

    COMUNICATO STAMPA

    I Docenti Universitari “contestano” Cantone
    24 ottobre 2016
    Per chiarimenti e contatti:
    Carlo Ferraro – Politecnico di Torino (334 8883070 oppure 347 8474842 carlo.ferraro@polito.it)
    Paolo D’Achille – Università Roma Tre (333 8999803 paolo.dachille@uniroma3.it)

    Oltre 5800 Docenti Universitari di 88 Università e Istituti di Ricerca hanno scritto una lettera aperta al Dott. Raffaele Cantone in relazione alle sue affermazioni su “Fuga dei cervelli, corruzione e nepotismo nell’Università Italiana”. La lettera, con i nomi dei firmatari è pubblicata all’indirizzo:

    https://sites.google.com/site/controbloccoscatti/home/lettera-a-raffaele-cantone

    Le ragioni della lettera

    I Docenti osservano che quanto segnalato dal Dott. Cantone esiste e va certamente sradicato energicamente. Ma  le affermazioni  di Cantone, provenendo da fonte così autorevole, inducono a pensare che il problema della fuga dei cervelli e quello della difficile situazione dell’Università Italiana risiedano per lo più nel nepotismo e nella corruzione, il che per l’opinione pubblica è fuorviante, sussistendo nell’Università tanti altri gravi problemi che sono alla base di quelli anzidetti, e a cui occorre porre rimedio, e getta anche discredito sulla stragrande maggioranza dei Docenti. Diventa quindi anche un problema di dignità.
     
    La lettera segnala a Cantone che i giovani fuggono all’estero e le Università sono in difficoltà perché sussistono (senza per ora soluzione) almeno altri  9 problemi gravi, oltre a nepotismo e corruzione: precariato, mancanza di posti a concorso (mancano dal 2010 ad oggi oltre 10000 posti all’appello), retribuzioni nettamente più basse che all’estero, blocchi periodici degli stipendi, fondi per la ricerca irrisori, l’assurdità di una ricerca non finanziata ma poi valutata per distribuire le risorse, tanta didattica non valutata, insufficienti borse di studio per gli studenti, un’ANVUR non sempre all’altezza dei propri compiti e spesso vessatoria. Sulla fuga dei cervelli primeggia su tutto la mancanza di posti, per cui anche se non esistessero gli altri otto problemi e non esistessero affatto nepotismo e corruzione, buona parte dei giovani non avrebbe altra scelta che rivolgersi all’estero e l’Università italiana continuerebbe ad essere in crisi.

    L’Università Italiana è già in grave sofferenza, il governo non ascolta le richieste dei Docenti Universitari, sì che la situazione generale è sempre più critica, determinando l’attuale contesto che respinge la gioventù motivata ad entrarvi. Il discredito demotiva i Docenti che lavorano con costanza e dedizione, e che riescono a mantenere alto l’onore della nostra Università, consentendole di essere all’ottavo posto al mondo in termini di ricerca (dati OCSE) e di formare laureati assai apprezzati in tutto il mondo, nonostante che sia fra le meno finanziate. I Docenti Universitari non meritano il discredito generalizzato che oggigiorno ricorre ovunque.

    Le richieste a Cantone

    I Docenti firmatari chiedono a Cantone di riprendere pubblicamente l’argomento (sono insufficienti, e per alcuni versi peggiorative, le precisazioni dell’articolo firmato dallo stesso di Cantone su “la Repubblica” il 7 ottobre 2016) al fine di perfezionare la visione scaturita dalle Sue parole, in modo da evitare che le Sue stesse parole pure involontariamente gettino nuovo discredito sull’Università Italiana.
    Chiedono a Cantone aiuto per contrastare la disistima che tanti spargono nei loro confronti.
    Chiedono ancora a Cantone di segnalare al più presto i casi di nepotismo e corruzione a cui si riferiva, dei quali, evidentemente, è a conoscenza, e si augurano che la Magistratura faccia in fretta il suo corso e punisca in modo esemplare i casi di corruzione o nepotismo, spazzando il campo dalla facile demagogia che, basandosi su tali casi, fa di tutta l’erba un fascio.

  • agbiuso

    ottobre 16, 2016

    Nonostante i tagli economici alla ricerca e alle assunzioni, l’Università italiana migliora costantemente. Merito nostro, non dei governi.

    (Fonte Scopus tramite Anvur).

  • agbiuso

    ottobre 12, 2016


    Da Roars: Ecco il decreto “Cattedre Natta”. FQ: «Il governo vuole nominarsi i prof come Mussolini»

    Sul Corriere viene pubblicato il testo del DPCM “Cattedre Natta”: la nomina dei presidenti delle commissioni spetta al Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro del MIUR.
    In pratica torna in vigore al Regio Decreto n. 1071 del 20 giugno 1935, abrogato pochi giorni dopo il 25 Aprile 1945.
    Eloquente il titolo della prima pagina del Fatto Quotidiano: “Il governo vuole nominarsi i prof come Mussolini”.
    Nel post i link al Decreto e all’articolo del Fatto Quotidiano.

    Testo del DPCM “Cattedre Natta”

    Fatto Quotidiano: Il governo vuole nominarsi i prof come Mussolini

  • agbiuso

    ottobre 10, 2016

    Università, le mani della politica sulla ricerca
    di Francesco Sylos Labini

    Qui di seguito una breve guida per orientarsi nelle recenti vicende che riguardano l’università e la ricerca di questo Paese. Si tratta di fatti apparentemente slegati: cercherò di trovare il filo che li unisce.

    Secondo Raffaele Cantone, responsabile dell’Anac, vi è “un grande collegamento, enorme, tra fuga di cervelli e corruzione” tanto che l’università è, più di ogni altro settore dell’amministrazione pubblica, quello in cui c’è il più alto il numero di nepotismo. E questo nonostante la legge Gelmini che era stata varata proprio per “tagliare le unghie ai baroni”.
    In realtà l’agenzia nazionale della valutazione (Anvur) non ha fatto altro che consegnare la guida delle politiche dell’istruzione a una sorta di “comitato di salute pubblica” che in questi anni ha imposto una “rivoluzione dall’alto” della scuola e dell’università dettando l’agenda in fatto di valutazione a governi che hanno rinunciato ad averne una propria. Questo comitato, imponendo una modalità di valutazione sconosciuta sul pianeta Terra, ha di fatto imposto un controllo politico sulla ricerca e l’università. La riforma Gelmini invece di tagliare le unghie ai baroni ha perciò concentrato il potere accademico nelle mani di una piccola élite di nomina politica che ha fatto un pasticcio di dimensioni colossali con la valutazione.

    Bisognerebbe allora riflettere sul fallimento dell’Anvur, ma il governo reputa più semplice trovare la scorciatoia. Il governo sta infatti per varare una “contromisura”: le Cattedre Natta per finanziare la chiamata diretta di 500 docenti scelti senza concorso. Il problema del reclutamento è nella formazione delle commissioni che sceglieranno i magnifici 500. Pare che nel decreto sia previsto che sia il Presidente del Consiglio a nominare i presidenti delle commissioni che a cascata nomineranno i commissari. Il comitato di salute pubblica di nomina politica avrà così un potere ancora più grande di controllo sulle carriere degli accademici e sulla ricerca da loro effettuata. Una situazione di sapore nord-coreana che non si è verificata neppure sotto il fascismo.

    Così mentre una buona parte della classe accademica ha drizzato le orecchie ai richiami delle Cattedre Natta, lo smantellamento del sistema procede a gonfie vele e senza intoppo alcuno. E’ di questi giorni un rapporto dell’Associazione Dottorandi Italiani (Adi) che denuncia il crollo dei posti di dottorato in Italia: se nel 2006 erano 15.733, dieci anni dopo nel 2016 sono diventati 8.737 (-44,5%).
    Eravamo già il fanalino di coda in Europa e abbiamo consolidato il nostro piazzamento nel ranking. Inoltre l’Adi conferma la stima di un elevato tasso di espulsione per il post doc: nei prossimi anni solo il 6,5% di chi attualmente è assegnista di ricerca riuscirà a accedere a un ruolo strutturato. Di fronte a questi numeri cosa fa il governo?

    Il governo pensa a Expo e al progetto Human Technopole che ha generato una valanga di critiche per come è stato gestito (un “bando” con un solo concorrente, l’Istituto Italiano di Tecnologia) anche da parte senatrice Elena Cattaneo. Ma il perché di tutta questa fretta ce lo spiega un articolo di Marco Ponti su Lavoce.info e con la ricerca ha davvero poco a che fare:
    “Ma torniamo al dopo-Expo e alla vicenda dei terreni. Il piano economico iniziale prevedeva che fossero in parte dedicati a un grande parco, in parte edificati a uso privato. Infatti era prevista la rivendita di tali terreni resi edificabili realizzando una rilevante plusvalenza: si parla di un prezzo di alienazione di 300 milioni sui 160 di costo. Costo di acquisto che era risultato rilevantissimo, a favore dei proprietari privati, in relazione al precedente uso agricolo dei terreni stessi (la vicenda fu molto chiacchierata, a suo tempo). Ma se tali soldi fossero stati recuperati con profitto, almeno i contribuenti non sarebbero stati danneggiati, anzi. Tuttavia l’asta andò deserta né, si badi, sembra vi siano state contrattazioni successive al ribasso, al fine di recuperare almeno parte di quei soldi. […] È intervenuto salvificamente il governo, promettendo di realizzarvi, con ingenti investimenti sia iniziali che per l’esercizio, un centro di ricerca dedicato alle scienze per la salute, nominatoHuman Technopole. […] L’operazione in corso di riutilizzazione dell’area Expo suona molto come una accelerazione non del tutto meditata per evitare di rendere clamorosa la mancata, e promessa, vendita dei terreni per recuperare fondi pubblici. Peccato che questa operazione sia fatta spendendone altri”.

    E chi paga le spese? I giovani ricercatori di cui sopra ovviamente che, a parte sparute eccezioni, sono concentrati ad aumentare i proprio indici bibliometrici senza avere una percezione di chi e perché gli sta rubando il futuro e senza avere interesse ad andare oltre la propaganda governativa dei baroni e dei loro figli. In compenso, per non farsi mancare nulla e per aggiungere il danno alla beffa, il governo ha aperto la loro svendita: come spiega Invest in Italy, un opuscolo del Ministero dello Sviluppo Economico scritto per attrarre gli investimenti stranieri, “un ingegnere in Italia guadagna in media 38.500 euro, quando in altri Paesi europei lo stesso profilo ne guadagna mediamente 48.800” dato che “i costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania. Inoltre, la crescita del costo del lavoro è la più bassa rispetto a quelle registrate nell’Eurozona”. Insomma gli stessi argomenti usati da Invest in Albania tanto per mettere in chiaro a chi si punta a fare concorrenza.
    Ma ovviamente lo sviluppo del paese si riprenderà con la vittoria del “Sì” al Referendum Costituzionale così imparano i parrucconi e i gufi universitari: e come no.

    (Fonte: sIl Fatto Quotidiano)

  • agbiuso

    settembre 11, 2016

    10 domande al governo della Rete29aprile

    Il Ministro per lo Sviluppo Economico ha annunciato a Cernobbio un piano di sviluppo del sistema universitario italiano basato sul finanziamento di 4/5 poli di eccellenza finalizzati a fornire alle aziende migliori strumenti per la competizione tecnologica. Notizie di stampa hanno fornito ulteriori dettagli, indicando come questo sia un piano coordinato al più alto livello governativo, citando la Ministra per l’Università e la Ricerca, ed il Ministro per l’Economia.
    Alla luce di queste informazioni, peraltro coerenti con quanto dichiarato in passato dal Primo Ministro(*), poniamo 10 domande allo scopo di chiarire la politica del governo in materia di ricerca.

    1. Il governo ritiene che lo scopo delle università sia esclusivamente quello di fornire competenze di alta tecnologia alle imprese?

    2. Il governo ritiene che il sistema universitario italiano debba smettere di svolgere ricerca di base, le cui applicazioni industriali saranno disponibili entro decenni ed al costo inevitabile di numerosi fallimenti?

    3. Il governo ritiene che l’insegnamento e la ricerca di materie umanistiche, matematiche, fisiche, sociali, medicali, geologiche, biologiche, psicologiche, giuridiche, ecc., prive di dirette applicazioni tecnologiche di “eccellenza”, vadano eliminate dai programmi di studio?

    4. Il governo ritiene che la crisi delle imprese italiane, laddove presente, sia dovuta alla scarsa collaborazione delle università che non offrono i propri servizi in modo adeguato?

    5. Il governo ritiene che il numero di laureati italiani, al fondo di ogni classifica mondiale, sia eccessivo, e che quindi sia sufficiente avere un ventesimo degli attuali laureati?

    6. Il governo ritiene sia possibile erogare didattica avanzata in assenza di strutture di ricerca, contraddicendo secoli di tradizione universitaria internazionale (e fondata in Italia)?

    7. Il governo ritiene che indicatori basati sulla capacità dei laureati di trovare una occupazione riflettano la qualità dell’ateneo che ha formato lo studente o piuttosto le condizioni economiche del territorio circostante?

    8. Il governo ritiene che mettere l’università al servizio dell’impresa per svolgere ricerca applicata sia un efficace rimedio alla drastica riduzione del finanziamento pubblico alla ricerca operato in questi anni e per il quale siamo già fanalino di coda dei paesi industrializzati?

    9. Il governo ritiene che gli atenei di “eccellenza” useranno i fondi aggiuntivi promessi in modo sicuramente più proficuo per la collettività rispetto ad altre forme di distribuzione, ad esempio sulla progettualità di sviluppo degli atenei?

    10. Il governo ritiene che, contrariamente a secoli di consenso tra gli economisti, la crescita economica di lungo periodo dipenda dalle capacità delle università di adattarsi alle esigenze delle imprese, e non invece dalla capacità delle imprese di cogliere le opportunità offerte dalla ricerca avanzata?

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