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Il governo di un vecchio reazionario

Il governo di un vecchio reazionario

«Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che, col solo smettere di servire, sarebbero liberi. […] È il popolo che acconsente al suo male o addirittura lo provoca» (Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, 1552 ca., trad. di F. Ciaramelli, Chiarelettere 2011, p. 10). Rimane l’enigma del perché gli umani siano così facilmente spinti a rinunciare alla libertà e a sottomettersi anche e soprattutto nei confronti di chi li danneggia.
Una questione politica e antropologica che appare singolarmente grave nella storia d’Italia, un Paese che da Mussolini a Renzi -passando per Andreotti, Craxi, Berlusconi- ha acclamato e sostenuto dei capi di governo spesso buffoni e/o criminali. È quanto si chiede anche Alberto Burgio in questa sua analisi finalmente esplicita, che chiarisce la natura socialmente criminale del governo italiano in carica e di chi lo guida.


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Pubblico impiego, ora sappiamo chi è Renzi
di Alberto Burgio, il manifesto 5.9.2014

Si dice che con­ti­nui la luna di miele tra il governo e il paese. Renzi se ne vanta, con quella vanità gon­fia di vuoto che Musil defi­niva biblica. Fosse vero, si ripro­por­rebbe un clas­sico pro­blema. Sa que­sto popolo giu­di­care? O forse ama essere irriso, deriso, abbin­do­lato? Era meglio per­sino Monti (ci si passi l’iperbole), il nostro can­cel­lier Morte (parola del Finan­cial Times, che ebbe modo di assi­mi­larlo al rigo­ri­sta che spianò la strada a Hitler). In pochi mesi Monti rase al suolo la parte più indi­fesa del paese, ma almeno non vestiva panni altrui. Renzi non fa pra­ti­ca­mente altro che infi­noc­chiare il pros­simo, con quella sua fac­cia di bronzo da bam­bino viziato e prepotente.
Le balle più odiose riguar­dano ovvia­mente la ridu­zione delle tasse (gli 80 euro per i quali si ribloc­cano i salari del pub­blico impiego). Non­ché la difesa di ceti medi e lavoro dipen­dente. In realtà il governo col­pi­sce duro entrambi.
Nei diritti (è vero, l’art. 18 è un sim­bolo: poi c’è la sostanza, come dimo­stra que­sta novità del mana­ger sco­la­stico che arbi­trerà le car­riere dei col­le­ghi a pro­pria discre­zione). Nelle tutele (per­sino l’Ocse segnala che la «riforma» Poletti esa­gera con la pre­ca­rietà). Nei già esan­gui red­diti. Tor­nano i tagli lineari, ver­go­gnosi in sé, e tanto più per­ché val­gono a soste­nere l’indifferenza tra biso­gni essen­ziali (la salute, la for­ma­zione, la vita stessa) e spre­chi veri, a comin­ciare dalla scan­da­losa spesa mili­tare. E torna – per la quinta volta – il blocco degli scatti nelle retri­bu­zioni dei dipen­denti pub­blici. Non una por­che­ria: un vero e pro­prio furto.
Hanno lor signori idea di che signi­fi­chi di que­sti tempi in Ita­lia per milioni di fami­glie, spe­cie al Sud, per­dere mille euro l’anno? Certo, per chi ne gua­da­gna quin­di­ci­mila al mese o più, è una baz­ze­cola. Per molti invece è un dramma, come dimo­stra quel 5% di fami­glie (l’anno scorso era appena l’1%) costrette a inde­bi­tarsi con ban­che e finan­zia­rie per com­prare libri e cor­redo sco­la­stico. Anche di quella che con­ti­nua a chia­marsi scuola dell’obbligo.
Il peg­gio è la moti­va­zione for­nita cini­ca­mente dalla mini­stra Madia. «Non ci sono risorse». Il che può tra­dursi in un solo modo: «Per que­sto governo sono intan­gi­bili ren­dite e patri­moni, pur in larga misura accu­mu­lati con l’illegalità» (leggi: elu­sione ed eva­sione fiscale).
Ora final­mente chie­dia­moci: che razza di governo è mai que­sto? Chie­dia­mo­celo senza guar­dare alle eti­chette, badando alle cose che fa e pro­getta, dalla poli­tica eco­no­mica alle scelte inter­na­zio­nali, dalla con­tro­ri­forma del lavoro a quella della Costituzione.
Chie­dia­mo­celo noi. Ma se lo chie­dano prima di tutti seria­mente sin­da­cati e poli­tici. La Cgil minac­cia mobi­li­ta­zioni in difesa del pub­blico impiego. Vedremo. Parte del Pd mugu­gna e medita di dar bat­ta­glia sull’art. 81 della Costi­tu­zione. Vedremo. Ma all’una e all’altra sug­ge­riamo di guar­darsi final­mente dall’errore che ci ha por­tati a que­sto stato.
Non c’è più tempo per trac­cheg­giare. Ne va della loro resi­dua cre­di­bi­lità, ma soprat­tutto della vita di milioni di persone.

103 commenti

  • agbiuso

    Novembre 10, 2015

    Pasqualino marajà
    di Tommaso Di Francesco
    il manifesto, 10.11.2015

    Dalla principale petromonarchia del Golfo, ai golfi italiani non più solo minacciati ma ormai compromessi, perché ieri il Ministero dello Sviluppo economico ha dato il via libera alle trivellazioni, contro gli interessi e le volontà delle popolazioni e degli enti locali. Stesso disprezzo per la democrazia. Ma è il tour operator del governo italiano.

    Che ieri ha segnato la sua storica tappa import-export e innovazione con il viaggio di Renzi in Arabia saudita. Una puzza di petrolio e traffico di armi — quello criminale perfino per il papa. Una domanda. Ma la tanto vantata difesa dei diritti umani? Perché in Arabia saudita solo un mese fa è stata tagliata la mano a una donna di 55 anni, Kashturi Munirathinam che, immigrata dall’India, lavorava come domestica in una famiglia benestante saudita che la maltrattava in ogni modo, fino a negarle il cibo. Dopo mille sofferenze, ha tentato di fuggire: la «ribellione» è stata punita con il taglio della mano.

    Sempre in Arabia saudita — dove dal 1985 al 2005 sono state eseguite 2.200 condanne a morte e da gennaio ad agosto 2015 ben 130 esecuzioni capitali — langue in carcere il blogger Raif Badawi condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate — 50 già comminate davanti ad una folla plaudente — per avere fondato un forum online di dibattito. E cresce la protesta internazionale per il caso di Ali an-Nimr, il giovane di 21 anni condannato a morte per avere manifestato a favore di un imam sciita incarcerato.

    Ma c’è la «ripresa» e bisogna battersi per il made in Italy. Se nel 2006 Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno raggiunto un accordo da 19 miliardi di dollari per fornire alla flotta saudita 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoons, ecco che tra i costruttori dei caccia c’è anche l’italiana Finmeccanica.

    Per Finmeccanica il valore della commessa è di circa 1,6 miliardi di euro: la quota della commessa che spetta al gruppo di piazza Monte Grappa è pari a circa il 20% del totale dell’ordine, che raggiunge gli 8 miliardi di euro.

    Per la rivista di analisi IHS Jane’s, nel 2014 l’Arabia Saudita ha superato l’India divenendo il primo paese importatore di armamenti al mondo per 6,5 miliardi di dollari, con una crescita del 54% rispetto al 2013.

    Nel 2014 il Ministero degli Esteri italiano ha autorizzato esportazioni militari verso Riyadh per 300 milioni di euro: in artiglieria, bombe, missili, razzi e velivoli, oltre ai residui di consegne per i caccia Eurofighter.

    Intanto non passa giorno che i raid sauditi non massacrino civili in Yemen nel silenzio generale dei media occidentali. Senza dimenticare che proprio i Sauditi — ora passati alla «coalizione dei buoni» — sono stati i finanziatori delle milizie integraliste jihadiste, dall’Isis alla qaedista ad Al Nusra in guerra in Siria.

    Un’Italia democratica e indipendente almeno protesterebbe.

    E invece Matteo Renzi, novello «Pasqualino marajà» della canzone di Modugno, arriva allegro dal petromonarca a Riyadh a trafficare in petrolio e in armi.

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    Bastardo. Lui e il suo partito.

  • agbiuso

    Novembre 5, 2015

    Sul manifesto di oggi (5.11.2015) si può leggere un lucido articolo di Michele Prospero, dal titolo Renzi, una forza del passato, nel quale si dice -tra l’altro- questo:

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    Con pen­sioni di soprav­vi­venza, il sud abban­do­nato al declino irre­ver­si­bile, il pub­blico impiego per­se­gui­tato con acca­ni­mento tera­peu­tico, il ricatto del licen­zia­mento che pre­sto peserà sui nuovi assunti a tutele cre­scenti, l’universo poten­ziale di chi ritiene di non avere pro­prio nulla da per­dere da un atto di ribel­lione par­rebbe ster­mi­nato. E a nulla val­gono gli scon­vol­gi­menti sul piano degli averi che Pane­bianco agita allo scopo di incu­tere tre­more. La difesa dell’ordine costi­tuito sulla base dell’interesse eco­no­mico minac­ciato rischia di fare cilecca. Ser­vi­rebbe un sup­ple­mento di poli­tica.

    Ed è soprat­tutto per ragioni poli­ti­che e cul­tu­rali che l’assioma del suc­cesso ren­ziano come dato acqui­sito non regge. Lo stile di governo che intende diver­tirsi con le regioni e stra­paz­zare il lavoro, l’esibizione di arro­ganza nelle riforme costi­tu­zio­nali, il ricorso a com­mis­sari e pre­fetti per gestire i ter­ri­tori sospen­dendo ovun­que la demo­cra­zia, il con­tra­sto sem­pre più palese tra il mito anti­ca­sta delle ori­gini e l’attaccamento a tutti i pri­vi­legi del potere con­qui­stato con astu­zia, creano una sem­pre più rigida oppo­si­zione tra il palazzo e la società.

  • agbiuso

    Giugno 1, 2015

    Il bambino che si chiama Renzi pesta i piedi perché teme che gli stiano togliendo il giocattolo. L’Italia affidata a un adolescente, a un irresponsabile.

  • agbiuso

    Aprile 28, 2015

    Partito Democratico Fascista (Wikipedia)

  • agbiuso

    Aprile 28, 2015

    L’Italia è sempre tentata dal potere di uno solo, che si chiami Renzi o Berlusconi. Nostalgia del mussolinismo.

    La fiducia sul #Nostalgicum

    La fiducia sulla legge elettorale prima d’ora era stata posta da Mussolini con la Legge Acerbo nel 1923 e con la “legge truffa” (un nome un programma) del 1953.

    Oggi viene messa sul cosiddetto Italicum. Non chiamatelo più così, di italico ha solo il ricordo di un ventennio. Chiamatelo #Nostalgicum. Che fretta c’è di fare la legge elettorale? Non c’è nessun’altra emergenza? Disoccupazione? Aziende che chiudono? 10 milioni di italiani che fanno la fame? 1 milione di rifugiati in arrivo dall’Africa? E’ più importante dare tutto il potere a una persona sola ed esautorare definitivamente il Parlamento.

    Nonostante questo scempio non si avvertono segnali da Mattarella. Dopo i moniti di Napolitano si è passati all’estrema unzione silenziosa del Quirinale. La storia si ripete, dopo la tragedia è il momento della farsa. Eia, eia, alalà.

  • agbiuso

    Aprile 28, 2015

    Étienne de La Boétie viene ampiamente citato da Travaglio in una sua analisi relativa alla legge elettorale, nella quale scrive -tra l’altro- che “le minacce di Renzi e dei suoi giannizzeri sono sparate con pistole a salve. Anzi, i peggiori rischi la minoranza interna li corre proprio se l’Italicum passa: a quel punto Renzi avrà buon gioco ad andare alle elezioni anticipate, prima di perdere altri consensi, e certamente spazzerà via i suoi oppositori escludendoli dall’elenco dei capilista bloccati con elezione assicurata. Se invece l’Italicum non passa, a Renzi non conviene più azzardare le urne (sempreché Mattarella gliele conceda) per un semplicissimo motivo: si voterebbe con il Consultellum, cioè col proporzionalepuro.E,se son veri i sondaggi, lui prenderebbe il 35%, e il 15 mancante per governare dovrebbe andare a mendicarlo da B. per una riedizione delle larghe intese che gli sarebbe (a Renzi, non a B.) letale. Quindi chi non vuole consegnare l’Italia a un uomo solo per chissà quanti anni, oggi sa quel che deve fare: bocciare l’Italicum e presentare subito un ddl che ripristini il Mattarellum.”

    Ma che paura avete?

  • agbiuso

    Aprile 27, 2015

    Renzi osa scrivere di «dignità del nostro partito». Furbo e ipocrita appello all’ingenuità degli iscritti da parte di chi ha cancellato storia e ‘dignità’ del Partito Democratico. Vomitevole.

  • agbiuso

    Aprile 26, 2015

    A questo il Partito Democratico e le aziende sue amiche hanno ridotto la lotta e il morire di tanti partigiani, a 5 € per un bicchiere di vino chiamato Resistenza. Non hanno rispetto per niente e per nessuno, proprio come i fascisti.

  • agbiuso

    Aprile 26, 2015

    Siamo ai limiti del colpo di Stato. Intervenga Mattarella.
    di Aldo Giannuli

    La vicenda della legge elettorale sta andando oltre ogni limite costituzionale. Un Parlamento eletto grazie ad un sistema elettorale incostituzionale e nel quale quasi un quinto degli eletti ha cambiato bandiera, sta per varare una legge elettorale che ha gli stessi difetti di incostituzionalità. Per di più questa è opera di un solo partito che, grazie al premio di maggioranza ed ai cambi di casacca, ha trasformato il suo 25% in una probabile maggioranza di seggi, che non si capisce chi rappresentino, anche perché una parte importante dei deputati di quello stesso partito è contraria e gli elettori avevano votato per quelli che oggi sono in minoranza.
    Già questo è un quadro di totale anomalia, che segnala la degenerazione autoritaria delle nostre istituzioni.
    Per di più, lo spirito della Costituzione (art. 72) vorrebbe che le leggi elettorali fossero terreno di prevalente –se non esclusiva- competenza parlamentare e non governativa, ed il costume costante, nella storia repubblicana, è stato sempre di lasciare la massima autonomia ai gruppi parlamentari sul tema. E si suppone che, in una materia tanto delicata, sia auspicabile lasciare ai parlamentari massima libertà di voto.
    Ora siamo al punto che, non solo il disegno di legge è stato avanzato in prima persona dal governo, ma il Presidente del Consiglio, nella sua doppia veste di segretario del partito di maggioranza, ha imposto forzosamente un iter legislativo senza precedenti, giungendo a rimuovere e sostituire ben 10 rappresentanti del suo partito in Commissione Affari Costituzionali. E, per di più si minaccia il ricorso al voto di fiducia per costringere i dissidenti ad uniformarsi e si chiede di impedire il voto finale segreto.
    Sul voto di fiducia, che rimarca una volta di più l’invasione di campo del governo ai danni del Parlamento, conviene spendere qualche parola di più. Si invoca il precedente del 1953, quando De Gasperi pose la fiducia per accelerare l’approvazione della “Legge-truffa”. Si dimentica, però, che il presupposto di quella richiesta, esplicitamente richiamato nel discorso di De Gasperi, era la necessità ed urgenza, perché le elezioni si sarebbero svolte in giugno e, a gennaio, c’era un serrato ostruzionismo delle opposizioni e non si era ancora concluso l’iter nel primo ramo del Parlamento. Ma, nel nostro caso, le elezioni dovrebbero aver luogo fra tre anni: quale è l’urgenza?
    Quanto al voto segreto, l’articolo 49 della Camera prevede esplicitamente la possibilità di ricorrere al voto segreto qualora ne faccia richiesta il numero prescritto di deputati. Per cui, non si vede come possa essere evitato, anche in presenza di Presidenti delle Assemblee di cui ci è noto lo spirito di parte.
    L’insieme di queste considerazioni rende assolutamente chiara la scorrettezza procedurale con cui si sta giungendo a riformulare una delle leggi fondamentali dell’ordinamento. Che un singolo partito (al massimo, ma non è sicuro, accompagnato da qualche residuo di partiti ormai quasi disciolti) pretenda di imporre una legge elettorale contro la volontà tutti gli altri (compreso il partito alleato nelle precedenti elezioni politiche) è di per sé una violazione dello spirito della Costituzione, per il quale la legge elettorale deve essere legge di condivisione, come sempre quando si tratta di fissare le regole del gioco. Ci sono due precedenti di maggioranze di governo che hanno imposto la loro volontà in materia elettorale: la legge truffa del 1953 e la legge Acerbo del 1924. Nel primo caso, va detto che la maggioranza era composta da quattro partiti e la legge prevedeva che la coalizione vincente avesse il 50% più un voto per ottenere il premio. E, comunque, l’elettorato non gradì, il premio non scattò e si tornò ad una legge elettorale condivisa. Quanto alla legge Acerbo… non abbiamo bisogno di fare commenti sulla sua natura e supponiamo (speriamo..) che nessuno voglia richiamarsi a quel precedente.
    La situazione, pertanto, è di gravità senza precedenti e si impone un intervento del Presidente della Repubblica, nella sua veste di garante della Costituzione.
    Forse sarebbe opportuno che le opposizioni sollecitassero con una lettera comune questo intervento.
    Se esso dovesse mancare, se nonostante tutto, l’Italicum dovesse essere approvato grazie a queste bravate e non trovare alcun argine istituzionale, alle opposizioni non resterebbe che meditare sull’opportunità di un Aventino generalizzato, abbandonando tanto i lavori di commissione quanto quelli di aula, sino a quando il Capo dello Stato, constatata la situazione, non sciolga le Camere, indicendo nuove elezioni, ma previa pronuncia della Corte Costituzionale sulla ammissibilità di questa legge.
    Di fascismo ne abbiamo avuto già uno e ci basta.”

  • agbiuso

    Aprile 25, 2015

    Resistenza e 25 aprile significano oggi nessuna complicità con l’ideologia autoritaria del Partito Democratico – Nuovo Centrodestra – Forza Italia. Senza tale intransigenza si rischia la semplice e sterile consolazione.

  • agbiuso

    Aprile 23, 2015

    Sul manifesto del 23.4.2015 Andrea Fabozzi spiega con chiarezza struttura e funzione antidemocratica del Partito Democratico:
    L’autarchico Italicum

  • agbiuso

    Aprile 22, 2015

    Leggendo la meravigliosa stroncatura che Emiliano Morreale dedica al patetico veltroniano si capisce meglio perché la vicenda sia finita così. Un partito che ha avuto come segretario anche questo tizio non poteva che produrre l’attuale feccia.
    Veltroni, il midcult, i bambini.

  • agbiuso

    Aprile 22, 2015

    “Ettore Rosato […] un cin­quan­tenne ragio­niere, ban­ca­rio, assi­cu­ra­tore, con­si­gliere dc, con­si­gliere Mar­ghe­rita, par­la­mente­tare” ha buttato fuori un ex segretario del PD e due ex presidenti del partito. (Norma Rangeri, il manifesto, 22.4.2015)
    Giusto contrappasso. Bravo Renzi! Senza pietà contro questi fessi, complici della rovina loro e del loro partito.

  • Biuso

    Aprile 21, 2015

    Fuori Bersani, fuori Civati, fuori Cuperlo, fuori Bindi.
    Non più festa dell’Unità ma festa dell’Uno: Renzi.

  • agbiuso

    Aprile 14, 2015

    Se il tesoretto è solo un’arma di distrazione di massa

    Lo dice il Movimento 5 Stelle? No, Il Sole 24 Ore.
    Renzi è uno che appena apre bocca dice una bugia. Peggio del suo maestro Berlusconi.

  • agbiuso

    Aprile 7, 2015

    L’Europa condanna l’Italia per le violenze della polizia al G8 di Genova nel 2001. Ed esorta a introdurre il reato di tortura.
    Ma in questo caso il governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra non afferma che «ce lo chiede l’Europa».

  • diegod56

    Aprile 5, 2015

    Sia chiaro: io amo esser contraddetto, mi esorta al ragionamento.

    D’accordo, io sono complice, caro Alberto, ma la mia analisi dei fatti è quella lì. Le analisi del Manifesto sono eleganti ma sembrano scritte in pieni anni ’70; molto più acuto Grillo che, ogni tanto, con istintivo fiuto genovese, nell’analisi del corpo sociale coglie nel segno.

    Grazie di cuore per la sincerità e lo spazio concessomi.

  • agbiuso

    Aprile 5, 2015

    E quindi si insiste, si mostra apprezzamento, si obbedisce, si sostengono con convinzione le strutture -come l’attuale Partito Democratico- che contribuiscono in modo determinante a impoverire chi è in difficoltà e a difendere i privilegiati?
    No, caro Diego, la tua analisi mi sembra venata di una assurdità beckettiana.
    Se così fosse, bisognerebbe correggere: “quelli del manifesto sono illusi, credono ancor all’esistenza di persone con il cervello in testa; errore: non esistono più, la partita è persa”.

    ‘La partita è persa’ è un’affermazione che fa estremamente comodo a chi cerca di opprimere. Non soltanto in questo caso ma sempre. Non indulgere agli alibi, amico mio.
    Pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. In caso contrario, si è complici.
    La stessa cosa, immagino, pensavano tanti in Germania nel 1933.
    Per me invece la partita è sempre aperta. Questo, alla fine, è la libertà. E comincia, intanto, a uscire dal Partito Democratico. Dopo che lo avrai fatto, le tue parole avranno un altro peso. Non prima.

  • diegod56

    Aprile 5, 2015

    Caro Alberto, scriverò senza peli sulla tastiera, se vuoi emendare fallo senza pensare che io me la prenda, ma ti prego, leggi la mia analisi, che è vera e davvero sofferta

    a me pare superficiale l’analisi di Burgio; io conosco il PD perchè ne faccio parte, seppur appartenendo alla frangia più «di sinistra» ed essendo conosciuto per essere personalmente uno poco malleabile

    allora: non è vero che l’elettorato, o almeno buona parte dell’elettorato che aderisce al pd non s’avvede dello spostamento a destra; la verità è che lo spostamento a destra è nel corpo sociale stesso, cioè si vota PD non perchè non ci si accorge che Renzi è di destra, ma proprio per quello

    il corpo sociale si è spostato a destra perchè identifica la sinistra con qualcosa di sbagliato, con qualcosa da superare; è un inganno, ma è un inganno riuscito: le persone credono che la sinistra sia una cosa salottiera che difende i garantiti, che difende chi la pensione l’ha presa, che difende il posto sicuro dei padri e non s’avvede del futuro disperato dei figli

    guardiamo alla fiat: la cgil fra i nuovi operai non esiste

    è un inganno, ma è riuscito: la colpa della povertà di molti non è attribuita, come dovrebbe essere, alla finanza, alla redistribuzione sempre più pessima, allo smantellamento di un modello sociale che bene o male funzionava, ma è attribuita ai «privilegi» dei dipendenti statali (guardate la campagna denigratoria, il linciaggio verso gli insegnanti)

    la destra ha vinto, ha vinto la battaglia dell’egemonia culturale, quelli del manifesto sono illusi, credono ancor all’esistenza di un popolo di sinistra; errore: non esiste più, la partita è persa, Renzi non è la causa ma la conseguenza

  • Biuso

    Aprile 5, 2015

    Renzismo, una destra en travesti
    di Alberto Burgio, il manifesto, 5.4.2015

    La discus­sione su quanto sta acca­dendo nel Pd ha rag­giunto da ultimo vette di ine­gua­glia­bile futi­lità. Ora si discute, in quel par­tito e intorno a quel par­tito, sulla misura del legit­timo dis­senso. Niente di meno. Tutto pur di evi­tare di guar­dare in fac­cia la realtà e le pro­prie smi­su­rate respon­sa­bi­lità. Cer­chiamo di fare almeno noi uno sforzo di serietà e di ragio­nare poli­ti­ca­mente su que­sta par­tita che tutto è meno che una discus­sione interna a un gruppo diri­gente. Per­ché c’è di mezzo, lo si voglia o meno, una buona fetta del destino di noi tutti e di que­sto paese.

    Un buon modo per comin­ciare è chie­dersi che cosa sia il ren­zi­smo. Che si può ormai defi­nire, in modo sin­te­tico e pre­ciso, un feno­meno di destra masche­rato da vaghe sem­bianze di centro-sinistra. È inu­tile attar­darsi in esempi, anche se è bene non dimen­ti­care che una delle ragioni del disa­stro ita­liano (e non la minore delle respon­sa­bi­lità di chi ha diretto la muta­zione gene­tica del Pci prima, del Pds e dei Ds poi) risiede nel fatto che gran parte dell’elettorato pro­gres­si­sta non è in grado di com­pren­dere. Per cui rimane sotto ipnosi e vota per il Pd indi­pen­den­te­mente da ciò che esso è diven­tato e fa, nell’astratta con­vin­zione di com­piere una scelta «di sinistra».

    Ma da quando il ren­zi­smo è un feno­meno di destra tra­ve­stito? Meglio: da quando lo è in modo evi­dente, almeno agli occhi di chi è in grado di deci­frare la poli­tica? Ammet­tiamo che la pre­i­sto­ria fio­ren­tina del pre­si­dente del Con­si­glio non fosse uni­voca sotto que­sto punto di vista.

    Con­ce­diamo che le parole d’ordine della rot­ta­ma­zione e il brac­cio di ferro per le pri­ma­rie aperte potes­sero ingan­nare gli inge­nui (o gli sprov­ve­duti). Fin­giamo quindi che si dovesse stare per qual­che tempo a vedere che cosa com­bi­nava il nuovo governo dopo l’occupazione manu mili­tari di palazzo Chigi. Resta che la maschera Renzi se l’è tolta cla­mo­ro­sa­mente già l’estate scorsa, nel primo scon­tro duris­simo su una «riforma» costi­tu­zio­nale dichia­ra­ta­mente volta ad accen­trare nelle mani del governo il potere legi­sla­tivo e a tra­sfor­mare il par­la­mento della Repub­blica in una rie­di­zione della Camera dei Fasci e delle Cor­po­ra­zioni.
    È tra­scorso poco meno di un anno e mol­tis­sima acqua è pas­sata sotto i ponti.

    Acqua inqui­nata e inqui­nante che ha inve­stito, tra­vol­gen­doli, diritti e con­di­zioni mate­riali di vita e di lavoro (o di non lavoro) di milioni di per­sone. Acqua limac­ciosa e putrida che si chiama jobs act e ita­li­cum; tagli lineari al wel­fare e ancora soldi pub­blici alle scuole pri­vate; acqui­sto di decine di cac­cia­bom­bar­dieri e aumento della pres­sione fiscale sul lavoro dipen­dente ed ete­ro­di­retto; la bufala popu­li­sta degli 80 euro e l’urto fron­tale con i sin­da­cati; la can­cel­la­zione del Senato elet­tivo e decine di voti di fidu­cia e di decreti-legge; dele­ghe legi­sla­tive in bianco e con­ti­nue vio­la­zioni dei rego­la­menti par­la­men­tari; patto del Naza­reno e inde­co­rose tre­sche con Mar­chionne e Con­fin­du­stria. E ancora migliaia di tweet di autoin­cen­sa­mento com­pul­sivo, da fare invi­dia al dit­ta­tore dello Stato libero di Bana­nas.
    Bene: che cosa ha fatto la fronda interna del Pd in que­sto non breve arco di tempo?

    Quali risul­tati ha por­tato a casa nel suo infi­nito psi­co­dramma (esco non esco, scindo non scindo, voto non voto, mi dimetto no resto, mugu­gno ma mi alli­neo)? Di que­sto biso­gne­rebbe par­lare final­mente, senza tante chiac­chiere sui mas­simi sistemi. E forse si evita con cura di farlo per­ché il bilan­cio è sem­pli­ce­mente disa­stroso. Non solo per­ché Renzi ha potuto sin qui fare e disfare a pro­prio pia­ci­mento, nono­stante non avesse (e a rigore non abbia ancora) i numeri, almeno in Senato.

    Non solo per­ché si è fatto in modo che la con­fu­sione aumen­tasse a dismi­sura nel paese, e con essa il disgu­sto per la poli­tica poli­ti­cante.
    Non solo per­ché si è ali­men­tata la ver­go­gna del tra­sfor­mi­smo par­la­men­tare, rega­lando ogni mese nuove truppe mer­ce­na­rie al padrone trion­fante, secondo le migliori tra­di­zioni del paese.

    Ma anche, soprat­tutto, per­ché, con uno stil­li­ci­dio di penul­ti­ma­tum e di vol­ta­fac­cia e di finte trat­ta­tive e ancor più finte con­ces­sioni strap­pate al domi­nus, si è impe­dito al popolo della sini­stra di orien­tarsi in una bat­ta­glia per la difesa della Costi­tu­zione e per un minimo di giu­sti­zia sociale che è ormai la più dram­ma­tica emer­genza all’ordine del giorno.

    Ora, si dice, qual­cosa sta cam­biando. Per­sino il teo­rico della ditta – sino a ieri l’alleato più zelante del pre­mier – non si fida più (ma lo dice già da un mese) e fa la fac­cia truce. O l’italicum cam­bia o saranno sfra­celli. Pec­cato che le cose dav­vero inac­cet­ta­bili – il divieto di appa­ren­ta­mento e il pre­mio stra­to­sfe­rico al par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva – nes­suno le metta sul serio di discus­sione. Che si con­ti­nui a invo­care «un segno di atten­zione» per poter con­ti­nuare la man­frina. E che si fugga come la peste, invece, qual­siasi ini­zia­tiva uni­ta­ria volta a man­dare a casa un governo che è un serio peri­colo per la democrazia.

    Per­ché di que­sto si tratta e chi si ostina a negarlo non rap­pre­senta un pro­blema né per Renzi né per la sua impresa. I sedi­centi oppo­si­tori con­ti­nuano a frain­ten­dere la que­stione pen­sando che lo scon­tro riguardi il loro par­tito, se non la loro fazione. No. La verità è che siamo al gran finale di una sto­ria più che ven­ten­nale di liqui­da­zione della sini­stra italiana.

    Il gene­roso ten­ta­tivo della Fiom di unire le forze sociali col­pite dalla crisi e dalle poli­ti­che padro­nali del governo ne è a ben vedere la con­ferma più netta per­ché dimo­stra in modo fla­grante che nulla di buono si muove nei paraggi della poli­tica e che il sin­da­cato – la sua com­po­nente più avan­zata – è al momento l’unica risorsa dispo­ni­bile per una rinascita.

    Ma que­sta situa­zione deve cam­biare per­ché non ci sarà coa­li­zione sociale che tenga fin­ché il mondo del lavoro resterà senza una rap­pre­sen­tanza poli­tica. E già si è perso troppo tempo. Que­sta è la verità obiet­tiva sot­tesa allo (e nasco­sta dallo) psi­co­dramma del Pd. Prima si avrà l’onestà di rico­no­scerlo e meglio sarà.

  • agbiuso

    Marzo 28, 2015

    Televideo, 28/03/2015 12:16
    Fico:”Renzi occupa Rai definitivamente”

    Quella del presidente del Consiglio, Renzi “è una proposta che occupa definitivamente la Rai. Tutto quello che fino ad ora ha detto sul volerla liberare dai partiti e dall’influenza dei politici,con questo ddl si infrange definitivamente”. Così il presidente della Commissione Vigilanza sulla Rai, Fico. “Due membri del Cda sono di nomina governativa,tra cui l’Ad che ha pieni poteri. Altri 2 vengono eletti dalla Camera con un sistema di voto a una preferenza. Lo stesso avverrà al Senato con altri 2. La Rai sarà occupata da Renzi”.

  • agbiuso

    Marzo 25, 2015

    La Buona Scuola di Renzi vuole produrre consumatori in erba e lavoratori schiavizzati. La bozza del Disegno di Legge prevede nelle scuole dei nostri figli le sponsorizzazioni ed erogazioni liberali dei privati perchè lo stato nuon vuole più investire nel futuro del Paese.

    Pensate alla scuola di vostro figlio invasa dalle pubblicità di McDonald’s o all’azienda di inceneritori che vorrà dare un proprio contributo alla scuola in cambio di percorsi ambientali che valorizzi il modello discarica ed inceneritori. Una scuola al servizio del mercato, delle multinazionale. Una scuola di serie A che riceve fondi e una scuola di serie B che non riceverà fondi privati. Le aree povere del paese avranno scuole maggiormente degradate. Questo è il futuro che immagina Renzi per il nostro Paese. Il M5S vuole una scuola che sia prima di tutto comunità e che formi cittadini critici
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    Luigi Gallo, M5S Commissione VII – Cultura Scienza e Istruzione

  • agbiuso

    Marzo 22, 2015

    Su indagati e corruzione Renzi parla come Berlusconi.
    Il Partito Democratico è la vera Forza Italia, è la Destra peggiore: quella degli affari e dei padrini, dalla Sicilia al TAV.

  • agbiuso

    Marzo 19, 2015

    Le leggi di spesa del NCD scritte da un delinquente. È questo il livello del governo del Partito Democratico – Nuovo Centrodestra. Un partito e un governo di banditi.

  • agbiuso

    Marzo 18, 2015

    Una prova dell’evidente natura corrotta, ciellina e di destra del governo Partito Democratico-Nuovo Centrodestra.

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    Lupi, si apre la caccia
    di Andrea Colombo, il manifesto 17.3.2015

    L’ordine di scu­de­ria è chiaro: la bomba Mau­ri­zio Lupi va disin­ne­scata prima che esploda. In con­creto prima che arri­vino in aula le mozioni di sfi­du­cia pre­sen­tate alla Camera da Movi­mento 5 Stelle e Sel (non dalla Lega, con moti­va­zione biz­zarra: sono già troppo occu­pati nel cer­care di cac­ciare Ange­lino Alfano) e prima che a qual­cuno venga in mente di ten­dere la stessa trap­pola al Senato, dove il tra­bal­lante mini­stro rife­rirà sullo scan­dalo della Tav di Firenze nei pros­simi giorni. C’è un solo modo per disin­ne­scare la mina: con­vin­cere il riot­toso a pre­sen­tare le pro­prie dimis­sioni. Pec­cato che lui, al momento, non ne voglia sen­tir parlare.

    Renzi ci ha pro­vato per tutto il giorno. Ha par­lato con Alfano, più volte con lo stesso Lupi, è pos­si­bile che i due, con la dovuta discre­zione, si siano anche visti di per­sona. Ma la moral sua­sion del pre­mier non ha per­suaso il mini­stro delle infra­strut­ture a togliere il disturbo: «Non sono inda­gato. Per­ché dovrei dimet­termi?». Deci­sione raf­for­zata in Lupi dalla con­vin­zione, forse giu­sta e forse no, che il suo sacri­fi­cio si renda neces­sa­rio anche per­ché il caso della Tav fio­ren­tina, per motivi sin troppo ovvi, è per Mat­teo Renzi par­ti­co­lar­mente sen­si­bile e pre­oc­cu­pante. Non che Lupi abbia torto, ma l’opportunità poli­tica dice tutt’altra cosa. Spe­cial­mente nel caso di un mini­stro il cui dica­stero è costel­lato da scan­dali sem­pre più enormi, con qual­che regalo di troppo inviato in fami­glia. Ancor più spe­cial­mente in un governo pre­sie­duto da chi a suo tempo, quando sulla gra­ti­cola c’era la mini­stra Can­cel­lieri, si era schie­rato a voce altis­sima per le dimissioni.

    Renzi ci prova. Forse qual­che minimo spi­ra­glio lo schiude, ma a sera la deter­mi­na­zione del resi­stente è ancora salda. Non si dimet­terà, fanno sapere fonti del mini­stero delle Infra­strut­ture rispon­dendo indi­ret­ta­mente al sot­to­se­gre­ta­rio alla pre­si­denza Gra­ziano Del­rio secondo cui, spon­ta­nea­mente e per pura gene­ro­sità, Lupi sta­rebbe valu­tando l’addio. «Non c’è nes­sun obbligo da parte del mini­stro», esor­di­sce. Ci sono però «le valu­ta­zioni poli­ti­che» in merito alle quali «a oggi nes­suno di noi può assu­mere, senza con­tezza delle carte, deci­sioni». Potrebbe farlo Mau­ri­zio Lupi, que­sto sì, per­ché «il sin­golo lo può fare a pre­scin­dere. Credo che una valu­ta­zione da parte sua sia in corso».

    A smen­tire tanto otti­mi­smo ci pen­sano le già citate fonti ano­nime e infor­mali del mini­stero. In realtà, però, le parole di Del­rio vanno lette con atten­zione. Sve­lano, sia pure in forma ellit­tica, quale sia la ten­ta­zione che si sta affac­ciando a palazzo Chigi: al momento Renzi intende fare il pos­si­bile e anche di più per spin­gere Lupi a un gesto spon­ta­neo. Ma se dovesse fal­lire non esclude una uscita pub­blica che ren­de­rebbe la posi­zione del mini­stro quasi inso­ste­ni­bile: un pro­nun­cia­mento a favore delle dimis­sioni, sia pur solo per motivi di oppor­tu­nità politica.

    E’ il mas­simo che il capo del governo possa fare. Il pre­si­dente del con­si­glio non ha il potere di far dimet­tere un mini­stro, tanto che almeno in un caso, quello di Filippo Man­cuso, mini­stro della Giu­sti­zia nel governo Dini, nes­suna pres­sione, inclusa quella estrema dell’invito uffi­ciale da parte del pre­mier, fu suf­fi­ciente: si dovette ricor­rere alla mozione di sfi­du­cia indi­vi­duale. Pro­prio quel che Renzi vuole evi­tare, per­ché quella mozione ver­rebbe pro­ba­bil­mente votata da una parte del Pd e boc­ciata invece da Forza Ita­lia. Il danno d’immagine per il governo è già letale. Un soste­gno simile al mini­stro di rife­ri­mento di Comu­nione e Libe­ra­zione lo ren­de­rebbe esi­ziale. Per que­sto la situa­zione deve essere sbloc­cata, in un modo o nell’altro, prima che a deci­dere sia l’aula. Certo, tutto sarebbe molto più facile se Renzi potesse con­tare sul pieno appog­gio di Ange­lino Alfano, ma il mini­stro degli Interni e lea­der di Ncd, almeno per ora, non se la sente di entrare in con­flitto con l’uomo che garan­ti­sce una delle poche sac­che di voti a dispo­si­zione del suo par­tito, quella appunto di Cl.

    Nono­stante i piedi pun­tati, però, che Lupi rie­sca dav­vero a man­te­nere il suo potente mini­stero pare molto impro­ba­bile. Il pro­blema però non è rap­pre­sen­tato solo da lui, e nep­pure dal gruppo che si era anni­dato nel mini­stero da cui dipen­dono tutti i lavori pub­blici. «Lupi deve dimet­tersi — afferma la pre­si­dente dei sena­tori di Sel Lore­dana De Petris — ma il pro­blema della cor­ru­zione non si risol­verà senza can­cel­lare la Legge Obiet­tivo del 2001 che è il vero ele­mento cri­mi­no­geno. Del resto, Incalza al mini­stero chi ce l’ha por­tato se non il padre di quella legge, l’allora mini­stro Lunardi?».

  • agbiuso

    Marzo 18, 2015

    il Manifesto sulla profonda e pericolosa incompetenza di Renzi e del suo governo: Chi decide per il decisionista, di Michele Prospero (18.3.2015)

  • agbiuso

    Marzo 16, 2015

    Favori, soldi e Rolex per i ministri. Quello del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra è proprio un governo di cialtroni.

  • agbiuso

    Marzo 1, 2015

    Il renzismo a Palermo. Un partito -quello Democratico- ormai compiutamente mafioso: Vieni avanti, Leopolda!

    Fonte: Roberto Puglisi, Live Sicilia, 1.3.2015

  • agbiuso

    Febbraio 28, 2015

    Questa è l’Italia del governo del Partito Democratico-Nuovo Centrodestra, l’Italia dei cafoni di sempre, peggiorata.

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    La retorica della Buona Scuola

    Qualche giorno fa è uscita sul Corriere, ed è stata un po’ ripresa dappertutto, una lettera al presidente del Consiglio Renzi di un padre di una ragazzina della JuniOrchestra di Roma. Raccontava che dopo un concerto alla presentazione del programma della Buona Scuola,
    «mia figlia è tornata a casa in lacrime umiliata e mortificata dalla totale assenza di attenzione da parte del pubblico durante la loro esecuzione successiva al suo intervento. Mentre i ragazzi erano impegnati nella difficile esecuzione di musiche di Beethoven e di Tchaikovsky il pubblico in sala era principalmente impegnato a prodigare saluti, non solo parlando a voce alta, ma camminando e urtando i ragazzi, rendendo di fatto impossibile l’esecuzione stessa».
    Il video in effetti è abbastanza eloquente. Dei ragazzini che suonano non gliene frega niente a nessuno.

    Siccome la lettera un po’ di sdegno – anche quello da automatismo da web – l’ha generato, non Renzi ma Simona Flavia Malpezzi, deputata Pd che si occupa di scuola, si è sentita in dovere (mi sembra sia stata l’unica politica) di rispondere con una lettera lunga e articolata:
    «Per questo mi scuso a nome mio e anche dei miei colleghi; per aver dimostrato poca sensibilità rispetto a un lavoro meraviglioso che la tua e altri figli svolgono ogni giorno con impegno e passione. Purtroppo, dopo aver seguito con grande partecipazione i primi quattro brani eseguiti meravigliosamente molti non hanno capito che, al termine dell’iniziativa, ve ne sarebbe stato un altro, l’ultimo. Ma questa non vuole essere una giustificazione, come potrai vedere se avrai la pazienza di continuare a leggere».
    In realtà nel resto della lettera, Malpezzi si prodiga in un lungo (auto)elogio a tutto quello che il suo governo pensa di fare per l’educazione musicale. Dice che è stato imperdonabile il comportamento di domenica scorsa, dice di non autogiustificarsi, ma poi di fatto si perdona, ma poi di fatto si giustifica, e anzi rilancia:
    «Stiamo cercando di costruire un nuovo modello di scuola nel tentativo di estendere al più alto numero possibile di ragazzi l’opportunità di beneficiare di nuovi processi di acculturazione che valorizzino le loro doti e offrano loro un ventaglio di prospettive nuove, rendendo la nostra società un luogo migliore che sappia finalmente sprigionare tutte le sue energie positive».
    Non è avvincente raccogliere le pietre da scagliare appena troviamo qualcuno che fa una gaffe, e forse è anche vero che il concerto andava organizzato meglio, che molti non avevano capito che era finito… Ma non è questo il punto. E anzi, l’episodio non sarebbe interessante se non mettesse in luce un paio di costanti del rapporto tra adulti e ragazzi oggi.
    Capita a molti adulti, anche a quelli che hanno una funzione di educatori (genitori, insegnanti) ogni tanto di non svolgere bene il proprio il ruolo. Mi metto nel mucchio: capita (anche a me) di avere comportamenti che stigmatizziamo nei ragazzi. Arrivare in ritardo, stare al cellulare a un concerto di musica classica o al cinema, parlare a voce alta dove non si dovrebbe, distrarsi nelle occasioni dove servirebbe attenzione, non rispettare regole importanti, essere maleducati.
    Quando ci comportiamo così, i ragazzi non transigono: perdiamo credibilità, autorevolezza, etc… È inutile oltre che ipocrita giustificarsi o glissare. Abbiamo sbagliato; e chiunque lo sa, che si educa poco con le parole e molto con l’esempio.
    Per questo capisco la buona fede di Simona Malpezzi, ma la pezza che prova a imbastire la trovo peggiore del buco.
    Quando ci comportiamo male e un ragazzino lo nota, noi dobbiamo un po’ vergognarci, chiedergli scusa e stop. Non aggiungere un ma. Non aggiungere un ma invece io farò per te delle cose inimmaginabili che ti educheranno perché l’educazione è importante. Non scandire certo quanto è importante l’ascolto mentre noi non abbiamo fino a quel momento ascoltato nessuno.
    Non si tratta nemmeno di una questione di onestà intellettuale. È ancora una volta educare all’esempio. Si sbaglia, si accettano le correzioni, si chiede scusa, ci si prova a migliorare, senza proclami. Se siamo sinceri, il ragazzino in questione se ne accorgerà, e riotterremo fiducia e autorevolezza, persino affetto. Se saper chiedere scusa è una cosa rara nella società dell’autoindulgenza, saper insegnare – con l’esempio – a chiedere scusa sarebbe veramente un superpotere.
    C’è però un’ulteriore impressione che non si può non ricavare a pelle vedendo il video, in cui adulti cafoni non soltanto non ascoltano la musica ma si accorgono nemmeno della presenza fisica dei ragazzini. Al minuto 4 e dieci si scorge Matteo Renzi che si fa un paio di selfie nella calca indifferente al contesto. I piccoli musicisti non vengono trattati nemmeno come una radio (come ammette Malpezzi), ma come una radio di propaganda.
    Se la figlia del papà del Corriere era in lacrime e umiliata dopo l’esibizione, altri ragazzini si possono essere molto incazzati, e proprio perché il renzismo si è nutrito e continua a nutrirsi molto di una retorica della rottamazione e del rinnovamento, etc… Ora, se questo spirito iconoclasta molto spesso sembra risolversi semplicemente in giovanilismo protervo, in assenza di cultura istituzionale, insomma in una posa, non è la condiscendenza dei matusa che lo troverà fasullo, ma quella delle nuove generazioni, che – come sempre avviene – non fanno sconti.

  • agbiuso

    Febbraio 23, 2015

    L’avvocato Dario Sammartino mi segnala un acuto commento alla recente sentenza (‘stranamente’ non ripresa dalla stampa) che ha assolto Matteo Renzi dall’accusa di aver dilapidato pubblici danari quando, come sindaco di Firenze, assunse persone a funzioni che necessitavano di laurea mentre coloro laurea non avevano.

    Il testo si intitola Un Presidente del Consiglio “non addetto ai lavori”, l’autore è Giovanni Virga, la rivista LexItalia.it. Rivista internet di diritto pubblico.

    La conclusione è la seguente:
    “Insomma, sembra di capire dalla sentenza che il povero Renzi, in perfetta buona fede, sarebbe stato “raggirato” dal suo entourage amministrativo. Già questa sembra una notizia: per quanto è dato di sapere, questa sarebbe la prima “presa in giro” che Renzi avrebbe subito nella sua vita, lui che viene spesso accusato (chiedere notizie al riguardo ad Enrico Letta, a Berlusconi nonchè, in ultimo, a Verdini, che non sembra affatto un sempliciotto) di rifilare “sole” agli altri.

    Si apprende inoltre, tramite la sentenza, che l’attuale Presidente del Consiglio, pur essendo, come risulta da Wikipedia, in possesso di una laurea in giurisprudenza, è un “non addetto ai lavori” che si fida ciecamente degli apparati burocratici (che quindi sono stati giustamente condannati in primo grado) e che non è in grado nemmeno di rilevare che al personale privo di laurea da lui assunto in via fiduciaria non può essere corrisposto il trattamento economico previsto per i laureati.

    Sulla base di queste motivazioni, il Collegio ha ritenuto dunque di poter escludere la sussistenza della responsabilità amministrativa in capo al Pres. Matteo Renzi per insussistenza dell’elemento psicologico, ritenendo assorbita in tale valutazione ogni altra eccezione e contestazione contenuta nell’atto di appello. Pertanto, il Collegio stesso, in riforma delle pronunce impugnate, ha dichiarato assolto Matteo Renzi dagli addebiti contestatigli.

    Alla luce delle motivazioni della sentenza si comprende meglio la portata del principio di separazione tra politica ed amministrazione. Questo principio serve anche a mandare assolti nei giudizi di responsabilità i politici di vertice i quali, essendo “non addetti ai lavori” (e cioè non facendo parte dell’apparato burocratico che tende talvolta tranelli ed imboscate agli ingenui politici), non possono essere ritenuti responsabili degli atti da loro adottati. E ciò anche se in calce ad essi è stata apposta la loro firma, alla quale a questo punto andrebbe aggiunto, al posto del tradizionale acronimo “n.q.” (nella qualità), il nuovo acronimo “n.a.a.l.” (non addetto ai lavori); così, a scanso di equivoci e per tenere alla larga quella gran rompiscatole della Procura della Corte dei conti”.

  • agbiuso

    Febbraio 22, 2015

    Il titolo dell’editoriale odierno del manifesto mi sembra davvero descrittivo di ciò che sta avvenendo.
    Che tutto questo sia stato pensato, voluto e realizzato anche dagli eredi del Partito Comunista Italiano condanna la sua storia al tradimento. E nella storia non c’è di peggio.

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    Un premier che marcia spedito verso l’800
    di Michele Prospero, il manifesto 21.2.2015

    È evi­dente che, con i decreti attua­tivi della fami­ge­rata carta di espro­pria­zione dei diritti deno­mi­nato Jobs Act, la Costi­tu­zione non è più la stessa. La prima parte, quella dei valori fon­da­men­tali, anche se non ancora toc­cata in modo espli­cito, è inde­bo­lita dalla legi­sla­zione più recente, vera pistola pun­tata con­tro il resi­duale diritto del lavoro. Frutto della seconda costi­tu­zio­na­liz­za­zione, lo Sta­tuto del 1970 era il com­pen­dio di una con­giun­tura sto­rica irri­pe­ti­bile che pre­sen­tava con­di­zioni poli­ti­che più favo­re­voli al mondo del lavoro. L’articolo 18 era in fondo il sim­bolo della rela­tiva potenza accu­mu­lata dal lavoro, rispetto al domi­nio asso­luto del capi­tale, e la dimo­stra­zione dei frutti posi­tivi sca­tu­riti dalla con­giun­zione di con­flitto sociale e grande mano­vra politica.

    Ad essere col­pito dalla furia restau­ra­trice del governo Renzi è anzi­tutto il potere del lavoro e di con­se­guenza i diritti dei sin­goli dipen­denti si spen­gono come degli astratti postu­lati morali. Il segno di classe della riforma strut­tu­rale varata dal governo l’ha colto bene l’Ocse che, in uno sper­ti­cato elo­gio delle misure ren­ziane, le ha san­ti­fi­cate come l’eden resu­sci­tato della bella volontà di potenza dell’impresa. Nel docu­mento l’Ocse spiega le ragioni del suo inna­mo­ra­mento totale: «accre­scendo la pre­ve­di­bi­lità la norma riduce i costi reali dei licen­zia­menti, anche quando sono giu­di­cati ille­git­timi dai tri­bu­nali e inco­rag­gia le imprese». Sono felici sol­tanto per­ché il governo ha reso meno costosa la facoltà licenziare.

    Quest’assalto nor­ma­tivo alla civiltà del lavoro, con la ridu­zione del costo del licen­zia­mento, secondo l’Ocse, è una divina bene­di­zione che accre­scerà la pro­dut­ti­vità per­ché, eli­mi­nando del tutto la pos­si­bi­lità del rein­te­gro per l’esclusione dall’impiego per motivi ille­git­timi, e ridu­cendo anche l’importo dell’indennizzo dovuto a chi viene get­tato sul lastrico, il Jobs Act sol­le­cita il risve­glio imme­diato degli spi­riti ani­mali del capi­ta­li­smo. Senza la sbri­ga­tiva libertà di licen­ziare, il capi­tale non rie­sce più a inve­stire, a inno­vare, a com­pe­tere. E quindi, il piano della nichi­li­stica espro­pria­zione del lavoro, con­ti­nua ad essere per­se­guito come la variante più allet­tante per rilan­ciare l’accumulazione in un paese che si accasa defi­ni­ti­va­mente nelle peri­fe­rie del capi­ta­li­smo glo­bale e che per il suo de te fabula nar­ra­tur guarda ormai all’Albania.

    La filo­so­fia del ren­zi­smo si com­pie nel segno di una inte­grale deco­sti­tu­zio­na­liz­za­zione del lavoro. E la sua genuina essenza ideo­lo­gica è con­te­nuta nella cele­bre for­mula sulla libertà dell’imprenditore di licen­ziare come segno di una grande inno­va­zione desti­nata a fare epoca. La nuova legi­sla­zione, in effetti, è il cuore delle stra­volte riforme post-moderne, quelle capo­volte costru­zioni giu­ri­di­che che sop­pri­mono tutele e pic­cole libertà dal biso­gno e asse­gnano pro­prio al sog­getto già eco­no­mi­ca­mente più forte il diritto di schiac­ciare il con­traente più debole della rela­zione lavorativa.

    Le con­di­zioni sociali della moder­nità sono basate gene­ti­ca­mente sul dif­fe­ren­ziale di potere tra capi­tale e lavoro. E il diritto del lavoro, nato dallo scon­tro poli­tico della società di massa, cer­cava di cor­reg­gere con gli inter­venti della legi­sla­zione gli squi­li­bri sociali più macro­sco­pici con­fe­rendo poteri cor­ret­tivi al lavoro come potenza sociale col­let­tiva. Ora il diritto muta di segno. E’ costruito il diritto del più forte, cioè è scol­pito anche sulla norma il potere legale san­zio­na­to­rio del capi­tale sul lavoro. Quando all’impresa si con­cede il diritto di licen­ziare il dipen­dente anche per un solo giorno ingiu­sti­fi­cato di assenza, le si con­se­gna un’arma di coer­ci­zione spro­por­zio­nata rispetto all’entità dell’illecito. E’ la pura forza dell’avere che suc­chia l’essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata.

    Ad domi­nio del capi­tale, scritto già a chiare let­tere nelle ogget­tive leggi dell’economia e con­fer­mato nelle ano­nime rego­la­rità impo­ste dalla divi­sione sociale del lavoro, si aggiunge anche la norma di stampo clas­si­sta che anni­chi­li­sce la rela­tiva auto­no­mia con­qui­stata nel Nove­cento dalla legi­sla­zione pub­blica nel cor­reg­gere le asim­me­trie del rap­porto sociale con norme det­tate dal senso civile e morale di un’epoca demo­cra­tica. Il giu­dice deve ammai­nare gli stru­menti roman­tici con i quali inse­guiva il mirag­gio della costi­tu­zio­na­liz­za­zione dei rap­porti di lavoro. Seb­bene con stru­menti coer­ci­tivi sca­ri­chi, per­ché privi di san­zione effet­tiva verso l’impresa ina­dem­piente, il giu­dice del lavoro aveva intro­dotto la legge e il con­tratto a più stretto col­le­ga­mento con l’essere del lavo­ra­tore. La bocca del giu­dice, nell’accertare la ade­guata pro­por­zione tra fatto e san­zione, ora si chiude dinanzi alla sover­chiante potenza dell’avere, del capi­tale, che fa ciò che crede della forza lavoro, con il modico prezzo di una indennità.

    Si dise­gna una indi­vi­dua­liz­za­zione cre­scente delle rela­zioni eco­no­mi­che impo­nendo un secco rap­porto a due, da una parte sta il potere d’impresa che regna incon­tra­stato e dall’altra il lavoro, sog­getto ancor più pre­ca­rio appeso alla deci­sione d’azienda sui tempi, sui costi delle ristrut­tu­ra­zioni, sull’opportunità di un demen­sio­na­mento di ruolo nel posto di lavoro. Lo scam­bio inde­cente tra un (solo) nomi­na­tivo con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato e un effet­tivo potere di licen­ziare senza giu­sta causa cam­bia in pro­fon­dità i rap­porti di forza den­tro i luo­ghi di lavoro. Il sin­da­cato è invi­tato a uscire dalla fab­brica o dall’ufficio, non essendo più rile­vante il potere delle orga­niz­za­zioni nel trat­tare le con­di­zioni delle ristrut­tu­ra­zioni, degli esu­beri, dei tempi, delle mobi­lità, dei licen­zia­menti col­let­tivi.
    Lo spie­gava bene Spi­noza: quando un sog­getto cede un potere, non ha più le chiavi per riven­di­care i suoi diritti. Non esi­stono infatti diritti frui­bili senza una potenza col­let­tiva che li sor­regge. E l’attacco del governo è, con qual­che per­versa siste­ma­ti­cità, indi­riz­zato con­tro le con­di­zioni (sociali e sin­da­cali) della potenza del lavoro. Strat­to­nato dalle stra­te­gie d’impresa che lo ren­de­vano una varia­bile sem­pre più pre­ca­ria, il lavoro viene ora reso liquido anche dalla norma giu­ri­dica. Il pub­blico si ada­gia alle esi­genze fun­zio­nali dell’impresa pri­vata e costrui­sce un diritto con moduli, tempi, risar­ci­menti mone­tari richie­sti dal capi­tale. Con il suo turbo governo Renzi pro­cede a passi di gam­bero verso l’Ottocento. Nella sua fab­brica entra solo il car­tello che intima alla mano­do­pera di per­dere ogni spe­ranza di riscatto e di non distur­bare il padrone che dà l’opportunità di lavoro, e quindi va santificato.

    Nel regime giu­ri­dico duale, cioè con la com­pe­ti­zione inne­stata dalla norma dise­guale che dif­fe­ren­zia tra vec­chi e nuovi assunti ser­ven­dosi di pro­fili discri­mi­na­tori, l’impresa spera di otte­nere mag­giori poten­ziali di ricatto sul lavoro diviso e sotto minac­cia in virtù di nuovi poteri dispo­si­tivi e san­zio­na­tori. Con il suo Pier delle Vigne, la coman­dante dei vigili urbani di Firenze nomi­nata sul campo capo dell’ufficio legi­sla­tivo di palazzo Chigi, Renzi ha dav­vero posto fine al costi­tu­zio­na­li­smo della repub­blica. Già sepolti i suoi sog­getti poli­tici (i par­titi ideo­lo­gici di massa), ora sono spenti anche i suoi sog­getti sociali, il lavoro come sovrano della costi­tu­zione eco­no­mica. E’ comin­ciata un’altra epoca nel segno della destra eco­no­mica, cioè con lo sfac­ciato potere dell’impresa, con la sua giu­ri­sdi­zione pri­vata spie­tata e senza con­tro­par­tite. Il lavoro è scon­fitto, ma non vinto.

  • agbiuso

    Febbraio 21, 2015

    La Destra governa l’Italia. Il suo capo si chiama Matteo Renzi.

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    Applausi dalla destra, fischi dalla sini­stra. Come suc­cede dall’inizio dell’era Renzi. Pro­prio in que­sti giorni, quando il governo festeg­gia il primo anni­ver­sa­rio del suo governo, la cilie­gina sulla torta arriva con il con­si­glio dei mini­stri che brinda alla can­cel­la­zione dell’articolo 18 e offre il dolce pre­fe­rito dagli impren­di­tori: il via libera ai licen­zia­menti collettivi.

    Del resto l’antipasto lo ave­vamo assag­giato con il decreto Poletti, un mini­stro così sen­si­bile al biso­gno di lavoro dei gio­vani da ridurli ad accet­tare esat­ta­mente le stesse con­di­zioni di pre­ca­rietà pre­ce­denti. E ora ecco il piatto forte con il Jobs act, il fune­rale dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori, il bat­te­simo della magna carta di quel che resta dell’impresa.

    Natu­ral­mente si dà in pasto alla pro­pa­ganda l’avvento del regno del Ben­godi per tutti i lavo­ra­tori. Il pre­si­dente del con­si­glio pro­mette («adesso mutui, ferie, diritti») e assi­cura che da domani, di fronte a un lavo­ra­tore senza diritti, gli impren­di­tori ritro­ve­ranno la voglia di assu­mere e le ban­che quella di aprire la cassaforte.

    Aver tolto dalle decine di con­tratti a tempo deter­mi­nato, due par­ti­co­lari fat­ti­spe­cie, viene pre­sen­tato come la sto­rica vit­to­ria sul pre­ca­riato. Pec­cato che con il con­tratto a tutele cre­scenti l’imprenditore ha esat­ta­mente la stessa libertà di assu­mere e licen­ziare. Come e quando vuole. Susanna Camusso, che con­tro il Jobs act ha chia­mato i lavo­ra­tori allo scio­pero gene­rale, ripete quel che ha sem­pre detto («è il via libera ai licen­zia­menti»), seguita da Cisl e Uil. La basto­nata sini­stra del Pd con Fas­sina fa notare che «il diritto del lavoro torna agli anni ’50». Con una dif­fe­renza: allora il paese si stava avviando verso il boom eco­no­mico, oggi siamo in recessione.

    Il segre­ta­rio del Pd ha “spia­nato” sin­da­cati e sini­stra interna per con­di­vi­dere la sua pas­sione rifor­ma­trice tra Ber­lu­sconi e Mar­chionne. Con il capo della destra ha pro­get­tato la nuova Costi­tu­zione del par­tito unico, con il mana­ger glo­bale ha ridotto a ser­vitù i lavo­ra­tori. Due part­ner per una felice biga­mia, bene­detta dalla Troika. Final­mente anche per Bru­xel­les una paren­tesi lieta, un governo che l’ascolta anzi­ché met­tersi di tra­verso come gli indi­sci­pli­nati greci. Final­mente un governo capace di met­tere in pra­tica la regola aurea da cui tutto il resto dipende (ren­dere il lavoro una merce docile e povera), con una svolta deter­mi­nante che tiene l’Italia sul bina­rio morto dell’austerità.
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    La ciliegina sulla torta
    di Norma Rangeri, il manifesto, 21.2.2015

  • agbiuso

    Febbraio 17, 2015

    Televideo
    17/02/2015 12:46

    Landini: “Renzi è peggio di Berlusconi”

    12.46 Per quello che sta facendo sul lavoro il premier Renzi, “ragazzo” che ha un versante “un po’ padronale e autoritario”, è peggio di Berlusconi. E’ il giudizio di Landini, leader della Fiom. “Il governo Berlusconi di fronte a manifestazioni e scioperi prese atto, si confrontò, discusse con i sindacati”. Ora c’è un “governo eletto da nessuno”.
    Renzi “sta usando una crisi del sistema politico italiano per far passare le proposte di Confindustria” e “va avanti”, dice Landini,”nonostante non abbia il consenso di lavoratori e giovani”.

  • agbiuso

    Febbraio 14, 2015

    Matteo Renzi mi fa venire in mente ciò che Tuco dice al suo aguzzino Wallace: «Quelli grossi come te mi piacciono, perché quando cadono fanno più rumore».

  • agbiuso

    Febbraio 14, 2015

    La palude renziana
    di Norma Rangeri
    il manifesto, 14.2.2015

    Alla scena rumo­rosa dei tumulti sui ban­chi di Mon­te­ci­to­rio da oggi se ne sosti­tuirà una silen­ziosa ma non per que­sto meno inde­co­rosa. Quella di un’aula par­la­men­tare mezza vuota, abban­do­nata dal varie­gato car­tello delle oppo­si­zioni. Dalla Lega a Fi, da Sel ai 5Stelle, tutti insieme per la scelta estrema di non essere né com­plici, né spet­ta­tori di una riforma che sfi­gura la Costi­tu­zione e inco­rona il pic­colo Cesare.

    But­tare giù la Carta della demo­cra­zia par­la­men­tare non è un pranzo di gala e che gli animi si accen­dano è il minimo. Suc­cede dai tempi di Cavour e Gari­baldi, anche se que­sta volta le botte non sono volate tra destra e sini­stra ma tra i depu­tati del Pd e di Sel. Tut­ta­via non si tratta più di una que­stione di buone maniere, dif­fi­cili da man­te­nere tanto più se l’assemblea si vede imporre tempi e modi della “con­tro­ri­forma” da un pre­si­dente del con­si­glio che si aggira di notte come un ladro per i cor­ri­doi di Mon­te­ci­to­rio a rac­cat­tare voti minac­ciando le ele­zioni anticipate.

    La scelta dell’Aventino è così solo l’ultimo atto di una brutta sto­ria di pre­va­ri­ca­zione, costante e con­ti­nua, di ogni regola e pro­ce­dura. Tra i tanti esempi dello stil novo ren­ziano baste­rebbe ricor­dare l’episodio della sosti­tu­zione dei sena­tori del Pd che in com­mis­sione non vota­vano come Renzi e Boschi comandavano.

    La deci­sione di lasciare che il governo Renzi-Alfano approvi in soli­tu­dine la nuova Costi­tu­zione pur­troppo fa parte di uno sce­na­rio tutt’altro che ine­dito. Il tri­ste spet­ta­colo fu messo in scena quando Ber­lu­sconi varò la sua riforma, oltre­tutto anche molto simile a quella in discus­sione oggi, e per for­tuna poi boc­ciata dal refe­ren­dum (come spe­riamo si ripeta que­sta volta).

    Oggi Renzi ne segue le orme inte­stan­do­sene una per­sino peg­giore (per esem­pio sulla com­po­si­zione del nuovo senato: allora dimi­nuiva il numero dei sena­tori ma l’elezione era di primo grado). E in ogni caso ispi­rata da un’idea della poli­tica (e del governo) che risponde alla stessa logica, alle mede­sime priorità.

    Se non si stesse gio­cando una par­tita così impor­tante per gli assetti demo­cra­tici saremmo di fronte a una pes­sima farsa, con i par­la­men­tari ber­lu­sco­niani che scen­dono dal carro del vin­ci­tore e sal­gono sulle bar­ri­cate dell’opposizione pro­met­tendo di far vedere a Renzi «i sorci verdi». La minac­cia, che arriva dal pit­to­re­sco capo­gruppo Bru­netta, più che spa­ven­tare gli avver­sari del Pd sem­bra piut­to­sto voler attu­tire le divi­sioni della pro­pria truppa.

    Del resto anche la bat­ta­glia delle oppo­si­zioni di sini­stra e dei 5Stelle, aldilà dell’impatto sim­bo­lico, rivela una evi­dente debo­lezza. Chi per bal­danza, chi per un malin­teso senso di respon­sa­bi­lità verso la “ditta” non è riu­scito a fer­mare il treno ora decide di togliersi dai binari.

    Restano le mace­rie di un qua­dro poli­tico fran­tu­mato che, oltre­tutto, die­tro l’arroganza ren­ziana non può nem­meno esi­bire la forza del deci­sio­ni­smo cra­xiano ma solo offrire la palude di un potere balcanizzato.

  • agbiuso

    Febbraio 6, 2015

    Il viadotto sulla Palermo-Agrigento è crollato in un altro punto.
    “In seguito al primo crollo, il premier Matteo Renzi aveva voluto far sapere che il disastro non sarebbe finito a tarallucci e vino, senza responsabili, pretendendo che fossero individuati al più presto i colpevoli. Non è andata affatto a finire così”.
    Fonte: Notav.info , 6.2.2015

    Questo grottesco parolaio è veramente una sciagura, lui e il suo Partito.

  • agbiuso

    Febbraio 4, 2015

    Il Partito Democratico è ormai la Democrazia Cristiana in tutto il suo splendore.
    Che i vecchi ‘compagni’ non se ne rendano conto è davvero patetico, ma forse se ne rendono conto e infatti molti non vanno più a votare.

  • Biuso

    Gennaio 5, 2015

    Licenziare, licenziare e licenziare. È questa la politica economico-sociale del governo del Partito Democratico (e Nuovo Centrodestra). Nella tradizione della «sinistra», certo.

  • agbiuso

    Gennaio 4, 2015

    #Renzivolasereno

    Giuseppe Verdi fu candidato alla Camera del primo parlamento del Regno d’Italia da Cavour (1861-1865 ed eletto come deputato nel Collegio dell’attuale Fidenza nel febbraio 1861. In seguito il Re lo nominerà, per motivi culturali, senatore nel 1874. Verdi aveva diritto a viaggiare in treno per recarsi a Roma con biglietti forniti dallo Stato, ma non li usò mai e pago’ sempre di tasca sua. Nella villa che si fece costruire a Sant’Agata tra i suoi cimeli c’è un blocchetto di biglietti mai usati per recarsi a Roma.

    Altri tempi si dirà, certo ma anche altri uomini. L’ebetino Renzie non ha sicuramente preso esempio, forse Verdi non sa neppure chi sia, ma dovrebbe conoscere bene Frau Merkel con la quale non perde occasione per farsi un selfie. Per le vacanze di Pasqua a Ischia, nel 2012, Angela Merkel ed il marito, prof. Joachim Sauer, arrivarono a Napoli con due voli separati, per non pesare troppo sul bilancio familiare. Il domenicale ‘Bild am Sonntag’ (BamS) spiegò che se la Merkel avesse preso il marito a bordo del Challenger di servizio della Luftwaffe, il consorte avrebbe dovuto sborsare 1.300 euro per il volo. La Bams riportò che Sauer per risparmiare raggiunse Napoli con un aereo low cost.

    Italia, anno 2015, “Renzi in vacanza con un volo di Stato” dirottato su Aosta.
    La denuncia di Carlo Sibilia e Paolo Romano del M5S: “Un Falcon 900 della flotta di Stato è stato dirottato da Roma a Firenze e poi dritto ad Aosta. A bordo il premier e tutta la sua famiglia”, che hanno trascorso Capodanno a Courmayeur. Renzi: “E’ il protocollo”. Il suo ovviamente… #Renzivolasereno, esempio fulgido per tutti i contribuenti.

  • agbiuso

    Dicembre 16, 2014

    In Sicilia diciamo “Si nuddu ammiscatu cu nenti“.

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    Il semestre di presidenza UE di Renzie: il nulla

    Estratto del discorso di Carlo Sibilia pronunciato oggi alla Camera rivolto a Renzie – guarda il video integrale

    “[…] oggi siamo costretti a dover parlare dei tuoi grandi successi come Presidente del Semestre Europeo appena trascorso. Il 2 luglio a Strasburgo Dicesti “Il nostro semestre può essere un semestre in cui non abbiamo paura di dire che la politica ha una sua dignità”. Dignità, parlava di dignità, signor Presidente. E vediamo questa dignità come si è tradotta:
    -nuovo record di disoccupazione; mai nella storia, partendo dall’Unità d’Italia, la penisola aveva registrato un tasso di disoccupazione così alto: il 13,2%,
    – nuovo record fallimentare per le imprese: durante il suo governo ne sono fallite in media 63 ogni giorno, insomma più di due ogni ora hanno chiuso i battenti.
    – debito pubblico italiano è aumentato a ottobre di 23,5 miliardi di euro, arrivando a quota 2.157,5 miliardi, 74 miliardi in più rispetto allo stesso mese di un anno fa.
    – Nuovo record internazionale di declassamento: Il nostro debito è stato denominato come BBB da Standard and Poors, significa che manca pochissimo, un passo, per essere considerati un Paese le cui emissioni di titoli sono “spazzatura”.
    Ecco! La dignità della politica, finalmente ci siamo arrivati! Presidente, in Italia ci sono più di dieci milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà, se ne rende conto? Sono giovani senza un’occupazione, (lei non ha fatto niente), pensionati abbandonati dopo quarant’anni di duro lavoro, sono esodati, incapienti, imprenditori sul lastrico, liberi professionisti paralizzati dalle tasse che il suo governo ha imposto dietro i diktat dei burocrati europei.
    Secondo Save the Children la regione dove sono nato, la Campania, “vanta” la media nazionale più elevata di bambini in povertà assoluta. 125 mila italiani tra i 25 e i 40 ci hanno abbandonato per sempre solo nel 2014. Il semestre italiano di Presidenza dell’Unione Europea ha prodotto il nulla assoluto!”

    Carlo Sibilia, M5S Camera
    – leggi l’intervento integrale

  • agbiuso

    Dicembre 12, 2014

    Il governo del Partito Democratico e del Nuovo Centrodestra di Alfano sta ormai definitivamente dalla parte dei padroni e contro gli operai e i cittadini, picchiati dalla polizia peggio che ai tempi di Scelba.

  • agbiuso

    Novembre 16, 2014

    “C’è nel Paese come il senso di un abbandono che si espande nei tanti luoghi del bisogno generando rabbia. Si sentono abbandonate le piazze dei diritti negati e del lavoro finito perché l’unica risposta quando va bene è il silenzio, altrimenti sono manganellate. E l’abbandono dei quartieri dimenticati dal menefreghismo di sindaci e politicanti scava nei sentimenti peggiori.
    Per fortuna, apprendiamo dai tg esultanti che Renzi le ha cantate chiare alla Merkel e a Putin. Nel mondo dell’irrealtà non piove mai e il sole splende sempre.”

    Antonio Padellaro, L’abbandono, il Fatto Quotidiano, 16.11.2014

  • filippo scuderi

    Novembre 16, 2014

    Ho letto con molto interesse questo suo ultimo intervento, mi chiedo ma in sicilia siamo vittime da questa politica; oppure non è un vittimismo ma un mancato attivismo, perché certe volte mi sembra che assistiamo hai fatti e, poi ne subiamo le conseguenze, ma non mi sembra che negli ultimi mesi ci siano state in Sicilia delle manifestazioni un tantino più dure rispetto a quello che è successo da Roma in su, eppure il popolo siciliano nella sua storia ha avuto un passato di rivolte, addirittura in alcuni casi le prime in europa, che cosa sta succedendo , dormiamo e poi speriamo di svegliarci e trovare tutto sistemato, quel’è il politico siciliano odierno che possa fare si che non rimaniamo intrappolati in questa rete, siamo solo un serbatoio per portare voti punto e basta , oppure abbiamo voce in capitolo, anziché rimanere capitolati da tutta questa politica, come possiamo ritornare a una sinistra storica o a una destra storica, come possiamo ritornare a una politica di sani valori, con uomini veramente degni di fare politica per il bene del paese, e non per pavoneggiarsi davanti alle telecamere con tante parole e pochi fatti.

  • agbiuso

    Novembre 16, 2014

    Ho un’obiezione soltanto da muovere a questo articolo. Burgio scrive di “un governo fon­dato sul patto d’acciaio con la destra”. No, questo governo è la destra.

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    Renzi e il trionfo dei simulacri
    di Alberto Burgio, il manifesto, 16.11.2014

    Forse è pos­si­bile leg­gere l’attuale crisi della demo­cra­zia alla luce della con­tro­ri­forma ren­ziana del lavoro e della dia­let­tica interna al Pd. Come attra­verso una pic­cola lente d’ingrandimento.

    L’essenza della crisi demo­cra­tica con­si­ste nel trionfo dell’apparenza sulla realtà. Negli anni Ses­santa Guy Debord par­lava di «spet­ta­colo» e, da buon allievo di Marx, si rife­riva alla potenza sim­bo­lica della merce, che rende invi­si­bile lo sfrut­ta­mento del lavoro sala­riato. Ma il trionfo dell’apparenza inve­ste anche le litur­gie demo­cra­ti­che che le isti­tu­zioni met­tono in scena.

    I sacra­menti ammi­ni­strati nel cielo della poli­tica nascon­dono le vio­lenze con­su­mate sulla terra dei rap­porti sociali. E men­tre ci si imme­de­sima nella nobile fisio­no­mia del cit­ta­di­no­so­vrano, non ci si accorge di avere perso anche quel resi­duo di auto­no­mia che risie­deva nella rap­pre­sen­tanza. Di esserne stati pri­vati da leggi elet­to­rali che esclu­dono le posi­zioni «incompatibili».

    Da con­sue­tu­dini che affi­dano la legi­sla­zione agli ese­cu­tivi (ridu­cendo i par­la­menti a grot­te­schi pal­co­sce­nici). E dal tra­sfe­ri­mento della sovra­nità a isti­tu­zioni sovra­na­zio­nali non elet­tive e a poten­tati privati.

    In que­sto senso è pos­si­bile scor­gere nel trionfo dei simu­la­cri l’essenza dello svuo­ta­mento della demo­cra­zia. E veniamo così al Jobs Act. Nel merito, si tratta di una legge alta­mente sim­bo­lica. Non per­ché non pro­duca effetti con­creti. Al con­tra­rio, ne discen­derà una bru­tale lesione delle resi­due tutele del lavoro subor­di­nato. Si tratta di un atto sim­bo­lico per­ché con­ce­pito non per il fine dichia­rato (la ripresa eco­no­mica) ma per dimo­strare ai man­danti del governo (il padro­nato ita­liano e la tec­no­cra­zia euro­pea) di volere andare in fondo nella nor­ma­liz­za­zione neo­li­be­ri­sta del paese.

    Se que­sto è vero, come leg­gere la sto­ria par­la­men­tare del Jobs Act e quali lezioni trarne? È ine­vi­ta­bile a que­sto punto ripar­lare del «dis­senso» della cosid­detta sini­stra del Pd. Seguiamo que­sta vicenda tra­gi­co­mica da quando il gesto «rifor­ma­tore» del governo è entrato nel vivo, cioè dalla con­tro­ri­forma del Senato. Ma il colmo lo si è rag­giunto adesso, con la delega sul lavoro. Per due ragioni.

    In primo luogo, per l’elevato signi­fi­cato sim­bo­lico della mate­ria. Si rilegga l’art. 1 della Costi­tu­zione. Si con­si­deri il pae­sag­gio sociale del paese, con i suoi milioni di inoc­cu­pati, disoc­cu­pati e sotto-occupati, di pre­cari strut­tu­rali, lavo­ra­tori poveri ed eso­dati, di migranti clan­de­sti­niz­zati e di pen­sio­nati alla fame. Si tenga infine pre­sente che nel mondo moderno, dalla rivo­lu­zione fran­cese in poi, «sini­stra» signi­fica movi­mento ope­raio, lotte per i diritti e la dignità dei lavoratori.

    La seconda ragione per cui la discus­sione sul lavoro è deci­siva chiama in causa lo scac­chiere poli­tico coin­volto. Da un lato, un governo fon­dato sul patto d’acciaio con la destra, che ha scelto di carat­te­riz­zarsi con un atti­vi­smo «rifor­ma­tore» volto a neu­tra­liz­zare ogni capa­cità di difesa dei subal­terni. Dall’altro, un movi­mento sin­da­cale che – nelle sue orga­niz­za­zioni più avan­zate e rile­vanti – ha final­mente rotto gli indugi e deciso di scen­dere in lotta non solo con­tro il padro­nato ma anche con­tro il governo che ne ha spo­sato a oltranza gli interessi.

    In que­sto sce­na­rio è venuto meno ogni spa­zio di media­zione e appare inde­ro­ga­bile una scelta di fondo, per la quale del resto lo stesso oltran­zi­smo ren­ziano ha sin qui lavo­rato. O con il lavoro con­tro que­sto governo, o con que­sto governo con­tro il lavoro. Come si pone di fronte al bivio la «sini­stra» del Pd, volente o nolente sim­bolo di que­sto dilemma? Fatta ecce­zione, forse, per qual­che sin­golo, risponde obbe­dendo, pie­gan­dosi, rive­lando che il dis­senso era tutta una penosa man­frina e che, al di là delle minacce e dei sem­pre più fle­bili stre­piti, più di ogni altra cosa conta la difesa del ruolo e dei suoi corol­lari. Que­sto dice da ultimo la sce­neg­giata sull’accordo «fati­co­sa­mente rag­giunto» tra la mag­gio­ranza e le mino­ranze del par­tito, con tanto di entrata in scena dei com­pri­mari dell’Ncd inca­ri­cati di dram­ma­tiz­zare le ridi­cole con­ces­sioni del governo sull’art. 18.

    Si dirà: per­ché pren­der­sela tanto con poche decine di depu­tati e sena­tori che se non altro hanno pro­vato a met­tere qual­che bastone tra le ruote del pre­mier e hanno infine capi­to­lato per­ché non abba­stanza nume­rosi? Non è più grave la con­dotta di chi non ha nem­meno protestato?

    Intanto chi è d’accordo con Renzi è sem­pli­ce­mente dall’altra parte della bar­ri­cata, avendo da tempo inte­rio­riz­zato le ragioni «euro­pei­ste» dell’oligarchia a tra­zione tec­no­cra­tica. Cri­ti­carlo non avrebbe più senso che discu­tere con Ichino e Sac­coni per ciò che pen­sano dei diritti degli ope­rai, con Ver­dini per quel che pensa della Costi­tu­zione anti­fa­sci­sta o con Monti a pro­po­sito di auste­rity.

    La sini­stra Pd dovrebbe essere una cosa total­mente diversa, stando a quanto afferma. E non dovrebbe ritro­varsi siste­ma­ti­ca­mente a por­tare acqua al mulino di un governo come que­sto aggrap­pan­dosi alle scuse più inde­centi, dalla lealtà alla «ditta» alle pre­sunte con­ces­sioni strap­pate all’esecutivo. Se lo fa, tra­di­sce se stessa e inganna quanti le hanno incau­ta­mente dato cre­dito. Con un’ulteriore aggra­vante a que­sto riguardo. Se tutta que­sta mes­sin­scena avesse fine, sarebbe almeno evi­dente a tutti che cos’è ormai que­sto Pd, e forse se ne gio­ve­rebbe il ten­ta­tivo di rico­struire in Ita­lia una sini­stra poli­tica degna di que­sto nome.

    Così tor­niamo al mali­zioso gioco tra appa­renza e realtà. Qual­cuno imma­gi­nava che Renzi avrebbe cac­ciato la mino­ranza degli ere­tici per punirla della sua insu­bor­di­na­zione. Ma l’uomo sa il fatto suo e capi­sce bene che, non ci fosse un’opposizione di tal fatta, dovrebbe inven­tarla, pena il rischio di appa­rire per quel che è, lo scru­po­loso garante della destra eco­no­mica e poli­tica. Debord par­lava di «società dello spet­ta­colo». Ai nostri tempi sap­piamo fare ben di meglio. Abbiamo ormai sol­tan­touno spet­ta­colo con qual­che misera com­pa­gnia di mestie­ranti, men­tre della società ci stiamo alle­gra­mente disfacendo.

  • agbiuso

    Novembre 14, 2014

    Tor Sapienza, chi fa finta di non vedere
    di Antonio Padellaro, Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2014

    Oggi a Tor Sapienza, in quel di Roma Capitale, è attesa la visita del senatore leghista Mario Borghezio venuto a cantare vittoria, e giustamente visto che lo Stato incapace di mantenere l’ordine nel quartiere ha deciso di calarsi le brache procedendo allo sgombero degli extracomunitari dal locale centro di accoglienza, dando così ragione ai violenti e ai facinorosi di ogni colore. Borghezio (già condannato dopo l’incendio dei pagliericci di alcuni immigrati a Torino nel 2000) fa da battistrada al suo leader, Matteo Salvini, star dei talk show, un simpaticone assurto alla notorietà nel 2009 quando propose di riservare “alle donne e ai milanesi” appositi vagoni della metropolitana, onde evitare evidentemente pericolose contaminazioni con negri e altre razze inferiori. Quello stesso Salvini diventato compagno di merende delle squadre speciali di CasaPound, che almeno non fanno mistero della loro quintessenza fascista.

    Questi personaggi, fino a qualche tempo fa comparse pittoresche della politica minore, oggi fanno molto meno ridere e raccolgono a piene mani la rabbia collettiva seminata dalla politica maggiore. Non ci occuperemo qui dei torti e delle ragioni di quella che su Repubblica monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas di Roma, ha definito “guerra fra poveri” segnalando “la spregiudicatezza di politici che cavalcano il malcontento attirando i gruppi più estremi”.

    Ma più grave ancora è il silenzio delle istituzioni, indifferenti di fronte al dilagare di una guerriglia che nelle borgate romane è caccia allo straniero, mentre a Milano diventa rissa quotidiana nelle case popolari occupate. Tace il governo: e se l’assenza di Alfano non fa più notizia, per la palese inadeguatezza del ministro dell’Interno (curiosa la protesta del Vi-minale, quando ormai a Tor Sapienza lo Stato si era ritirato), l’indifferenza di Matteo Renzi va misurata con il metro del cinismo. Il premier, infatti, rifugge dalla realtà soprattutto quando essa si presenta con effetti sgradevoli (a Genova, per dirne una, aspettano ancora la sua visita dopo l’alluvione di oltre un mese fa); e chissà se i suoi addetti alla comunicazione oltre a provvedere alla “modalità golfino” gli nascondono anche i giornali con le brutte notizie.

    Stupisce infine l’assenza di moniti del Quirinale. Abituati ad ascoltare richiami e reprimende sull’universo mondo, si stenta a comprendere come mai questa escalation d’intolleranza in un corpo sociale devastato dalla crisi susciti sul Colle così scarso interesse. Il modo migliore per lasciare campo libero ai razzisti in camicia verde e ai fascisti in camicia nera.

  • agbiuso

    Novembre 4, 2014

    Verdini rinviato a giudizio nell’inchiesta sull’associazione segreta P3, che agisce contro la Costituzione.
    Lo stesso Verdini è l’amico con il quale Renzi sta riscrivendo la Costituzione.
    Lo stesso Verdini è il garante del patto con il pregiudicato Berlusconi.
    Queste sono soltanto bande di criminali.

  • agbiuso

    Ottobre 29, 2014

    Renzi è un vecchio politico che opera sottobanco, come sempre.

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    La scorsa settimana Renzi, dopo venti votazioni fallite e milioni di euro buttati, ha bussato alla porta del M5S invitandoci a trovare un accordo sui candidati da eleggere alla Corte Costituzionale ed al CSM. Ben arrivato!

    Da cinque mesi il M5S ha comunicato PUBBLICAMENTE una rosa di nomi super partes, scelti solo per i loro meriti professionali, e sempre PUBBLICAMENTE ha invitato i partiti a fare altrettanto. Ma Renzi aveva altri piani: piazzare Violante, una sua colonna, garante di Berlusconi, anche se privo dei requisiti.
    Solo quando si è reso conto che il patto del Nazareno non reggeva e che non sarebbero stati in grado di eleggerlo, hanno chiesto i nostri voti ipotizzando una trattativa, proponendoci in cambio una poltrona al CSM. Così è arrivata la chiamata di Renzi ad un nostro parlamentare per individuare i nomi in segreto e scambiarsi le poltrone. Ancora non hanno capito con chi hanno a che fare.

    Ribadiamo la risposta, chiarissima, per l’ennesima volta: i nostri nomi sono a disposizione da tempo. Se il PD vuole condivisione non tenti la via della trattativa segreta. Renzi faccia i suoi nomi PUBBLICAMENTE.
    CHIUNQUE abbia i requisiti per essere eletto in ruoli di garanzia così importanti può essere candidabile per il M5S se valido e indipendente.
    Altrimenti saranno ancora fumate nere.
    Trasparenza è quello che chiediamo, non poltrone!

    Fonte: Consulta, con il M5S: la trattativa si fa alla luce del sole

  • agbiuso

    Ottobre 24, 2014

    La Leopolda al Quirinale
    di Andrea Fabozzi, il manifesto 24.10.2014

    È il paese dei rot­ta­ma­tori attem­pati. Inno­va­tori fal­liti ful­mi­nati dall’invidia, capi cor­rente di tutte le sta­gioni che non pos­sono per­dersi que­sta, capi­tani d’azienda sbu­cati fuori dal capi­ta­li­smo di rela­zione diret­ta­mente nell’era del «non guar­diamo in fac­cia a nes­suno». Che Renzi vada di corsa, o passo dopo passo, o sostan­zial­mente stia fermo, rie­scono comun­que a far­gli cor­teo. Non tutti fanno solo scena.

    Gior­gio Napo­li­tano ieri ha fatto un altro discorso pub­blico. Nel giorno in cui il governo è ricorso due volte alla fidu­cia, una alla camera e un’altra al senato, era pos­si­bile spe­rare in un richiamo, un’osservazione, una per­ples­sità del Qui­ri­nale. Altre volte e con altri governi il pre­si­dente era inter­ve­nuto su palazzo Chigi, aveva pro­messo un «rigo­roso con­trollo» per fre­nare il ricorso ai decreti e alle fidu­cie. E invece ieri abbiamo assi­stito, nel silen­zio, a due fidu­cie su due decreti; atti del governo che il par­la­mento non ha potuto modi­fi­care. E non que­stioni mar­gi­nali, ma Sblocca Ita­lia (grandi opere, con­ces­sioni auto­stra­dali, boni­fi­che, tri­vel­la­zioni) e giu­sti­zia (riforma del pro­cesso civile) rego­lati con con lo stru­mento pre­vi­sto per i casi di neces­sità e urgenza. Il Csm ha avuto da ridire. Napo­li­tano, che lo pre­siede, no.

    Il pre­si­dente è inter­ve­nuto invece guar­dando altrove. Ha con­dan­nato «atteg­gia­menti fre­nanti», «con­trap­po­si­zioni pre­giu­di­ziali», «con­ser­va­to­ri­smi, cor­po­ra­ti­vi­smi e ingiu­ste pre­tese di con­ser­va­zione», «vec­chi assetti strut­tu­rali e di potere». Un impeto già ascol­tato diret­ta­mente da Renzi, il giorno in cui parlò di sé come «tor­rente impe­tuoso» e tutti gli altri «palude». Anche sul Colle non sop­por­tano più «zavorre», «para­lisi» e «impe­di­menti». I con­cetti saranno anche un po’ vaghi, la pole­mica non lo è affatto. Per­ché pro­prio domani pren­derà forma a Roma il mas­simo sforzo di oppo­si­zione al governo. Ben­ve­nuti ai lavo­ra­tori e al sin­da­cato, Napo­li­tano ha detto da che parte sta: con chi «forte come da lungo tempo non si vedeva, per­se­gue le riforme». La Leo­polda al Quirinale.

  • agbiuso

    Ottobre 20, 2014

    Una profezia di Niccolò Machiavelli

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    Machiavellerie asinine
    di Augusto Illuminati

    Rimasto disoccupato con il ritorno dei Medici, il quondam segretario Machiavelli si mise a fare il profeta, come traspare dall’exhortatio finale del Principe ma ancor più da un poemetto satirico in terzine, L’asino, probabilmente del 1517.

    Nel cui primo capitolo (vv. 31-90) con mirabile preveggenza narra di un ragazzotto di periferia se non del contado, poniamo Rignano sull’Arno, afflitto da uno strano difetto, «ch’in ogni luogo/per la via correva, /e d’ogni tempo senza alcun rispetto».

    […]

    Sembrava comunque che stesse mettendo la testa a posto e camminasse come tutti, quand’ecco che arriva il Jobs Act e il fiorentino (sempre con la minuscola) riprende a correre, quasi fosse sbucato in via de’ Martelli. Voto di fiducia estorto al Senato, senza emendamenti parlamentari e senza dibattito, voto di fiducia (annunciato) alla Camera, manco più la scusa di una vetrina europea cui esibire il sorcio. Prossima vittima, #lascuolabuona. La tattica di abbagliare i conigli con i fari funziona (dato che all’opposizione, interna ed esterna al Pd, ci stanno conigli), l’utilità pratica è scarsa, poiché dati statistici e mercati non lo prendono sul serio e tutti gli indici (Pil, consumi, occupazione, fiducia) precipitano.

    Velocità e rottamazione sono il perfetto sostituto for dummies di una strategia, per quanto criticabile, la parodia bischera del populismo neo-liberale. Gli intrallazzi con i grandi evasori – l’ex-Cav al Nazareno e Marchionne a Detroit – e l’intimità con Serra e Farinetti sono la ciccia, il resto è addobbo da mago, bacchetta e stelline. Politichese trasfigurato in salotto talk-show. A differenza del ragazzotto di Machiavelli, il padre non può nemmeno provarci a raddrizzarlo (pare che sia in altre faccende affaccendato). Toccherà a noi, mi sa.
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    Il testo integrale su alfabeta2, 20.10.2014

  • agbiuso

    Ottobre 19, 2014

    A proposito della sinistra arresa della quale si parlava con Biagio Guastella, l’editoriale odierno del manifesto è chiarissimo. Ne condivido per intero l’analisi.
    Anche perché ciò che qui viene detto –il mussolinismo, la menzogna, la cifra del tutto reazionaria, la servitù dei media– sono le chiavi che da tempo propongo per capire questo disgustoso suicidio della sinistra italiana.

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    L’inedito potere personale
    di Alberto Burgio, il manifesto 18.10.2014

    Imma­gino siano in tanti a chie­dersi che cosa spinga Renzi al bul­li­smo, visto che le pro­vo­ca­zioni e gli insulti non col­pi­scono tanto gli avver­sari quanto i suoi stessi com­pa­gni di par­tito. E visto che non può esserci dub­bio sul fatto che il con­tra­sto non è un inci­dente ma uno scopo per­se­guito con cura e previdenza.

    Quando si trattò del Senato, Renzi avvertì che i dis­sen­zienti avreb­bero potuto spo­stare qual­che vir­gola, non certo «stra­vol­gere la riforma», inten­dendo per stra­vol­gi­mento qual­siasi modi­fica del testo. Nel con­flitto sul Jobs Act la for­mula si è pre­ci­sata: «incon­tro tutti ma nes­suno si sogni di cam­biare nulla». Pren­dere o lasciare. È pas­sata una set­ti­mana e siamo al match sulla finan­zia­ria, coi tagli alle casse regio­nali e altre por­che­rie come il rin­no­vato blocco dei con­tratti degli sta­tali, la decon­tri­bu­zione e gli sconti sull’Irap che fanno sognare il dot­tor Squinzi. In tutti i casi la rivolta della vec­chia guar­dia Pd era pro­ba­bil­mente auspi­cata, e ciò si spiega con la volontà di «asfal­tare» chi cri­tica ma non regge il con­flitto. Ma ora come inten­dere l’urto col super-renziano pre­si­dente del Pie­monte e della con­fe­renza delle Regioni? Che Chiam­pa­rino avrebbe rea­gito era scon­tato: allora per­ché non pre­ve­nire lo scon­tro e anzi cari­care i toni?

    Gli sto­rici sve­le­ranno il mistero. Intanto, a caldo, sem­bra plau­si­bile una sola ipo­tesi. Che – incal­zato dalla tec­no­cra­zia euro­pea e ten­tato dall’opportunità di sfrut­tare il dif­fuso astio verso il ceto poli­tico – Renzi lavori per con­qui­stare un potere per­so­nale ine­dito nella sto­ria repub­bli­cana. Dopo aver vinto (gra­zie a Ber­sani) le pri­ma­rie, annun­ciò di voler essere l’«uomo solo al comando» del paese. È quello che sta cercando di fare, sin qui con buon suc­cesso. Nel governo non deve tener conto del parere di nes­suno, visto che lì nes­suno è in grado di con­ce­pire pareri, fatta ecce­zione forse per il rap­pre­sen­tante dell’Ocse, con cui difatti litiga ogni giorno.

    Nel par­tito batte i pugni sul tavolo quando qual­cuno storce il naso. E ne trae grandi van­taggi, facendo sì che i cri­tici si mostrino pavidi e tre­me­bondi ed esi­ben­dosi al cospetto del popolo ammi­rante come un eroe senza mac­chia e senza paura. Come l’Uomo della Prov­vi­denza all’altezza dei tempi, che «tira dritto» per ribal­tare il mondo dalle fondamenta.

    Natu­ral­mente quest’opera di autoe­sal­ta­zione implica la più sini­stra virtù del poli­tico: la capa­cità di men­tire. Che Renzi pos­siede in sommo grado ed eser­cita cini­ca­mente, com­plice la gran­cassa media­tica, pur di sedurre la pla­tea degli spet­ta­tori che prima o poi dovrà con­vo­care alle urne.
    Que­sta mega-riduzione di tasse a bene­fi­cio dei padroni è un esem­pio da manuale, visto che per milioni di ita­liani (com­presi tanti che l’hanno votato fidu­ciosi) si tra­durrà nel con­tra­rio o in nuove rovi­nose per­dite di ser­vizi essen­ziali, dalla sanità alla scuola, ai tra­sporti. Pro­prio come nell’Inghilterra del prov­vi­den­ziale Blair. Ma la que­stione della verità e della men­zo­gna non si pone. Poli­tica e morale hanno divor­ziato da tempo, ammesso che abbiano mai con­vo­lato. Quel che conta è il gra­di­mento dell’Europa e della grande finanza. Il potere, quindi il con­senso comun­que estorto, non certo la con­di­zione reale della gente, sem­pre più povera, insi­cura e depressa. L’importante è con­durre rapi­da­mente in porto la tra­sfor­ma­zione del paese in una libera società di mer­cato, dove tutto (e cia­scuno) è merce e il capi­tale regna senza l’intralcio dei diritti.

    In que­sto qua­dro «rivo­lu­zio­na­rio» Renzi si muove come un pesce in acqua. E, con la sua aggres­si­vità e spre­giu­di­ca­tezza, è l’uomo giu­sto al posto giu­sto per quanti sognano una società paci­fi­cata nel segno della radi­cale subor­di­na­zione del lavoro. Ma se è così, prov­vi­den­ziale Renzi lo è anche per un’altra ragione, oppo­sta a que­sta. Pro­prio per la sua vio­lenza padro­nale è anche il messo di una Prov­vi­denza bene­vola, decisa a can­cel­lare final­mente l’anomalia ita­liana: l’assenza di una sini­stra mini­ma­mente in grado di con­tra­stare lo sfon­da­mento neo­li­be­ri­sta e di pro­teg­gere la con­tro­parte sociale del capi­tale pri­vato. Un’assenza – sia chiaro – che chiama in causa anche gravi respon­sa­bi­lità dei gruppi diri­genti sus­se­gui­tisi in que­sti decenni alla guida della sini­stra di alternativa.

    L’estremismo ren­ziano ha una qual­che valenza sto­rica, è una discon­ti­nuità che aiuta a perio­diz­zare la poco esal­tante espe­rienza della «sini­stra mode­rata» ita­liana. Se fino al 2007 la nor­ma­liz­za­zione della sini­stra post-comunista aveva con­vis­suto con un sem­pre più tenue e con­trad­dit­to­rio sistema di rela­zioni con le lotte del lavoro, la nascita del Pd ha san­cito la sus­sun­zione della «sini­stra mode­rata» all’egemonia cen­tri­sta e la sua fun­zio­na­liz­za­zione al pro­getto oli­gar­chico matu­rato nel qua­dro della crisi. Nel 2011 il pro­ta­go­ni­smo di Napo­li­tano, regi­sta extra­par­la­men­tare delle lar­ghe intese, ha inau­gu­rato una nuova fase, nel segno di un sem­pre più risolto sgan­cia­mento dal campo delle classi subal­terne. Ora il bru­tale atti­vi­smo ren­ziano porta a ter­mine il pro­cesso, met­tendo all’ordine del giorno la dis­so­lu­zione di qual­siasi resi­duo di sini­stra nel Pd: la guerra con­tro il lavoro, l’urto fron­tale con il sin­da­cato, lo sman­tel­la­mento del sistema dei diritti sociali, lo svuo­ta­mento della Costi­tu­zione d’intesa col vec­chio padre-padrone della destra.

    Non è pos­si­bile negare la cifra rea­zio­na­ria di tale pro­gramma, che lo stile popu­li­sta del prov­vi­den­ziale demiurgo raf­forza. Ma pro­prio que­sto evi­dente con­no­tato con­sente e impone di rico­no­scere senza indugi che la rina­scita della sini­stra ita­liana implica la sot­tra­zione di tutte le sue com­po­nenti all’egemonia dell’attuale gruppo diri­gente demo­cra­tico, l’esercizio di quella pra­tica dell’autonomia poli­tica che Gram­sci chiamò «spi­rito di scis­sione». Dopo­di­ché si trat­terà di con­tri­buire tutti a un’impresa ormai inde­ro­ga­bile – la costi­tu­zione di un nuovo sog­getto poli­tico della sini­stra ita­liana – met­tendo da parte patriot­ti­smi e set­ta­ri­smi e pra­ti­cando senza reti­cenza l’obiettivo prio­ri­ta­rio dell’unità.

  • agbiuso

    Ottobre 17, 2014

    Ora il Governo Partito Democratico / Nuovo Centro Destra tocca la sanità.
    Tanto è sicuro che i cittadini italiani non reagiranno. E non lo faranno soprattutto per merito dell’informazione, della Pravda democratica.

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    #RenzieTagliaLaSanità

    “Renzi infila nella manovra la porcata della clausola taglia-sanità! Il Presidente del Consiglio, se ha coraggio, vada in tv a dire la verità agli italiani, quella verità che ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi ha nascosto: cioè che la sua Legge di Stabilità scarica sulle spalle delle Regioni 4 miliardi di tagli e che questi si tradurranno in tagli alla Sanità, cioè sulla carne viva dei cittadini.

    La bozza presentata ieri in pompa magna dal premier nasconde una vera e propria trappola per le Regioni, la cosiddetta clausola ‘taglia-sanità’: se entro il 31 gennaio 2015 i governatori non troveranno un accordo per ripartire i 4 miliardi di spending review a loro carico, il governo potrà intervenire ‘considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale’. Un vero e proprio ricatto, una porcata che lascia al governo la libertà di mettere mano anche ai fondi che normalmente sono previsti per la sanità e che rischia di mandare in tilt un Sistema sanitario nazionale già ridotto al collasso.
    Questo governo ci sta truffando, spacciando per buona una manovra irresponsabile che in realtà ammazza uno dei comparti più delicati del Paese e viola palesemente il Patto della Salute che lo stesso governo aveva firmato ad agosto con le Regioni. Il Patto stanziava 112 miliardi per il 2015 e 115 per il 2016, ma ora questi soldi rischiano di sfumare via.
    E tutto questo perchè? Perchè Renzi ha usato la Legge di Stabilità per poter dire di non aver sforato i margini del 3% imposti dall’Europa, anche se in realtà le coperture non ci sono, e accreditarsi così agli occhi della Merkel, facendo pagare però un conto salatissimo ai cittadini.
    Un’azione inaccettabile, che ancora una volta ci fa vergognare di averlo come Presidente del Consiglio.”

    M5S Senato

  • agbiuso

    Ottobre 13, 2014

    Da Il pedissequo, l’imbroglione, la scimmia e Matteo Renzi
    di Eugenio Orso

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    Parliamo del pd, ancora una volta, anche se gettare uno sguardo da quelle parti, ci disgusta profondamente. Tuttavia è necessario farlo, visto che domina l’Italia per conto terzi, così com’è necessario visionare gli orripilanti video dello stato islamico, che avanza quasi senza contrasto in Medio Oriente, anch’esso per conto terzi, sterminando sistematicamente le popolazioni.
    Da una parte lo schifo, la bassezza, l’imbroglio, il servilismo nei confronti dei padroni, l’agire privo di rischi (non c’è reazione) contro la popolazione italiana e il suo futuro, dall’altra l’orrore puro, la violenza bestiale scatenata contro siriani, curdi, irakeni, assiri, armeni e molti altri. Stesso padrone, “modalità operative” diverse.
    Da una parte lo jobs act per un’orgia di precarietà, di riduzione delle paghe e di licenziamenti facili, dall’altra “guerra santa” di sterminio e imposizione della legge islamica più feroce.

    Il partito unico collaborazionista (della troika) è un contenitore spregevole che dentro di sé ha tutto, anche l’opposizione. Il parlamento è depotenziato, perché le decisioni si prendono nel pd e là avviene il confronto, in gran parte posticcio, fra la maggioranza e un’opposizione “più attenta al sociale”. Bersani, Cuperlo, Civati interpretano la parte dell’opposizione, ben sapendo che non spaccheranno il pd (abbassano sempre la testa e, al momento giusto, rientrano nei ranghi per il voto in parlamento).

    […]

    Quali sono i veri lineamenti del partito unico collaborazionista?

    Il pd ha tre caratteristiche che lo fanno apprezzare dai suoi padroni sopranazionali, così riassumibili:
    1) Il pedissequo
    2) L’imbroglione
    3) La scimmia

    Il pedissequo perché è il servo (come quello della Roma antica) che segue in ogni dove il padrone, pronto a soddisfare i suoi desideri (jobs act, privatizzazioni, 3%, eccetera). L’imbroglione perché è insuperabile nell’imbrogliare il popolo, nel simulare e subornare, e lo sta dimostrando anche con il voto di fiducia per lo jobs act, che calpesta anche la costituzione. La scimmia perché imita il padrone, infatti, il pd stesso è nato a imitazione del partito democratico americano (l’asinello) e Veltroni è l’imitazione (scadente) di J.F.K., mentre Renzi vorrebbe scimmiottare l’astuto mentitore e opportunista Tony Blair.

    […]
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  • agbiuso

    Ottobre 9, 2014

    In un articolo che consiglio di leggere per intero, Marco Revelli chiarisce in modo preciso che cosa sia e che cosa rappresenti il renzismo, questo deserto di servitù, di menzogna, di autoritarismo assoluto.

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    Da Renzismo terminale
    di Marco Revelli, il manifesto, 8.10.2014

    In que­sto senso Renzi non è l’alternativa all’intervento “d’ufficio” della Troika, un male minore rispetto a quello toc­cato alla “povera Gre­cia” che ha dovuto subire i tre Commissari-guardiani. Renzi è la Troika, inte­rio­riz­zata. E’ la forma con cui l’Europa dell’Austerità e del Rigore governa il nostro Paese. Nell’unico modo pos­si­bile nelle con­di­zioni date: con una for­mi­da­bile pres­sione dall’esterno, e con un’altrettanto forte carica di popu­li­smo all’interno.

    Se li si leg­gono con un po’ d’attenzione si vedrà che i punti del suo pro­gramma, impo­sti con stile gla­dia­to­rio e passo di corsa a un mondo poli­tico atto­nito, rical­cano fedel­mente il fami­ge­rato Memo­ran­dum che ha pro­dotto la morte sociale della Gre­cia: pri­va­tiz­za­zioni con la moti­va­zione di far cassa, in realtà per met­ter sul mer­cato tutto ciò che può costi­tuire un buon affare; abbat­ti­mento delle garan­zie e del potere con­trat­tuale del lavoro in nome dei “diritti dell’impresa”; ridi­men­sio­na­mento del pub­blico impiego in ter­mini di spesa e di occu­pa­zione; rimo­zione degli osta­coli alla rapi­dità deci­sio­nale da parte delle forme tra­di­zio­nali della rap­pre­sen­tanza poli­tica e sociale.

    Se col­lo­cati in que­sto qua­dro si spie­gano, allora, quelli che altri­menti sem­bre­reb­bero solo una sequela di strappi, for­za­ture, osten­ta­zioni di arro­ganza, male­du­ca­zione, gua­sco­ne­ria e improv­vi­sa­zione (che pure non manca). E’ evi­dente infatti che un simile pro­getto non può essere messo in atto con mezzi “ordi­nari”. Richiede un’eccezionalità emer­gen­ziale, sia per quanto riguarda lo sfon­da­mento dell’assetto costi­tu­zio­nale: e a que­sto è ser­vito l’auto da fé in diretta di uno dei sim­boli della demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, la “camera alta”. Sia per quanto attiene al livello sim­bo­lico: ed è quanto sta avve­nendo sotto i nostri occhi con l’umiliazione osten­tata del movi­mento sin­da­cale e del mondo del lavoro.

    Per­ché se mara­mal­deg­giare con i bran­delli resi­dui dell’articolo 18 e con ciò che resta dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori non por­terà un solo posto di lavoro, come è chiaro pres­so­ché a tutti, è pur vero che la cele­bra­zione del sacri­fi­cio spet­ta­co­lare, in piena piazza media­tica, secondo i vec­chi riti dell’ordalia, con­ti­nua ad avere un effetto sim­bo­lico straor­di­na­rio. Tanto più se la vit­tima sacri­fi­cale – l’homo sacer direbbe Agam­ben -, è uno dei pro­ta­go­ni­sti cen­trali del nostro pas­sato pros­simo come, appunto, il lavoro nella forma politico-sociale del movi­mento dei lavoratori.

    Imporne la degra­da­zione pub­blica. Liqui­darlo in otto minuti d’introduzione e un’oretta di udienza. Abbat­tere anche le resi­due garan­zie per­ché, come ho sen­tito dire auto­re­vol­mente, occorre libe­rare gli impren­di­tori dall’ «arbi­trio di un giu­dice» (sic!), signi­fica nell’immaginario col­let­tivo rove­sciare il mondo. Riscri­vere l’articolo uno della Costi­tu­zione affer­mando che «L’Italia è un’oligarchia ple­bi­sci­ta­ria fon­data sull’impresa» e, al secondo comma, che «la sovra­nità appar­tiene ai mer­cati, i quali l’esercitano in modi e forme discre­zio­nali, senza limiti di legge».
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  • agbiuso

    Ottobre 8, 2014

    Fiducia cieca
    di Andrea Fabozzi, il manifesto 7.10.2014

    Non bastava la delega in bianco, non bastava l’auto fidu­cia dell’esecutivo a se stesso, il governo aveva in serbo un’altra umi­lia­zione per il par­la­mento. Ha impo­sto ai sena­tori di discu­tere tutto il pome­rig­gio un dise­gno di legge che non cono­scono. Che nes­suno ancora uffi­cial­mente cono­sce. E i sena­tori lo hanno fatto, offrendo qual­che ragione a chi ne teo­rizza l’inutilità e accet­tando di dibat­tere il dise­gno di legge delega, cosid­detto jobs act, che il governo stava intanto riscri­vendo. Quando oggi lo leg­ge­ranno avranno appena il tempo di appro­varlo. Con la fidu­cia.
    Il prin­ci­pio della sepa­ra­zione dei poteri con­ti­nuiamo a tro­varlo in Costi­tu­zione, dove restano sta­bi­liti limiti assai rigo­rosi per la delega del potere legi­sla­tivo all’esecutivo: in un sistema par­la­men­tare è un’eccezione. Ma il nostro è ancora pie­na­mente un sistema par­la­mente­tare?

    La legge delega cono­sce da alcuni anni una cre­scente popo­la­rità. Governi che nem­meno le leggi elet­to­rali iper mag­gio­ri­ta­rie met­tono al riparo da mag­gio­ranze incoe­renti hanno risco­perto que­sto stru­mento per incas­sare quello che è stato chia­mato un «divi­dendo poli­tico» imme­diato. Pos­sono così annun­ciare grandi «riforme» mesi prima di essere smen­titi dagli effet­tivi decreti che al limite non arri­vano mai, magari per­ché nel frat­tempo il governo è caduto. Dele­ghe ampie e poco cir­co­stan­ziate non sono una novità del governo Renzi, e nean­che la fidu­cia pur­troppo lo è, pur essendo le leggi delega assi­mi­late, per la loro deli­ca­tezza, alle leggi costi­tu­zio­nali. Nel rego­la­mento del senato è pre­vi­sto l’obbligo di discu­terle in aula. E in effetti ieri l’aula ne ha discusso. Ma ha discusso sul niente.

    Quella che è nuova è l’arroganza nell’imporre al par­la­mento di rati­fi­care senza indu­gio tutto quello che si com­pone nel cir­cuito esclu­sivo di palazzo Chigi, o al mas­simo tra palazzo Chigi e Arcore. Nel lan­ciarsi sem­pre in nuove for­za­ture, il pre­si­dente del Con­si­glio certo si giova della sua ine­spe­rienza isti­tu­zio­nale e certo conta sull’impopolarità del Palazzo: è in que­sto fino in fondo un extra­par­la­men­tare. Con la riforma elet­to­rale a imi­ta­zione di quella appena dichia­rata inco­sti­tu­zio­nale ha trac­ciato un solco, con la riforma costi­tu­zio­nale det­tata ai par­la­men­tari ha rotto gli argini; gli scal­tri cedi­menti tat­tici della mino­ranza interna al suo par­tito gli sono ser­viti da inco­rag­gia­mento. E non ha ancora dovuto sag­giare quel freno che la Con­sulta o il Qui­ri­nale hanno saputo porre. Quando c’era Berlusconi.

  • agbiuso

    Ottobre 8, 2014

    Petrocelli difende i lavoratori e viene espulso da Grasso

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    Oggi al Senato si vota l’ennesima fiducia sul Jobs Act che cancella l’articolo 18 che tutela i diritti dei lavoratori. L’opposizione e la discussione non sono ammessi: il capogruppo M5S è stato espulso dall’Aula in seguito al suo intervento

    “Sono stato buttato fuori dall’Aula per aver esposto in Senato un foglio bianco. Per aver detto che quel foglio è bianco come la delega che il governo riceve per maltrattare e cancellare i diritti di tutti i lavoratori. Per questo è stato buttato fuori il capogruppo del M5S che io oggi rappresento. Il foglio rappresenta la delega in bianco che il governo vuole farci firmare con la fiducia sul Jobs Act. Per la prima volta un capogruppo viene espulso dal Senato per aver mostrato un cartello perfettamente bianco, rasentiamo l’assurdo”

    Vito Petrocelli, capogruppo M5S Senato

  • agbiuso

    Ottobre 6, 2014

    Costui è un bandito veramente pericoloso

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    “Come se non bastasse il clamoroso fallimento del bonus di 80 euro, Renzi insiste con la strategia del voto di scambio annunciando che ci saranno altri 100 euro in busta paga per tutti. E magari un set di asciugamani in omaggio per asciugare le lacrime. È una proposta ancora più indecente di quella avanzata prima delle europee: se il Governo ha dato 80 euro con una mano per toglierli con l’altra, ora cerca di adescare gli elettori promettendo di mettergli in tasca una parte del Trattamento di fine rapporto. Cioè i loro stessi soldi! Renzi ha la faccia tosta di spacciare per un bonus del Governo le risorse che appartengono già ai lavoratori.

    La “liquidazione”, per chi ne ha diritto, rappresenta un accantonamento per il futuro, un risparmio accumulato nel tempo, una sorta di indennità proporzionale agli anni di lavoro svolti. Le imprese, già in enorme difficoltà, dovrebbero anticipare ai lavoratori i loro stessi soldi, creando peraltro enormi buchi nel sistema pensioni (3 miliardi l’anno secondo il Corriere, ndr). Invece di abolire l’Irap e abbattere il carico fiscale, Renzi vuole scassinare il salvadanaio dei cittadini costringendoli a mangiarsi la buonuscita e poi, alla fine del rapporto di lavoro, non avranno il becco di un quattrino.

    Oltre al danno, però, c’è la beffa. Come nel gioco delle tre carte, l’unico a guadagnare qualcosa da questa operazione sarà lo Stato: infatti, laddove questi 100 euro incideranno sul reddito, i cittadini pagheranno più tasse. Ancora una volta, niente rilancio dei consumi ma solo un nuovo salasso. Renzi cade sempre più in basso e sta raschiando anche il fondo, prima che trascini con sé l’intero Paese dobbiamo mandarlo a casa ad ogni costo.

    Riccardo Fraccaro, M5S Camera

  • agbiuso

    Ottobre 5, 2014

    Di questo Partito non vorrei più parlare, poiché ho sempre tenuto in conto l’invito evangelico a “lasciare che i morti seppelliscano i loro morti”. Ma questa analisi di uno che il PD lo conosce assai bene -come Padellaro- mi sembra davvero definitiva (è il caso di dire).

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    Pd (Partito desaparecido)
    di Antonio Padellaro | il Fatto Quotidiano, 5 ottobre 2014

    Che gli iscritti del Pd fossero in fuga dal Pd non occorreva la Sibilla cumana per saperlo. Pure che il gruppo dirigente democratico avrebbe finito per scannarsi in preda a un’insofferenza collettiva quasi fisica, era prevedibile. Bastava andare al cinema per capire anche il perché. Il film si chiama Arance e martello, autore e protagonista Diego Bianchi, in arte Zoro, narratore embedded di quella sinistra romana che dà il cattivo esempio alla sinistra tutta.

    Non racconteremo la storia, ma gli epifenomeni che l’avvolgono come un sudario funebre. La sezione di partito a conduzione familiare, desertificata e adibita a location di calciobalilla e fancazzisti. La canonica di raccolta di firme per ingannare il tempo. Pallosi dibattiti sul nulla e microscissioni caratteriali. Si votano mozioni, ma non si capisce mai chi ha vinto e chi ha perso. E poi i berluscones che corteggiano i democratici fino al grand guignol del tutti contro tutti. Renzi ancora non c’è, ma preannuncia lo spirito del nuovo tempo una ricercatrice dalle belle gambe che vuole rottamare il mercato rionale per farne un biomarket. “Non resta più niente, i militanti se ne vanno”, osserva intristito l’ex tesoriere Sposetti che su Repubblica lamenta la fine del partito-comunità che era “come una famiglia”. Ma poi presenta il conto, rivelando che il Pd sta in milleottocento circoli di proprietà dei Ds, “e non paga né Tarsu né Imu né condominio”. Fatto è che quella roba da quel dì è stata distrutta pezzo dopo pezzo con furia iconoclasta. Via le feste dell’Unità e poi via la stessa Unità, le vecchie sezioni liquidate dal partito liquido di Veltroni, mentre della dolce “famiglia” sopravvivono i parenti-serpenti dell’apparato sparsi nelle ex regioni rosse, che si spartiscono con le tessere residuali rendite di posizione e tutto il sottogoverno possibile.

    La verità è che Renzi non poteva rottamare ciò che già era stato raso al suolo, ma da furbo qual è ha fatto credere il contrario, avendo bisogno di totem da abbattere mentre sgominava mummie e statue di cera (salvo poi, con le primarie, accogliere tutti sul carro del vincitore perché tutto fa brodo). Bersani che piange sul “partito che muore” fa una certa tenerezza perché l’hanno capito tutti che nel Pd la minoranza cerca soltanto un compromesso onorevole e qualche candidatura alle prossime elezioni. E che la difesa dell’art. 18 è il ridotto in Valtellina da cui la cosiddetta sinistra sta uscendo alla spicciolata con le mani alzate. No, nessuna nostalgia: e di cosa poi?

    L’inciucio con Berlusconi, per dire, lo ha inventato D’Alema e sui piccoli e grandi cedimenti – dalla finta lotta alla corruzione alle amnesie sulle evasioni fiscali – il governo Renzi appare in perfetta continuità con chi lo ha preceduto. Non meravigli dunque che l’esaurimento del Pd coincida con il trionfo del suo leader. Che sarà anche superficiale e inattendibile ma che almeno saluta, sorride e distribuisce gli 80 euro a piene mani. Di lui l’accigliato Fassina, pensando di deriderlo, ha detto “è simpatico”. Di questi tempi agli italiani basta e avanza.

  • agbiuso

    Ottobre 4, 2014

    Norma Rangeri si chiede dunque: “A che serve un par­tito se si cam­bia verso per vin­cere nelle urne con un pro­gramma vago al punto da poter poi essere riem­pito con le riforme berlusconiane?
    La meta­mor­fosi poli­tica ope­rata dal ren­zi­smo rap­pre­senta, nei con­te­nuti e dun­que anche nelle forme, un pas­sag­gio del testi­mone dal vec­chio Ber­lu­sconi al nuovo leader Renzi”.

    ============
    Partito rottamato
    di Norma Rangeri, il manifesto 4.10.2014

    Nel disfa­ci­mento delle ideo­lo­gie e delle forme nove­cen­te­sche di orga­niz­za­zione e di par­te­ci­pa­zione, l’unico par­tito a resi­stere nella crisi del sistema poli­tico ita­liano era il Pd. I dati del tes­se­ra­mento dif­fusi da Repub­blica sem­brano togliere di mezzo quest’ultima, resi­dua ano­ma­lia del nostro assetto costituzionale.

    In un anno, dal 2013 a oggi, gli iscritti al Par­tito demo­cra­tico sareb­bero pas­sati da oltre 500 mila a 100 mila. Con intere regioni, tutto il sud del paese, dove il tes­se­ra­mento non sarebbe nep­pure ini­ziato. L’entità del crollo effet­ti­va­mente è impres­sio­nante. Ma dav­vero ci stupisce?

    La per­dita di cen­ti­naia di migliaia di iscritti e quindi di tan­tis­simi mili­tanti, innan­zi­tutto sfata una leg­genda che cir­con­dava la moder­nità del nuovo pro­getto di orga­niz­za­zione del con­senso per­ché, al contrario,fa capire che non è poi tanto con­di­viso un modello di par­tito leg­gero, flut­tuante, con una debole identità.

    Del resto se c’è un uomo solo al comando, se la discus­sione è tol­le­rata e il dis­senso «spia­nato», se con le pri­ma­rie l’elettore conta quanto l’iscritto (come recita l’articolo 1 dello sta­tuto), se in defi­ni­tiva il corpo è rot­ta­mato e l’anima vitu­pe­rata, la «ditta» prima diventa pre­ca­ria, poi viene licen­ziata. In que­sto caso con giu­sta causa: la mar­cia a tappe for­zate verso il Par­tito della Nazione. A che serve un par­tito se si cam­bia verso per vin­cere nelle urne con un pro­gramma vago al punto da poter poi essere riem­pito con le riforme berlusconiane?

    La meta­mor­fosi poli­tica ope­rata dal ren­zi­smo rap­pre­senta, nei con­te­nuti e dun­que anche nelle forme, un pas­sag­gio del testi­mone dal vec­chio Ber­lu­sconi al nuovo lea­der Renzi. L’obiettivo, dal punto di vista dell’immagine, dell’impatto media­tico è rivol­gersi diret­ta­mente al popolo. E per­sino le parole sono le stesse del recente pas­sato («la gente è con me», «il cam­bia­mento sono io», fino a «l’Italia è il paese che amo»).

    Per que­sto fun­ziona per­fet­ta­mente il modello-azienda, vanno bene i club, con gli impren­di­tori in prima fila a finan­ziare il comi­tato elet­to­rale, come nella migliore tra­di­zione della destra ame­ri­cana. Per­sino i cir­coli, o un gior­nale da appen­dere a quelle vec­chie bache­che di quar­tiere diven­tano inu­tili arnesi.

    L’ex segre­ta­rio del Pd rea­gi­sce con durezza («un par­tito fatto solo di elet­tori non è più un par­tito»). Ma se vogliamo essere one­sti, Ber­sani lo sta­tuto lo ha modi­fi­cato solo per far cor­rere Renzi alle primarie.

    Rangeri si chiede dunque: “A che serve un par­tito se si cam­bia verso per vin­cere nelle urne con un pro­gramma vago al punto da poter poi essere riem­pito con le riforme berlusconiane?
    La meta­mor­fosi poli­tica ope­rata dal ren­zi­smo rap­pre­senta, nei con­te­nuti e dun­que anche nelle forme, un pas­sag­gio del testi­mone dal vec­chio Ber­lu­sconi al nuovo leader Renzi”.

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    Partito rottamato
    di Norma Rangeri, il manifesto 3.10.2014

    Nel disfa­ci­mento delle ideo­lo­gie e delle forme nove­cen­te­sche di orga­niz­za­zione e di par­te­ci­pa­zione, l’unico par­tito a resi­stere nella crisi del sistema poli­tico ita­liano era il Pd. I dati del tes­se­ra­mento dif­fusi da Repub­blica sem­brano togliere di mezzo quest’ultima, resi­dua ano­ma­lia del nostro assetto costituzionale.

    In un anno, dal 2013 a oggi, gli iscritti al Par­tito demo­cra­tico sareb­bero pas­sati da oltre 500 mila a 100 mila. Con intere regioni, tutto il sud del paese, dove il tes­se­ra­mento non sarebbe nep­pure ini­ziato. L’entità del crollo effet­ti­va­mente è impres­sio­nante. Ma dav­vero ci stupisce?

    La per­dita di cen­ti­naia di migliaia di iscritti e quindi di tan­tis­simi mili­tanti, innan­zi­tutto sfata una leg­genda che cir­con­dava la moder­nità del nuovo pro­getto di orga­niz­za­zione del con­senso per­ché, al contrario,fa capire che non è poi tanto con­di­viso un modello di par­tito leg­gero, flut­tuante, con una debole identità.

    Del resto se c’è un uomo solo al comando, se la discus­sione è tol­le­rata e il dis­senso «spia­nato», se con le pri­ma­rie l’elettore conta quanto l’iscritto (come recita l’articolo 1 dello sta­tuto), se in defi­ni­tiva il corpo è rot­ta­mato e l’anima vitu­pe­rata, la «ditta» prima diventa pre­ca­ria, poi viene licen­ziata. In que­sto caso con giu­sta causa: la mar­cia a tappe for­zate verso il Par­tito della Nazione. A che serve un par­tito se si cam­bia verso per vin­cere nelle urne con un pro­gramma vago al punto da poter poi essere riem­pito con le riforme berlusconiane?

    La meta­mor­fosi poli­tica ope­rata dal ren­zi­smo rap­pre­senta, nei con­te­nuti e dun­que anche nelle forme, un pas­sag­gio del testi­mone dal vec­chio Ber­lu­sconi al nuovo lea­der Renzi. L’obiettivo, dal punto di vista dell’immagine, dell’impatto media­tico è rivol­gersi diret­ta­mente al popolo. E per­sino le parole sono le stesse del recente pas­sato («la gente è con me», «il cam­bia­mento sono io», fino a «l’Italia è il paese che amo»).

    Per que­sto fun­ziona per­fet­ta­mente il modello-azienda, vanno bene i club, con gli impren­di­tori in prima fila a finan­ziare il comi­tato elet­to­rale, come nella migliore tra­di­zione della destra ame­ri­cana. Per­sino i cir­coli, o un gior­nale da appen­dere a quelle vec­chie bache­che di quar­tiere diven­tano inu­tili arnesi.

    L’ex segre­ta­rio del Pd rea­gi­sce con durezza («un par­tito fatto solo di elet­tori non è più un par­tito»). Ma se vogliamo essere one­sti, Ber­sani lo sta­tuto lo ha modi­fi­cato solo per far cor­rere Renzi alle primarie.

    La poli­tica di oggi, pro­prio per rin­no­varsi, avrebbe biso­gno più che mai di tor­nare a un vec­chio metodo poli­tico, basato sulla par­te­ci­pa­zione, sul con­fronto diretto delle per­sone, sulla discus­sione men­tre ci si guarda negli occhi.

    Come ha inse­gnato il fem­mi­ni­smo, l’unico movi­mento che ha saputo unire vita e poli­tica. Digi­tare slo­gan o frasi a effetto sui social net­work, que­sto modo gril­lino di fare poli­tica è altret­tanto inef­fi­cace delle fumose, inter­mi­na­bili, inu­tili riu­nioni sulla «giu­sta linea» da tra­smet­tere dal ver­tice alla base.

    Sarebbe ora di inver­tire la rotta e anzi­ché «scen­dere» in poli­tica, si dovrebbe rico­min­ciare a «salire».

  • agbiuso

    Ottobre 3, 2014

    Nel 2013 il Partito Democratico ha avuto 539.354 iscritti. Di costoro soltanto meno di 100.000 hanno sinora rinnovato la tessera.
    Sempre troppi.

  • agbiuso

    Ottobre 2, 2014

    Renzi: «Noi non siamo un club di filosofi, noi siamo un partito politico».
    Costui ignora Platone, ignora il legame tra politica e filosofia. E ignora tanto, tanto altro.

  • agbiuso

    Settembre 29, 2014

    Finalmente anche gli intellettuali di sinistra affermano con chiarezza che ciò che fa la differenza non è il nuovo in quanto tale ma i contenuti che il nuovo propone.

    ==========
    Il vecchio e il nuovo
    di Piero Bevilacqua, il manifesto 28.9.2014

    Renzi defi­ni­sce con­ser­va­tori i com­pa­gni del suo par­tito, che resi­stono all’abolizione defi­ni­tiva dell’art. 18. Non è la prima volta, negli ultimi anni, che nel dibat­tito poli­tico esplode il motivo del con­flitto tra con­ser­va­tori e inno­va­tori. Con un rove­scia­mento di senso rispetto a quel che nor­mal­mente signi­fi­cano que­sti due termini.

    È un col­lau­dato arti­fi­cio reto­rico per met­tere in dif­fi­coltà chi difende diritti e con­qui­ste sociali con­so­li­dati, bol­lan­dolo come oppo­si­tore delle splen­dide novità por­tate dalla sto­ria che avanza. Ci sarebbe da chie­dersi se tutto il nuovo che si rea­lizza nel corso del tempo cor­ri­sponda ad aspi­ra­zioni gene­rali, porti bene­fici per tutti.

    Pren­diamo ad esem­pio il campo della scienza, quello che al senso comune appare come il campo trion­fante del pro­gresso. Dav­vero tutto l’avanzamento scien­ti­fico dell’età con­tem­po­ra­nea è andato a bene­fi­cio dell’umanità?

    La bomba ato­mica è stata una delle più grandi inno­va­zioni scien­ti­fi­che del ’900. In campo mili­tare si è pas­sato dalle armi per com­bat­tere un nemico sul ter­reno a uno stru­mento di geno­ci­dio, di can­cel­la­zione di tutto il vivente. Mi pare dif­fi­cile ascri­verla tra i pro­gressi dell’umanità.

    L’amianto è un magni­fico mate­riale igni­fugo, che ha tro­vato infi­nite appli­ca­zioni indu­striali. È un vero pec­cato che esso induca il tumore mor­tale alla pleura o al pol­mone. Ma quella magni­fica inno­va­zione ci è costata e con­ti­nua a costarci migliaia di morti all’anno oltre alle somme ingenti per eli­mi­narlo da case e aziende.

    Anche i gas clo­ro­fluo­ro­car­buri, quelli che ser­vi­vano alla refri­ge­ra­zione, rap­pre­sen­ta­vano una geniale inno­va­zione chi­mica. Com è noto, lace­rano lo strato atmo­sfe­rico dell’ozono ed espon­gono gli esseri viventi a raggi solari che alte­rano la strut­tura del dna. Dun­que, non sem­pre andare avanti signi­fica miglio­rare le cose.

    Que­sta idea che cam­biando l’esistente si approdi neces­sa­ria­mente al meglio, che andando più in là si diventi più felici che stando qui, è un vec­chio cascame cul­tu­rale soprav­vis­suto all’illuminismo. È una super­sti­zione pae­sana, e ora dispo­si­tivo reto­rico di un ceto poli­tico senza pro­spet­tive, che crede di cam­biare il mondo cam­biando il senso delle parole.

    Ma poi è sem­pre da con­dan­nare la con­ser­va­zione? Chi si oppone a che un ter­ri­to­rio verde venga coperto col cemento di nuove costru­zioni genera un danno alla col­let­ti­vità o crea qual­che van­tag­gio agli abi­tanti del luogo e più in gene­rale ai viventi? Chi lotta per­ché la via Appia non divenga luogo di lot­tiz­za­zione per vil­lette pri­vate è cer­ta­mente un con­ser­va­tore: vuole pre­ser­vare le pie­tre di due­mila anni fa da edi­fici nuovi fiam­manti. Ma chi esprime rispetto per la bel­lezza e la gran­dezza del nostro pas­sato, chi ha una idea di società meno spi­ri­tual­mente gretta, chi pro­pone la visione di un pae­sag­gio irri­pro­du­ci­bile da godere col­let­ti­va­mente, chi si fa carico delle nuove gene­ra­zioni, chi esprime un senso dell’interesse gene­rale e del bene comune: è da met­tere alla gogna? Tutto que­sto distil­lato di civiltà dob­biamo but­tarlo via per­ché è vecchio?

    Ma la reto­rica con­tro i con­ser­va­tori ha avuto come ber­sa­glio pre­va­lente le tutele dei lavo­ra­tori. Tanto il centro-sinistra quanto il centro-destra hanno aperto una vasta brec­cia di inno­va­zione nel mondo del lavoro: hanno inau­gu­rato l’era del lavoro precario:lavoro in affitto, a pro­getto, inte­ri­nale, som­mi­ni­strato, ecc. Un flo­ri­le­gio mai visto di inno­va­zioni legislative.

    In Ita­lia la For­nero è riu­scita a creare una figura unica nel suo genere: gli eso­dati, lavo­ra­tori senza sala­rio e senza pen­sione. Nes­suno può dire che non si tratti di una inno­va­zione. Sta­bi­lire a van­tag­gio di chi è altra questione.

    Anche il pre­si­dente della Repub­blica, nella discus­sione intorno all’articolo 18, ha por­tato un rile­vante con­tri­buto di inno­va­zione. Lo ha fatto sul piano del lin­guag­gio. Ha esor­tato il governo e i suoi ad avere più corag­gio. Corag­gio a ren­dere più facil­mente licen­zia­bili ope­rai e impie­gati, coloro che ten­gono in piedi l’economia e i ser­vizi del paese, spesso per un misero sala­rio, coloro che talora entrano ed escono dalla cassa inte­gra­zione, che si infor­tu­nano, che sul lavoro ci muoiono,che rinun­ciano alla mater­nità, che vivono nell’angoscia di un licen­zia­mento che può get­tarli in strada da un momento all’altro. Non siamo di fronte a una innovazione?

    Chi è, nel senso comune uni­ver­sale, corag­gioso? Cer­ta­mente colui che affronta un avver­sa­rio più forte, che alza la voce con­tro chi sta in alto. Ad esem­pio chi mette in atto una poli­tica fiscale con­tro le grandi ric­chezze, chi cri­tica l’arrogante poli­tica bel­lica degli Usa, chi cerca di limi­tare l’arricchimento pri­vato di tante pub­bli­che pro​fes​sioni​. Il pre­si­dente della Repub­blica capo­volge la verità sto­rica e anche quella delle parole e si schiera con­tro i lavo­ra­tori del suo paese. A favore degli impren­di­tori, che così potranno disporre in piena e com­pleta libertà della forza– lavoro. Come fac­ciamo a non con­si­de­rarlo un innovatore?

    Ma que­sta inno­va­zione ci porta “avanti”? Inde­bo­lire la classe ope­raia, dun­que il lavoro pro­dut­tivo non sem­bra che fac­cia avan­zare le società del nostro tempo. La vasta ricerca di T.Piketty, (Il capi­tale nel XXI secolo, Bom­piani) mostra al con­tra­rio come l’ineguaglianza che si va accu­mu­lando, stia facendo ritor­nare indie­tro la ruota della sto­ria. Misu­rando il peso cre­scente che l’eredità va assu­mendo nelle società indu­striali odierne, egli ricorda che «il pas­sato tende a divo­rare il futuro:le ric­chezze pro­ve­nienti dal pas­sato cre­scono auto­ma­ti­ca­mente, molto più in fretta – e senza dover lavo­rare – delle ric­chezze pro­dotte dal lavoro, sul cui fon­da­mento è pos­si­bile rispar­miare. Il che, quasi ine­vi­ta­bil­mente, porta ad asse­gnare un’importanza smi­su­rata e dura­tura alle disu­gua­glianze costi­tui­tesi nel pas­sato, e dun­que all’eredità».
    Le mort sai­sit le vif, si diceva un tempo, il morto tra­scina il vivo, il pas­sato ingoia il pre­sente. I nova­tori che avan­zano innal­zando i loro ves­silli cor­rono in realtà verso il pas­sato. L’innovazione dei corag­giosi capo­volge non solo la verità morale delle parole, ma anche il corso, pre­teso pro­gres­sivo, della sto­ria del mondo.

  • agbiuso

    Settembre 28, 2014

    10 figurine 10 del governo Renzi-Berlusconi-Napolitano,
    di Adriano Todaro su girodivite.it

  • agbiuso

    Settembre 28, 2014

    “Un bel +7.1% di morti rispetto all’analogo periodo del 2013.
    489 morti ad oggi e lui pensa all’abolizione dell’articolo 18…
    Fabbriche trasformate in cimiteri, diritti in carta straccia.
    Evviva i salottini buoni e i consulenti alla Marchionne e alla sinistra che la trionferà”

    Fabbriche cimitero

  • agbiuso

    Settembre 28, 2014

    Grazie Pasquale per questa segnalazione molto significativa.

    Colombo ha perfettamente ragione nell’evidenziare che “Renzi stava festosamente accanto alla persona che ha sottratto all’Italia l’intera tassazione Fiat. C’è un insegnamento in questa serie di modesti eventi. C’è la storia del come si liquida l’uguaglianza, mito e fatti”

    e che “non c’è bisogno di dire (e sarebbe ridicolo) che Renzi partecipa alla grande operazione mondiale di fine dell’uguaglianza. Semplicemente è uno che ha visto quanto potere puoi gestire se fai l’agente per l’Italia della grande offensiva contro l’uguaglianza.”

    Tutto questo è lampante e però milioni di persone vengono convinte a non vederlo.
    La potenza dell’informazione manipolata è immensa.

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 28, 2014

    La ricchezza ha vinto: l’uguaglianza è morta
    di Furio Colombo | 28 settembre 2014

  • agbiuso

    Settembre 27, 2014

    Il Partito Comunista Italiano stava dalla parte dei lavoratori. Il Partito Democratico sta dalla parte di Marchionne, della Fiat predatoria.
    La parola che definisce questo Partito è una sola ed è ovvia: traditori.
    Ma la tragedia sono gli iscritti e i militanti che non se ne sono accorti. Erano stati ben addestrati all’ubbidienza.

  • agbiuso

    Settembre 26, 2014

    Grazie Pasquale.
    Una relazione ottima perché informata, sobria e nello stesso tempo esplicita nel dire ciò che va detto. Così si comprende meglio in che senso il Partito Democratico sia -per l’appunto- un partito reazionario. Un partito in mano a un gruppo dirigente di vecchi democristiani. E dunque del tutto sottomesso alla Conferenza Episcopale Italiana.

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 26, 2014

    Da noi, in un contesto sociale molto simile, la destra approva invece leggi incivili (come per esempio la legge 40) e formazioni che si dichiarano di sinistra hanno una paura boia ad archiviarle e ad attuare un’agenda laica, anche quando ci sarebbero i numeri in parlamento e, secondo i sondaggi, ce ne sarebbero ancora di più nella popolazione. Siamo ormai una realtà a se stante e quasi incomprensibile, dove aspirare a vivere in un normale paese europeo è ormai un pensiero rivoluzionario.

    Con questo appunto termina una succinta relazione dalla Spagna apparsa oggi sul bollettino quotidiano della Unione Atea Razionalista (italiana). Per chi volesse qui il link: Il fallimento della controriforma spagnola sull’aborto

    Altro dire non vo’.

  • Biuso

    Settembre 26, 2014

    «In Italia ci sono reazioni di resistenza al cambiamento» (Renzi e i suoi ministri, 2014) . «In Germania ci sono reazioni di resistenza al cambiamento» (Hitler e i suoi ministri, 1933).
    La banalità al potere.

  • Biuso

    Settembre 25, 2014

    Ci sono principî che hanno un significato insieme pragmatico e simbolico.
    L’articolo 18 sulla licenziabilità dei lavoratori senza giusta causa fa parte di tale categoria.

    Consiglio anche l’attenta analisi in proposito di Aldo Giannuli.

    ===============
    L’#articolo18 non si tocca

    Qui, qualcuno deve ancora spiegare le ragioni per cui togliere diritti ai lavoratori come l’abolizione dell’articolo 18 possa far ripartire l’economia. Senza certezze un lavoratore investirà di meno, la banca gli negherà un prestito. Qualcuno ci prende per il culo parlando di “conservatorismi” dopo che è stato mantenuto dagli italiani a fare il “poitico” come deputato dal 1953 (Napolitano, ndr).
    Una riforma per ricattare i lavoratori che possono essere licenziati senza giusta causa. E perchè? Perchè ce lo chiede l’Europa… ma l’Europa, con rispetto parlando, può andarsene a fanculo. I lavoratori si sono guadagnati quei diritti minimi con decenni di lotte e non li cederanno alla massoneria o alle banche che hanno distrutto intere economie con la bancarotta della finanza del 2008. L’equazione che vogliono far passare questi pescecani è semplice: chiudere i buchi della finanza internazionale con la sottrazione dei diritti sociali. Trasformare i lavoratori in schiavi. E per farlo, da noi hanno messo lì un vecchio e un bambino. L’articolo 18 non si tocca.

  • agbiuso

    Settembre 24, 2014

    Contro riforma
    di Andrea Fabozzi, il manifesto 23.9.2014

    Che la parola «riforma» ormai non signi­fi­chi più niente, o comun­que niente di buono, lo prova la sto­ria dell’articolo 81 della Costi­tu­zione. «Rifor­mato» in appena sei mesi tra la fine dell’ultimo governo Ber­lu­sconi e la breve sta­gione di Monti. All’apogeo delle lar­ghe intese, il vin­colo del pareg­gio di bilan­cio fu inse­rito nella Carta con 14 voti con­trari su 650, acco­gliendo pro­po­ste con­ver­genti di Ber­lu­sconi e Ber­sani. Nean­che i più ottusi rigo­ri­sti euro­pei chie­de­vano di met­tere il vin­colo diret­ta­mente in Costi­tu­zione; l’Italia minac­ciata di troika volle strafare.

    Così oggi Renzi, quando si atteg­gia ad avver­sa­rio dell’austerità, dimen­tica di dire che il nostro paese ha l’austerità scol­pita nella legge fon­da­men­tale. E che il governo la riven­dica, altri­menti avrebbe aggiunto l’articolo 81 alla lista dei qua­ranta e più arti­coli della Carta che sta impo­nendo alle camere di riscri­vere. Adesso la sini­stra che non era allora in par­la­mento, assieme a un po’ di depu­tati del Pd rin­sa­viti, a diverse asso­cia­zioni, alla Fiom e ai costi­tu­zio­na­li­sti che non cre­dono troppo nella pro­po­sta di refe­ren­dum abro­ga­tivo già in campo (per­ché limi­tata negli effetti e a rischio boc­cia­tura della Con­sulta) ten­tano la strada della legge costi­tu­zio­nale di ini­zia­tiva par­la­men­tare. Per boni­fi­care l’articolo 81, ripor­tan­dolo dal pre­cetto ragio­ne­ri­stico di quasi 20 righe che è diven­tato all’originario e sem­plice prin­ci­pio di coper­tura delle spese.
    Se quella era una «riforma», dob­biamo dun­que affi­darci a una «con­tro­ri­forma» che in realtà ha il segno pro­gres­si­sta del rifor­mi­smo vero e recu­pera i «diritti fon­da­men­tali delle per­sone» al cen­tro della finanza pub­blica. In que­sto modo una legge di bilan­cio che tagliasse i ser­vizi pub­blici essen­ziali e inve­stisse in armi da guerra, per esem­pio, sarebbe cen­su­ra­bile dalla Con­sulta con più cer­tezza di quanto, a parere di diversi costi­tu­zio­na­li­sti, non lo sia già oggi. Anni­chi­lita dalle scon­fitte, la sini­stra trova ancora una volta nella Costi­tu­zione «for­male» e nella bat­ta­glia per la sua piena appli­ca­zione l’ultimo ter­reno di resi­stenza. Magari il primo dal quale ten­tare una mossa.

  • agbiuso

    Settembre 23, 2014

    Televideo, 23/09/2014 20:00

    Bersani: “Renzi governa con il mio 25%”

    Renzi ha preso il 40%? “Con il mio 25% il presidente del Consiglio sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto”.
    Lo afferma l’ex segretario del Pd, Bersani, a ‘diMartedì’, in onda questa sera su La7. L’ex segretario poi rileva: “A Renzi dico che le accuse che mi muove lui sono le stesse di Tremonti e Fornero”.
    E avverte: “C’è qualcuno che immagina di fare del Pd il partito unico di destra e sinistra. Questo se lo togliessero dalla testa”.

  • agbiuso

    Settembre 23, 2014

    Anche Padellaro vede all’opera il grottesco autoritarismo da Stato libero di Bananas

    ========
    Articolo 18: Napolitano, metodi da Stato di Bananas
    di Antonio Padellaro | il Fatto Quotidiano, 23 settembre 2014

    Chissà come saranno fischiate le orecchie ai vari Bersani, D’Alema, Civati, Fassina, Chiti, Bindi, Cuperlo, Cofferati e ai tanti altri che nel Pd non intendono piegarsi all’editto di Matteo Renzi sull’abolizione dell’articolo 18. E chissà come si comporterà adesso la minoranza formata dai 110 deputati e senatori democratici decisa a dare battaglia nelle aule parlamentari sul Jobs Act, ma anche sulla legge di Stabilità, quando ieri sera si è vista arrivare tra capo e collo il super editto di Giorgio Napolitano.

    Perché se il Colle intima lo stop ai “corporativismi e conservatorismi” che impediscono l’avvio di “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione” c’è poco da fare. O si piega la testa e ci si ritira in buon ordine o si prosegue la battaglia in un clima di caccia alle streghe. Perché nella lunga storia repubblicana mai era accaduto che il confronto democratico nella stessa maggioranza e nello stesso partito subisse una pressione così prepotente e su materie sensibili come i diritti e il lavoro a opera del suo stesso leader e premier in combutta con il Quirinale.

    Appena la sinistra Pd e la Cgil hanno provato a dire che sui licenziamenti senza garanzie non erano d’accordo, cosa del tutto naturale, è partita la katiuscia. Con tanto di videomessaggio alla nazione, Renzi si è scagliato contro la “vecchia guardia che vuole lo scontro ideologico”, mentre con metodi da prefetto di disciplina la Serracchiani ha ricordato ai reietti “di essere stati eletti con e grazie al Pd” quando peraltro segretario non era Renzi, ma Bersani. Poiché non era bastato a fermare la fronda, ecco che scende in campo il capo dello Stato, che da tempo ha smesso i panni del super partes per schierarsi con il patto del Nazareno. Gli è andata bene quando ha spinto per la riduzione del Senato a ente inutile. Meno quando ha preteso l’elezione dell’indagato Bruno e di Violante alla Consulta. Adesso entra a gamba tesa nel dibattito interno del Pd e sulle decisioni del Parlamento. Metodi non da democrazia costituzionale, ma da libero Stato di bananas.

  • agbiuso

    Settembre 20, 2014

    Anche per il manifesto Renzi è un vecchio arnese delle ideologie che fingono di non esserlo.

  • agbiuso

    Settembre 19, 2014

    Renzi: “Per sanare l’ingiusta differenza tra i lavoratori a tempo determinato e i precari, renderemo tutti quanti precari”.
    Costui è un genio della questione sociale. (Mi ricorda le soluzioni del Dittatore dello stato libero di Bananas).

  • agbiuso

    Settembre 17, 2014

    Renzi: la produzione di menzogna a mezzo di menzogna.

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    Il paese che amo
    di Norma Rangeri, il manifesto 17.9.2014

    Non sem­pre la reto­rica è l’arte dell’occultamento della verità, né l’abilità ora­to­ria è sem­pre lo stru­mento di chi è a corto di con­te­nuti. Lo diventa però quando per 200 giorni il pre­si­dente del con­si­glio con­ti­nua a can­tare la stessa can­zone, o me o il dilu­vio, aggior­nan­dola con il refrain dei mille giorni che cam­bie­ranno l’Italia e l’Europa. E se l’onorevole Renato Bru­netta pole­mizza con «l’aria fritta» del pre­mier, que­sta volta biso­gna cre­der­gli essendo uno dei mas­simi esperti del ramo.

    È la reto­rica distil­lata dei luo­ghi comuni della destra. Chi si spacca la schiena e chi man­gia tar­tine ai con­ve­gni. I mana­ger valo­rosi che man­dano avanti l’industria, i magi­strati che non tro­vano di meglio che inda­garli e i gior­nali che ne rife­ri­scono. Fino all’intramontabile slo­gan «que­sto è il paese che amo» da con­trap­porre al lamento del “benaltrismo”.

    Nel suo appas­sio­nato elo­gio del ren­zi­smo, Renzi si è rivolto alla «sini­stra più dura» un paio di volte, nel ten­ta­tivo di mostrare che quella vera siede a palazzo Chigi e ha le sue stelle polari nella mini­stra Boschi e nel col­lega Poletti. La ridu­zione della rap­pre­sen­tanza e la pre­ca­rietà a vita costi­tui­reb­bero i due prin­ci­pali pila­stri della costru­zione della città futura. Come se l’abolizione delle pro­vince e il declas­sa­mento del senato fos­sero dav­vero «la più grande ridu­zione di ceto poli­tico della sto­ria». I con­si­glieri pro­vin­ciali, al con­tra­rio, sono sem­pre li, sep­pure eletti dai poli­tici locali (pro­du­zione di ceto poli­tico a mezzo di ceto poli­tico) e così pure i sena­tori, dimez­zati è vero, ma con i poveri “gufi” della «sini­stra più dura» che pro­po­ne­vano di dimez­zare anche i depu­tati senza tut­ta­via toc­care il diritto di eleg­gere il parlamento.

    L’occultamento della verità pro­se­gue nel secondo capi­tolo della rivo­lu­zione ren­ziana, quando, nel pas­sag­gio che riguarda la «riforma» del lavoro, il pre­mier non esita e minac­cia «misure d’urgenza» per cam­biare lo sta­tuto dei lavo­ra­tori, cioè per abo­lire l’articolo 18, spac­ciando la cam­pa­gna estiva della destra di Alfano e Sac­coni, e l’obbedienza ai dik­tat di Dra­ghi e Mer­kel, come una «bat­ta­glia con­tro l’ingiustizia».

    In que­sto caso la figura reto­rica che avvolge la linea d’attacco ai diritti acqui­siti è quella della gio­vane madre pre­ca­ria che non ha quelle tutele che invece pos­siede la gio­vane lavo­ra­trice dipen­dente. E allora togliamo i diritti a chi ce l’ha e final­mente trion­ferà la giu­sti­zia sociale.

    È vero, la ren­dita di posi­zione è finita per tutti, come avverte il presidente-segretario. Gli indi­ca­tori eco­no­mici che ogni giorno suo­nano la cam­pana a morto non man­cano di ricor­dar­celo: o tagliate i diritti e il costo del lavoro o sarete com­mis­sa­riati. Ma la ren­dita elet­to­rale (quei 10 milioni di elet­tori bene­fi­ciati dagli 80 euro) potrebbe finire anche per que­sto governo. «Non ho paura di andare alle ele­zioni» ha esor­dito Renzi nel suo discorso e «sono dispo­sto a rischiare il con­senso per attuare il mio programma».

    In verità si tratta di un peri­colo remoto in ogni caso, ove cedesse alla ten­ta­zione delle urne, se l’opposizione è rap­pre­sen­tata da Bru­netta e se l’informazione con­ti­nuerà ad acca­nirsi (il Tg7 di metà mat­tina: «Il pre­mier ha par­lato in un clima di non pieno con­senso del par­la­mento»), in effetti le ele­zioni potrebbe anche vincerle.

  • agbiuso

    Settembre 14, 2014

    Non avrei immaginato di poter concordare con alcune affermazioni di…Eugenio Scalfari.
    Finalmente anche costui ha compreso che il Partito Democratico non è altro che la peggior Democrazia Cristiana risorta dalle sue ceneri e fondata sull’accordo con Berlusconi.

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    Nella Dc, Alcide De Gasperi era un politico con l’ideologia cattolico-liberale; Fanfani aveva un’ideologia cattolico-sociale; Moro un’ideologia cattolico-democratica. Andreotti non era ideologo, come ai suoi tempi Talleyrand. Voleva il potere subito e oggi. Con la destra, con i socialisti, con il Pci, con la famiglia Bontade, contro la famiglia Bontade.

    Senza passato e senza futuro.

    Ai tempi nostri Berlusconi è stato la stessa cosa. Scrive Giuliano Ferrara sul “Foglio” di giovedì scorso che al cavaliere di Arcore sarebbe piaciuto di governare la destra moderata guidando un suo partito di sinistra. Questo sarebbe stato il suo capolavoro. Del resto la sua azienda lavorava per Forlani e per Craxi: da sinistra per la destra. Non sarebbe stato un capolavoro? Per un pelo non ci riuscì e fu tangentopoli ad aprirgli le porte del potere. E Renzi? Nell’articolo intitolato (non a caso) “L’erede”, Ferrara scrive: “Renzi sta costruendo una sinistra post-ideologica in una versione mai sperimentata in Italia e volete che un vecchio e intemerato berlusconiano come me non si innamori del boy-scout della provvidenza e non trovi mesta l’aura che circonda il nuovo caro leader?”.

    Mi pare molto significativo quest’entusiasmo di un berlusconiano intemerato al caro boy-scout post-ideologico della provvidenza. Ma il Pd? Come reagisce la sua classe dirigente e soprattutto i parlamentari? I parlamentari, salvo qualche eccezione, sono molto giovani e per ora stanno a guardare. Gli interessa soprattutto andare fino in fondo alla legislatura. Ma la classe dirigente renziana ha una univoca provenienza: viene dalla costola rutelliana della Margherita. La documentazione è fornita con molta completezza (sempre sul “Foglio” dello stesso giorno) da Claudio Cerasa.

    Non c’è un solo nome renzista che provenga dal Pci-Pds-Ds. Nessuno. Margherita rutelliana. Se non è Andreotti, poco ci manca.
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    Fonte: In casa Cupiello il presepio di Renzi piace a pochi, la Repubblica, 14.9.2014

  • agbiuso

    Settembre 12, 2014

    Il caso Descalzi mostra come Renzi sia ancora più convinto di Berlusconi nel difendere i corrotti scelti e insediati da lui. Si può capire: vuole superare il maestro.

  • agbiuso

    Settembre 12, 2014

    Titolo principale del manifesto del 12.9.2014:
    Operazione terrore

    “La Bce prevede il peggio per l’Italia e chiede le «riforme». Il governo ci riprova con i tagli alla sanità, il grasso che cola nella spesa pubblica. E parte la caccia ai 20 miliardi (10 servono per mantenere il bonus di 80 euro) ribattezzata «operazione terrore» da Palazzo Chigi. Ma le Regioni fanno muro: «Abbiamo già dato»”

  • agbiuso

    Settembre 12, 2014

    Dall’editoriale di oggi del manifesto:

    “Evi­den­te­mente, anche per la giu­sti­zia, l’importante è dare spet­ta­colo e ven­dere fumo. I risul­tati pro­messi non ci saranno ma gli ita­liani dimen­ti­cano facil­mente le pro­messe. E, poi, si potrà sem­pre dire che la colpa dell’insuccesso è dei «gufi», degli intel­let­tuali disfat­ti­sti, dei pro­fes­so­roni che «remano con­tro», per ripren­dere l’espressione del Ber­lu­sconi dei tempi d’oro (di cui l’ex sin­daco di Firenze si mostra ogni giorno di più disce­polo dili­gente anche nel metodo)“.

    La grande riforma se ne va in ferie
    di Livio Pepino, 12.9.2014

  • agbiuso

    Settembre 11, 2014

    Una riflessione esemplare, questa di Robecchi, che coniuga l’analisi critica dell’ideologia (e che ideologia!) con l’assoluta concretezza delle condizioni alle quali sono costrette a sottostare le persone.
    Ne emerge un quadro terrificante, una menzogna capillare, diffusa, inaccettabile.

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    Il capolavoro di Renzi: l’invidia sociale trasferita ai piani bassi
    di Alessandro Robecchi

    Con tutta ‘sta pippa della crisi dell’ideologia, e che l’ideologia è morta, e che ormai “ideologico” pare un insulto peggio che “pedofilo” o “truffatore”, si sta perdendo di vista un piccolo dettaglio: che l’ideologia è viva e lotta insieme a noi. Anzi, contro di noi. E un caso di scuola ci viene dalle recenti imprese del governo Renzi, prima tra tutte quella del blocco degli stipendi del pubblico impiego: circa tre milioni di lavoratori per una “manovra” (un pezzettino di quella manovra correttiva che “non ci sarà”, ma invece c’è eccome) da circa tre miliardi.
    Non si entrerà qui nel merito del provvedimento: secondo la Cgil l’introito medio perso da ogni lavoratore sarà di circa 600 euro nel 2015, come dire che gli statali renderanno nel 2015 i famosi ottanta euro ricevuti nel 2014, e vabbé.
    Si vuole invece affrontare qui il discorso, per l’appunto, ideologico. Come si sa, il governo Renzi gode di grande sostegno e popolarità, e come si sa è sostenuto quasi militarmente da alcune falangi di fedelissimi piuttosto acritici, soldatini sempre in piedi dei social network. E’ bene ascoltarli, perché sono loro a tradurre in parole nette l’ideologia corrente. Il più chiaro esempio di vulgata renzista di fronte al blocco degli stipendi pubblici (praticamente un taglio, specie se si pensa che il 2015 sarà il quinto anno consecutivo di blocco) è il seguente: “Gli statali hanno un lavoro”. Di più: “un lavoro fisso”. Che sia un lavoro pagato poco, sì, lo dicono anche loro (specie quando parlano di docenti, maestri e professori, notevole base elettorale) ma per ora è quel “posto fisso” che disturba, che offende, che indigna.
    Prima lezione di ideologia: invece di battersi per un “posto fisso”, o almeno dignitoso e minimamente garantito per tutti, si demonizza chi ce l’ha. Insomma, il meccanismo è semplice: si prende un diritto che a molti è ingiustamente precluso e lo si chiama “privilegio”, additandolo al pubblico ludibrio. Ora ci sono due componenti di questa posizione altamente ideologica che si sposano mirabilmente. Il primo è la lenta, ma inesorabile, distruzione dell’immagine del dipendente pubblico. Una cosa che prosegue da anni e anni: è ladro, non lavora, va al bar, eccetera.
    Il secondo dato ideologico è la vera vittoria del renzismo: aver trasferito l’invidia sociale ai piani bassi della società. Quella che una volta si chiamava lotta di classe (l’operaio con la Panda contro il padrone con la Ferrari) e che la destra si affannava a chiamare “invidia sociale”, ora si è trasferita alle classi più basse (il precario con la bici contro l’avido e privilegiato statale con la Panda). Insomma, mentre le posizioni apicali non le tocca nessuno (né per gli ottanta euro, né per altre riforme economiche è stato preso qualcosa ai più ricchi), si è alimentata una feroce guerra tra poveri. Una costante corsa al ribasso che avrà effetti devastanti.
    Perché se oggi un precario può dire al dipendente pubblico che è privilegiato, domani uno che muore di fame potrà indicare un precario come “fortunato”, e via così, sempre scavando in fondo al barile. Si tratta esattamente, perfettamente, di un’ideologia. Chissà, forse qualcuno farà notare che considerare privilegiato un professore a 1.500 euro al mese non è sano né giusto. Specie se a quel “posto fisso” così scandaloso sono aggrappati figli precari o mogli sottopagate, se quel “posto fisso”, insomma, è – oltreché un diritto che dovrebbero avere tutti – un surrogato del welfare che dovrebbe esserci – e non c’è.

  • agbiuso

    Settembre 11, 2014

    Caro Pasquale,

    leggerò con l’attenzione che merita l’articolo dedicato al rapporto Usa-Isis.
    
Intanto ti ringrazio per questa bellissima tua pagina di libertà civile, di libertà esistenziale e dunque anche politica in un senso ben diverso rispetto a quello che descrivi e stigmatizzi con la ferocia che merita.

    Condivido per intero le tue parole: la rivolta non è di là da venire, la ribellione è oggi. 

    La rivolta è in ogni istante in cui pensiamo, comprendiamo, scriviamo contro i tiranni.

    La rivolta è nel rifiuto dei tanti compromessi che ci vengono proposti e imposti nella nostra vita professionale da parte di forze corrotte che vanno da CL alla mafia. Ricordo -soltanto a mo’ di esempio- quello che per questo mi accadde alcuni anni fa.

    La rivolta è nel non rassegnarsi mai al fatalismo, al pessimismo, al qualunquismo, alla militanza. E quindi non aderire ad alcun progetto politico -tanto meno a un partito o a un movimento- come si aderisce a una chiesa, dandogli sempre ragione anche quando agisce in modo opposto alle ragioni che ci avevano spinto ad aderire a quel partito o a quel movimento.

    La rivolta è nel non concedere dentro di noi esistenza, valore e legittimità a queste figure del niente, a questi spettri che sono quello che sono soltanto perché qualcuno glielo riconosce, a questi «miserabili ometti passati per padri della patria o per redentori, e non pochi assassini seriali», compreso quello squallido soggetto intriso di menzogna che si trova attualmente alla presidenza del consiglio in Italia (e per il quale rinvio qui sotto all’editoriale odierno sul manifesto).

    Come tu scrivi, la nostra rivolta è ora, adesso, sempre, è «non partecipare, non colludere, non accettare, e persino dichiararsi àtei senza se nè ma con i pavidi, sia il dèclic di una rivolta che un giorno o l’altro dovrà avvenire, con l’ackeraggio totale delle reti governative, con il sabotaggio delle banche, delle pompe di benzina, con la disobbedienza».

    Étienne de La Boétie: «Potete liberarvi senza neanche provare a farlo, ma solo provando a volerlo. Siate risoluti a non servire più ed eccovi liberi». Sta qui l’inizio e il fine di ogni rivolta vera. Sta qui molto, molto prima che nei fucili.

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    Orologeria renziana
    di Norma Rangeri, il manifesto, 11.9.2014

    L’imprevisto si è mate­ria­liz­zato nella casa­matta del cre­scente potere ren­ziano, inve­stendo gli «uomini nuovi» che già si pre­pa­ra­vano a gui­dare l’amministrazione di un ter­ri­to­rio sim­bolo della sapienza ammi­ni­stra­tiva che fu. Un brutto colpo all’immagine di una squa­dra costruita per mostrare i cava­lieri e le dame della tavola rotonda votati al ser­vi­zio del Paese.

    Governo, par­tito e lea­der­ship nazio­nale sono stati col­piti dall’effetto domino dell’inchiesta sulle «spese pazze» degli ammi­ni­stra­tori dell’Emilia Roma­gna. Si vedrà se le accuse dei giu­dici (che riguar­dano tutti i gruppi emi­liani, gene­rosi in pro­fumi, gio­ielli, cene e forni a micronde), tro­ve­ranno riscon­tri pro­ces­suali. Intanto però l’evidenza di un malaf­fare, o quan­to­meno di un mal­co­stume, che ha già tra­volto il ven­tre molle della mag­gior parte dei con­si­gli regio­nali, non ha alcun biso­gno di conferme.

    E a pro­po­sito di con­ferme, ancora una volta (e nono­stante il tanto sven­to­lato rin­no­va­mento del par­tito, frutto di una costante e col­pe­vole costru­zione media­tica), quelli saliti sul carro del vin­ci­tore rea­gi­scono alla bufera giu­di­zia­ria che li riguarda nel modo peg­giore. Stril­lando con­tro «la giu­sti­zia a oro­lo­ge­ria». Rin­no­vando ai poli­tici inda­gati la fidu­cia del Pd. Tutto secondo il col­lau­dato stile del «com­plotto delle toghe» con­tro i «rap­pre­sen­tanti del popolo». È penoso assi­stere a que­sto spet­ta­colo che ormai va in scena da oltre vent’anni, secondo le solite moda­lità. Ed è penoso vedere che il ren­zi­smo, osan­nato da quasi tutti i media, sof­fre della stessa fobia anti-giudici.

    Eppure lo scon­tro tra magi­strati e poli­tici, che in que­sto momento tor­nano a incro­ciare le spade anche sulla riforma della giu­sti­zia, non è certo l’unico ter­reno comune tra il pre­si­dente del con­si­glio e il suo più forte soste­ni­tore — il pre­giu­di­cato — prov­vi­so­ria­mente ai domi­ci­liari e poli­ti­ca­mente col­lo­cato tra i ban­chi dell’opposizione.

    Sulle riforme isti­tu­zio­nali, come su quelle del mer­cato del lavoro, la scin­tilla della pro­fonda sin­to­nia ha avuto modo di accen­dersi ema­nando tutta la sua forza incen­dia­ria, durante que­sti primi sei mesi di ren­zi­smo onni­voro. Però molto fumo e poco arro­sto. I can­tori del nuovo corso plau­dono alla ripresa di ruolo della poli­tica con­tro le odiate buro­cra­zie che «gufano e rosi­cano», men­tre sen­tiamo dire che non rin­no­vare i con­tratti e iniet­tare mas­sicce dosi di pre­ca­rietà nelle deboli vene del mer­cato del lavoro sarebbe la rivo­lu­zione di sini­stra e non, pur­troppo, la replica (in peg­gio) dell’agenda Monti. E poi tagli di 20 miliardi alla spesa pub­blica e appli­ca­zione for­zata dei Trat­tati euro­pei (da ieri sor­ve­gliati dal fin­lan­dese Katai­nen, quello che voleva scam­biare i pre­stiti alla Gre­cia avendo in pegno il Partenone).

    Per farsi un’idea della scena — tri­ste — bastava osser­vare il tea­trino tele­vi­sivo di Vespa che, insieme a miss Ita­lia, inau­gura da vent’anni il rito del rien­tro dalle vacanze. Non si era mai visto Sal­lu­sti, il diret­tore del gior­nale di Arcore, alter­nare sor­risi a sguardi ammi­rati verso il gio­vane pre­mier, che ritor­nava sui soliti refrain («ma se uno si mette a leg­gere i gior­nali che dicono che tutto va male…»), che si gon­go­lava («l’altra sera al ver­tice euro­peo è venuto fuori il Renzi che è in me…»).

    Baste­rebbe que­sta bat­tuta per far capire, soprat­tutto agli elet­tori del Pd, che sta avve­nendo qual­cosa di pro­fon­da­mente distorto nella poli­tica e nella cul­tura del Paese. Ma il primo a capirlo dovrebbe essere lo stesso pre­mier: cam­biare a sini­stra si può e si deve. Cam­biare invece rin­no­vando il ber­lu­sco­ni­smo che ha amma­lato l’Italia, non si può e non si deve.

  • diego

    Settembre 11, 2014

    È molto interessante ciò che hai scritto caro Pasquale. Merita lettura e rilettura, e una risposta richiede un po’ di tempo.

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 11, 2014

    Perché gli Usa usano l’isis per conquistare l’Eurasia

    Propongo amici miei, specie a Diego cui rispondo in ritardo eppur rispondo, di dare una scorsa al saggetto segnalato dal link qui sopra.
    In replica a un vecchio commento scherzoso ed a commento negativo alla frase

    “è l’impotenza della politica ad essere il rispecchiamento di un vero e serio progetto sociale”.

    dirò e chiudo i miei interventi, che l’abbaglio con il danno che ne consegue è credere che la politica possa farsi carico di un progetto sociale. Già alla parola progetto mi si rizzano i corti capelli in testa. Ogni progetto politico si è riassunto, stando nei limiti di questi cento anni ultimi, SOLO in una catastrofica marcia indietro, in un compromesso, in una bastardata, in un inutile perdere tempo ai danni del greco bello-e-buono. Fronte agli sforzi individuali e riusciti di offrirlo, ottenuti dal pensiero, del creare, dal sapere, dallo studiare -ci si ricordi al minimo dei nomi, Planck, Freud, Mach, Fellini, Camus – la soidisante politica, è riuscita, dove è riuscita, SOLO a darci miserie e miseria, miserabili ometti passati per padri della patria o per redentori, e non pochi assassini seriali: per citare Testori, un lago di sanguo con su i pali della lettrizzità communale. Non alludo ai grandi massacri ma ai piccoli compresi gli ultimi di questa detta democrazia il cui scopo è solo una reductio ad nihilum del reale in chiave di potere: riduzione del pensare, del sapere. Cumannàri è megghiu che futtìri e han detto tutto. Grazie no, di progetti su di me molti ne han fatti e ne faranno ancora, gradirei essere lasciato in pace. Grazie no, i redentori mi stanno dove immaginate, i padri li ho risolti, i messia oh signur, assessori e piccoli segretari di partito, e nemmeno uno che li impicchi a una croce. Partiteli. Per età è vero che impugnar l’armi, ovvero l’AK47, contro un mare di pene sociali, sia un po’ fuori dalla nostra portata, già ne avanza di far fronte al mare delle pene del quotidiano personale per rendersi conto che solo un ricco principe o un povero invasato potrebbe assumersi quelle altrui; nel piccolo però ogni atto, gesto o parola privata che sia ribellione, sberleffo, insulto e opposizione, ogni levare le mutande al potere di tutte le chiese, ogni esempio che si dia per figli, nipoti e, per chi li ha, studenti, è un passo avanti nell’erosione di questa grande metastasi che è la politica corrente e l’economia che vi si accompagna. Credo pertanto che, come fa chi scrive, irridere, negare valore, pestare i pugni sulle scrivanie del potere, gridare, come ha fatto chi scrive pagandola cara ma con gioia, porcodiosignorifateschifo ai piccoli padroni della scuola, cioè CL, denunciare ai propri studenti le malefatte delle direzioni e dei colleghi, non aderire, non partecipare, non colludere, non accettare, e persino dichiararsi àtei senza se nè ma con i pavidi, sia il dèclic di una rivolta che un giorno o l’altro dovrà avvenire, con l’ackeraggio totale delle reti governative, con il sabotaggio delle banche, delle pompe di benzina, con la disobbedienza. Per questo ci vorranno studio, organizzazione e giovani piloti.

    Prima che loro signori ci uccidano tutti, credo che ucciderli sia abbastanza urgente. In alternativa tutti sulla concordia in demolizione con schettino alla guida, rotta sud ovest, stretto di magellano e plouff.

    A presto. P.

  • agbiuso

    Settembre 10, 2014

    Nessuna prolissità, caro Diego.

    “Renzi la smetta con gli annunci, dica la verità il precariato nella scuola non viene cancellato con questa riforma, non è vero”.
    Temo che non pochi degli insegnanti che giustamente protestano davanti a Montecitorio (nel link il video con le interviste) abbiano votato per il Partito Democratico, e magari per Renzi alle primarie.
    Gravissimo errore, che adesso pagano. Ahimè non soltanto loro.

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    Scuola, centomila insegnanti precari esclusi dalle assunzioni: “La Giannini si dimetta”
    di Manolo Lanaro, il Fatto Quotidiano, 10.9.2014

    Docenti con otto, sei o undici anni di servizio continuativo nelle scuole medie e superiori e che non rientrano nelle centocinquemila assunzioni promesse nella riforma della scuola firmata da Matteo Renzi e Stefania Giannini. Il motivo? Le Linee guida presentate dal Governo Renzi il 3 settembre 2014. Oltre centomila docenti abilitati, inseriti nella seconda fascia di istituto, resterebbero fuori dalle Graduatorie ad esaurimento (Gae) e di fatto esclusi dal piano di stabilizzazione post 2015 previsto dal Governo. I docenti precari che hanno ottenuto l’abilitazione prima del 2009, non avranno lo stesso trattamento di altri colleghi, sebbene abbiano gli stessi titoli e la stessa formazione. Nessun futuro, dunque, dopo le 150 mila assunzioni previste dall’esecutivo, scelti per il 90% proprio dalla Gae: “Non abbiamo più un futuro, la Giannini si dimetta” dicono gli insegnati che oggi a Roma hanno manifestato di fronte a Montecitorio. “Abbiamo lo stesso titolo, lo stesso!”. Renzi la smetta con gli annunci, dica la verità il precariato nella scuola non viene cancellato con questa riforma, non è vero” .

  • diego

    Settembre 10, 2014

    Il problema serio e, a mio avviso non facilmente risolvibile, è l’impotenza della politica ad essere il rispecchiamento di un vero e serio progetto sociale. Certamente l’agire del governante dovrà tener conto delle situazioni e delle emergenze del momento ma deve avere come stella polare un progetto politico elaborato autonomamente. Oggi che accade? In pratica chi governa insegue le esigenze di un’economia globalizzata, un’economia che intende riassumere in sè, nelle sue regole, tutto l’agire umano, e anche il pensare umano. Tutto è mercato, tutto ciò che rende fluido il mercato è bene, tutto ciò che lo ostacola è male. La politica non lotta più, al massimo son volenterosi infermieri che raccattano i feriti sul campo, lenitori di ferite. Ovviamente poi per l’Italia su questo scenario si sovrappongono le tradizionali italiche piaghe, ma lo sfondo, a livello mondiale, è quello che ho descritto. Anche molti intellettuali, alla fine, più che ribellarsi proclamano, magari dispiaciuti e pensosi, l’ineluttabilità dello statu quo. Sono abbastanza pessimista, anzi molto, ma già sarebbe buona cosa si cominciasse a rileggere il reale per quel che è, oltre la propaganda. Scusa la prolissità, caro Alberto.

  • agbiuso

    Settembre 10, 2014

    Under the Dome
    di Ubik, Dinamo, 8.9.2014

    A un certo punto calò una parete invisibile e il Renzistan si staccò dal mondo reale assopendosi in un incubo agrodolce.

    Quando la cappa di cristallo o vetro o plexiglass scese sul nostro paese, separandolo dal resto della contea di Castle Rock e dal mondo tutto, alta si levò una voce da celati altoparlanti: state sereni, adesso avanti con le riforme! E simultaneamente su tutte le pareti interne della cappa, che prima consentivano di vedere se non di toccare la realtà esterna, cominciarono a scorrere hashtag luminosi: #statesereni, #cambiaverso, #unariformaalmese, #sbloccaitalia, #sforbiciaitalia, #80euro, #italiariparte, #laVoltabuona, #laSvoltabuona, #passodopopasso, #grassochecola, #gufi maledetti, #allafacciadei gufi… E alcuni gufi, così come altri uccelli, in effetti andavano a sbattere da un lato e dall’altro della barriera invisibile e cadevano a terra lasciando strisce sanguinolente all’esterno e all’interno delle pareti leggermente ricurve della campana. Piatti e posacenere erano tutti siglati 40,8%.
    =========

    Così inizia la visione di Ubik, che continua qui: http://www.dinamopress.it/news/under-the-dome

    Una delle sue affermazioni più dirette è la seguente:
    “Ogni perdita viene spacciata per guadagno, ogni nuova diseguaglianza per equità, ogni consolidamento del potere proclamato rivoluzione. È il regno della scimmia e della neo-lingua. È il regno della scimmia e della neo-lingua, dove l’ingiustizia soffoca l’amore per la verità che è salvezza (II Tessalonicesi 2, 9-12)”.

  • diego

    Settembre 8, 2014

    Scheriamoci su, dai.

    «Senza una rivolta è impossibile.»

    Grande Pasquale, lascia che io sia un po’ irridente. Ma chi la dovrebbe fare questa rivolta? Io e te, intorno ai sessant’anni, col fucile di nonno Astrubale vecchio cacciatore? Con la bianchina panoramica di mio zio, rifasciata di lamiera ondulata e trasformata in tank, potremmo assaltare i palazzi del potere? Oppure cinquemila affetti dal colon irritabile come me mangiamo per sette giorni di seguito fagioli borlotti e poi andiamo sotto Palazzo Chigi minacciando di esploderci?

    Fine della presa in giro. Pasquale, davvero, chi la dovrebbe fare la rivolta?

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 8, 2014

    È il vuoto che reclama una grancassa. Il falso sé, il falso noi. Tutta la fenomenologia del difetto di funzionamento italiano. Noi abbiamo michelangelo e leonardo, dicono gli stolti, le mezze calze e i conduttori di fiere di paese. È vero, come dice Orson Welles ne il Terzo uomo che in duecento anni di amore, pace e libertà gli svizzeri hanno prodotto orologi a cucù mentre qui, tra orrori e tragedie si affrescavano cappelle sistine (che tra le tante cappelle diciamocelo non è un gran che), è vero ma è altresì vero che gli svizzeri si sono impegnati, con altri popoli a rendersi meno spaventosa, sostenibile, meno darwiniana la vita quotidiana. Il signor Scuderi che invoca una politica cui appassionarsi mi fa sorridere; perchè mai. La politica è il veleno che ha stordito lui e molti altri. La politica è della polis e si riassume in un bene operare per il benessere collettivo. Non è altro; non c’è di che appassionarsi, è un lavoretto per volonterosi impiegati. E invece guardare come siamo ridotti. Un paese dall’inventiva paralizzata dal verbo di questa politica del potere per il potere. Cui tutti concorrono, tutti a chiedere alla politica che distribuisca, accudisca, elargisca, provveda, tuteli. Addirittura che cambi. Impossibile. Senza una rivolta è impossibile. Ma poichè la rivolta est dans le cul de Juppiter, alors…

  • diego

    Settembre 8, 2014

    @ Filippo

    complimenti, col tuo originalissimo infuocato stile fatto d’impeto, hai reso uno stato d’animo che in parte provo anch’io

  • Biuso

    Settembre 7, 2014

    “No a lezioni”, “Costi quel che costi”, “Nessuno ci fermerà”.
    Nessuna autocritica. Nessun equilibrio. Nessun limite.
    C’è davvero qualcosa di stoltamente e pateticamente mussoliniano in Renzi.

  • Filippo Scuderi

    Settembre 7, 2014

    Mi sento incatenato da questa libertà, ma quale libertà? Devo rompere queste catene per considerarmi veramente libero, invece mi sento incatenato da tutti questi eventi, non riesco ad avere la lucidità per criticare chi ci governa, perché sono arrivato al punto di non ritorno, sono confuso, sono schiavo, la politica gira intorno ad un vortice che ti avvolge e non ti coinvolge più come succedeva una volta, non voglio dire si stava meglio quando si stava peggio, che devo fare per uscire da questo vortice, come posso rompere queste catene invisibili che mi avvolgono, rimango coinvolto in maniera astratta ,invece vorrei ritornare ad essere attratto dalla politica, ma mi allontano sempre di più, spero che ritrovo la fiducia sia politica che istituzionale, ma la mia paura è che le catene rimangono lo stesso.

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 7, 2014

    Miei cari, condivido in toto il finale di partita di Alberto. Preciso infine che naturalmente la mia resistenza anarchista la continuo. Ognuno ha il suo piccolo dovere. È come non comprare pompelmi israeliani. È come, quando c’era, non affittare film da ghostbusters. È come non guardare mai in nessun caso la televisione. È come non comprare i giornali di regime, tutti. È come non comprare i prodotti garantiti dalla pubblicità. Ognuno non aderisce per rapporto alla propria forza. Ma si può migliorare. P.

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 7, 2014

    Alberto, al solito supera sè stesso e gliene dobbiamo essere grati. Irredimibile è più che aggettivo, ma la prognosi infausta dopo la diagnosi. Sì so bene che il pd non farà mai quello che immagino. Mi limito a indicare ciò che persone per bene farebbero e se fossero serie e sane; so che non lo sono. Quanto alla società civile non esiste, ha votato in massa per lor signori. Beee beeee beee. Conoscenti non reanzianari mi hanno dichiarato bel bello che bisogna pur campare. È l’eterno francia o spagna basta che se magna. Ciò detto, correggo di poco il mio punto di vista. In fondo non credo ci sia molto da temere. Per noi, noi tre dico, è diverso perchè siamo seri e spinoziani, dunque tendiamo a pensare che lo siano, magari perversi, anche gli altri. Non è così. Lo sarebbe se fossimo di fronte a dei nazisti veri. Forse aderiremmo a quel punto per ammirazione del rigore. Ma non siamo di fronte a niente di tutto questo. Basta guardarli in faccia; malfattori certo ma che sanno di dovere campare anche loro. Dunque, tutto quello che fanno è possibile lo facciano per mostrare la protesi più che i denti. L’europa, quel che resta, ci deve credere e così sarà disposta a tenerci in vita ancora e ancora e ancora. Importante e far vedere gli stessi aerei che girano senza fine sui fori imperiali. Hitler a suo modo era un puro e ci credette. Non so la BCE e il resto della banda. È che sono lenti e lor signori lo sanno. Hanno tutto il tempo di vendersi lo stato. Un abbraccio a tutti.

  • agbiuso

    Settembre 7, 2014

    Caro Diego,
    il caso specifico di una classe scolastica non può fungere da sineddoche della condizione politica, che ha elementi suoi specifici e del tutto imparagonabili a episodi particolari, proprio perché il politico rappresenta l’universalità.

    Uno degli errori, se mi permetti, è continuare a pensare nei termini dell’ “arrivano i nostri”. Non arriva nessuno, non arriverà mai nessuno a liberarci. La libertà va costruita nel tessuto dell’agire quotidiano di ciascuno e nel contributo teorico di comprensione che tutti possiamo dare. Ma dobbiamo volerlo e agire in base a tale consapevolezza. Ti ricordo la frase dalla quale sono partito e a cui ne aggiungo un’altra : «Son dunque gli stessi popoli che si fanno dominare, dato che col solo smettere di servire, sarebbero liberi. […] Potete liberarvi senza neanche provare a farlo, ma solo provando a volerlo. Siate risoluti a non servire più ed eccovi liberi» (Discorso sulla servitù volontaria, pp. 10 e 14).

    Ragionando come ragioni tu non si dovrebbe mai auspicare l’abbattimento o la sostituzione di un governo, “tanto ne arriva un altro”. No, questo è -ancora una volta- molto ingenuo rispetto alla complessità e alle differenze che si danno nel mondo e anche nella storia. E in ogni caso è un atto di liberazione non sostenere più un governo della cui pericolosità e/o inadeguatezza si sia convinti, purché -naturalmente- se ne sia convinti.
    Sempre il potere, figuriamoci quello italiano attuale che in realtà è fragile nelle sue incompetenze e contraddizioni, è più debole di quanto immaginiamo. Questo significa che il potere esiste perché sta nella mente dei subordinati. Uscito da lì, non esiste quasi più. Ma vorrei essere anche molto concreto: l’attuale governo italiano è semplicemente e assolutamente pessimo anche perché in mano a degli incompetenti, a dei politicanti da strapazzo, a degli arroganti nel senso politico e non caratteriale (cosa che non mi interessa mai), a degli ultraliberisti, a dei clamorosi bugiardi. Il resto consegue da sé, senza bisogno di scomodare questioni teoriche e storiche universali.
    Grazie a te per gli stimoli alla discussione.

  • diego

    Settembre 7, 2014

    grazie per la bella e articolata risposta, caro Alberto, solo vorrei acclarare meglio un punto del mio pensiero: non ho inteso affermare che Hobbes ha ragione, ma solo ipotizzare che la sottomissione ad un potere derivi dal senso di insicurezza e dal timore del comportamento dei propri consimili; un esempio: un ragazzino irriso e vessato dai compagni di classe non vede l’ora che arrivi il professore severo e burbero, almeno smettono di tormentarlo; giustamente scrivi che la «società civile» è altrettanto colpevole del governo in carica, dunque se si abbatte il governo, al suo posto, come farà ad installarsi un governo migliore? Siamo sicuri che, come nei film di una volta, «arrivano i nostri?». Grazie per la meravigliosa interlocuzione, tua in primis e quella degli altri qualificatissimi amici.

  • agbiuso

    Settembre 7, 2014

    @Diego

    Caro Diego, la risposta di Hobbes è certamente plausibile ma a me sembra anche parziale. E ciò nel preciso senso, non ti sembri paradossale, che difetta di pessimismo. Io credo infatti, essendo più disincantato di Hobbes, che uno dei punti deboli della sua argomentazione stia nella fiducia che il delegato (che sia un sovrano o un’assemblea) una volta ricevuto il potere lo gestisca per la salvaguardia collettiva. Millenni di storia politica dimostrano il contrario. Sono anarchico anche perché sono pessimista sulla natura umana e quindi penso che un potere senza controllo (come quello auspicato da Hobbes e anche, pur se in modalità opposte, da Rousseau) sia pericolosissimo proprio in quanto la sua gestione non dipende dalla buona volontà del singolo o dai principî etici che i potenti nutrono ma dipende dalla struttura stessa del potere, la quale tende per sua natura (Canetti lo insegna) a espandersi al di là di ogni limite, utilizzando per i propri fini privati coloro che afferma di voler salvaguardare.

    Credo quindi che sia molto più realistica la prospettiva di Spinoza, per il quale a qualsiasi tipo di governo vanno posti dei limiti insuperabili, primo dei quali la libertà di parola e di critica dei cittadini. Spinoza, inoltre, ritiene che moltissimi dei mali pubblici derivino da ciò che chiama superstizione, vale a dire la confusione tra politica e religione, il vissuto religioso che diventa vissuto politico, e viceversa. Ora a me sembra che questa sia una spiegazione molto più concreta per quanto riguarda il caso specifico della storia d’Italia, Paese nel quale a una potenza superstiziosa come quella della Chiesa papista si è affiancata nel Novecento l’opera di un Partito dogmatico quale il PCI. Il Partito Comunista ovviamente non esiste più, distrutto dagli eventi del 1989, da Occhetto e dai suoi successori, ma a me sembra che di quella struttura politico-escatologica sia rimasto il peggio. Si sono buttati via, infatti, l’esigenza di giustizia sociale, l’opposizione al liberismo (che invece ora è abbracciato con entusiasmo dall’attuale segretario del Partito Democratico e dal suo gruppo dirigente) ed è rimasta la sacra «Fedeltà alla linea del Partito», qualunque tesi il Partito sostenga, anche quando essa consista nell’allearsi con il Nuovo Centro Destra e tenere in vita un soggetto come Berlusconi, facendone il più prezioso degli alleati (mentre in campagna elettorale si era detto esattamente il contrario). Questa obbedienza alla linea di una Chiesa o di un Partito significa per me essere «servi», esattamente questo. 

    Sempre rimanendo sul concreto della contemporaneità italica, a concorrere alla servitù non sono tanto motivi antropologici quanto -più banalmente e concretamente- l’unione di tale superstizione di Partito con lo strapotere dei mezzi di comunicazione, che incensano l’attuale governo da mane a sera.

    @Dario

    La tua disamina della situazione italiana è come sempre efficace e del tutto corretta. Io continuo a pensare che non sia «irredimibile» e che tutto ciò che possiamo fare per evitare la servitù e la menzogna (del PD e dei suoi alleati) vada fatto. Ma so bene che anche tu operi in questo senso.

    @Pasquale
    
Tocchi uno dei punti concretissimi della situazione, caro Pasquale, vale a dire reagire con risposte professionali al disprezzo e all’ingiustizia con i quali il governo in carica tratta i docenti italiani. Perché la cosiddetta «società civile» è altrettanto responsabile del governo di quanto accade. In politica l’ingenuità è un crimine tra i più gravi.

    Per quanto riguarda le vicende del Partito Democratico, ciò che tu auspichi sai benissimo che è semplicemente impossibile. E lo è per le ragioni delle quali ho cercato di parlare più sopra. PD come «Pavidi Donferrandi» è fin troppo gentile nei confronti di costoro. Don Ferrante conosceva Aristotele e Ariosto, costoro al massimo leggono Repubblica. E ho detto tutto 🙂

  • Pasquale D'Ascola

    Settembre 7, 2014

    Sì, sì è tutto corretto ciò che si dice, pessimista o no; il signor Burgio dice parole di vérita, per dirla con un personaggio radiofonico di alcuni millenni orsono. Citerò invece la mia vecchia psicoanalista, Anna Pandolfi che alla capacità professionale univa una sublime attitudine a incazzarsi senza pudori. Ebbene, ricordo un suo motto di spirito, diciamo così, versus chi scrive.”Va bene cara el mè dascola (milanese la dottoressa), possiamo stare qui a farci tutte le dotte analisi del mondo ma alla fine cambiare? no?” Inutile dire quanto istruttivo sia per uno che pensi, sentirsi strapazzare un giorno sì e uno no. Per uno che pensi. Andando in medias res, c’è una cosa, a parte comprare, chi potesse, AK47 ai russi, dico per solidarietà ai russi. LA COSA COSA, che per esempio il pd dovrebbe fare, È, espellere i suoi dirigenti, stesserarli. Occupare e chiudere il palazzaccio, venderglielo sotto le natiche e le poche sedi, e farli fuori tutti, a partire da Renzi e quell’impiastro di semolino del presedere simm’e napule. Non invoco qui la materiale defenestrazione, che pure qualche successo ebbe, ché qui da noi a dire la verità si passa per eversori. Bon, non la invoco, ma la penso. Oh bello far giocare il voli voli voli piccolo bambino di Paolo Villaggio, alle fighette abbronzate del pirlamento. Invece mugugnano i cari basìsti basìti della bàse. Ora detto in buon italiano, ma che mminchia mugugnano. Pavidi donferrandi. Pd appunto.

    p(overo).s(empre). per quel che mi riguarda ho già dato disposizioni a me medesimo per limitare a soli due giorni al mia presenza in conservatorio. Sospendo tutte le attività collaterali. E mi sentiranno le prefiche del collegio docenti quando blatereranno di collaborazioni, oh sì. Ma i poveri studenti? Collusi. Uno studente serio, ha ragione Generali, se ne va. E invitarli ad andarsene ritengo sia etico. Gli altri: chiacchiere, obesità e telefonino.

  • Dario Generali

    Settembre 7, 2014

    Caro Alberto,

    l’articolo di Burgio è largamente condivisibile e Renzi, con la complicità del PD e dei cialtroni assetati di potere e di denaro che lo compongono, sta portando a compimento il progetto berlusconiano di smantellamento anche delle istituzioni dello stato democratico nato dalla resistenza.
    Il nostro, come ci siamo detti infinite volte, è un paese dominato da una maggioranza di servi, privi di onestà intellettuale e civile, convinti che l’unica forma di salvaguardia sia quella della logica familistica, dell’astuzia spicciola e della profittazione in un contesto sociale, politico e amministrativo caratterizzato da grida spagnole, ma da alte aspettative di impunità per chi trasgredisce con astuzia le norme per procurarsi indebiti vantaggi.
    E’ una situazione che appare irredimibile e bene fanno i nostri migliori allievi a emigrare in paesi meno incivili del nostro, dove la certezza del diritto è una regola e non una rara e contingente eccezione.
    Un caro saluto.
    Dario

  • diegod56

    Settembre 6, 2014

    l’enigma del perché gli umani siano così facilmente spinti a rinunciare alla libertà e a sottomettersi anche e soprattutto nei confronti di chi li danneggia.

    Oso tentare una mia risposta, caro Alberto. Secondo me un popolo è servile soprattutto quando non si sente tale. Cosa caratterizza un vero popolo? Cosa deve percepire il singolo uomo per sentirsi parte di un vero popolo? Secondo me deve percepire solidarietà, fratellanza, fiducia da parte degli altri. Una plebe non è un popolo. Per fare un esempio concreto: se penso che il mio vicino di casa appena puo’ mi assale e mi ruba le provviste, se penso che il mio consimile è sempre sul punto di fregarmi se puo’, ecco che io allora accetto un potere, un potere anche pesante, che mi consenta di star tranquillo, che tenga a bada gli altri, il resto della plebe di cui faccio parte. In qualche modo è la spiegazione di Hobbes, che non era certo uno sciocco. Allora che fare? Perchè un popolo possa ribellarsi, prima deve essere davvero un popolo. Questo il mio tentativo di spiegazione, pessimista ma sincero.

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